giovedì 27 marzo 2008

«La storia cristiana è anche più violenta»

Adriano Prosperi: «La storia cristiana è anche più violenta»

di Matteo Bartocci

Il Manifesto del 26/03/2008

Il massimo storico italiano dell'età della Riforma avverte sull'uso politico della religione: «Le conversioni spettacolari aumentano i conflitti»

Adriano Prosperi è ordinario di Storia dell'età della Riforma e della Controriforma alla Scuola Normale di Pisa. E' il massimo studioso italiano dell'Inquisizione romana e il suo ultimo libro per Einaudi («Dare l'anima. Storia di un infanticidio») affronta, tra l'altro, proprio il problema del battesimo.

Professor Prosperi, ci sono precedenti di un papa che battezza un musulmano a san Pietro?

All'inizio del '500, in piena riforma protestante, Leone X battezza un musulmano marocchino che da lui prende il nome di Leone Africano. E' un episodio importante per la storia della cultura europea e all'epoca fu molto noto, Africano diventò subito un personaggio pubblico molto conosciuto. Ma il processo di conversione è comunque caratterizzato da una sua spettacolarità, perché il convertito è portatore di una testimonianza importante. La storia del cristianesimo è segnata fin dall'inizio dalle conversioni. I «modelli» principali sono due, quella di Pietro, lunga e tormentata, e quella fulminea di Paolo. A volte le conversioni sono state decisive per la storia stessa della Chiesa: quella di Costantino cambia completamente la posizione dei cristiani nell'impero romano, perché da quel momento il cristianesimo si presenta come religione ufficiale.

Di recente sono tanti i convertiti «celebri». Prima di Natale lo ha fatto Tony Blair. Perché la religione torna ad avere questa funzione pubblica e politica così rilevante?

Nel Medio Evo se si convertiva il sovrano si convertiva il popolo: cuius regio eius religio. La conversione di Clodoveo dà inizio alla storia cristiana della Francia. Oggi il carattere clamoroso di una conversione discende solo dalla notorietà pubblica e dalla visibilità del personaggio. Quello di Allam è dunque un gesto che riaccende una tradizione che si era sopita. Dal '700 in poi eravamo stati abituati a considerare quello che accade nell'anima di una persona come un suo fatto spirituale, da rispettare senza invadere la sua coscienza. Anche perché insistere su un aspetto così spettacolare della conversione in passato è stato strumento di conflitti.

Crede che la Chiesa abbia intenzione di riprendere una politica di conversione a danno delle altre fedi?

Di fatto sì. Questi due atti: la preghiera per la conversione agli ebrei e il risalto alla conversione di un musulmano denotano la decisione di manifestare con forza la carica di verità del cattolicesimo. Certamente si sta aprendo un confronto sulla vera religione. Non che i cattolici abbiano iniziato, ma una violenza religiosa che sembrava sopita rischia ora di riaccendersi.

Non è imbarazzante per la Chiesa che sul principale giornale italiano il convertito definisca tutto l'Islam «fisiologicamente violento e storicamente conflittuale»?

Su questo si può discutere. Sarebbe come dire che si condanna il cristianesimo come violento perché nel '500 durante la strage di san Bartolomeo le campane di Roma suonarono a festa. Allora la religione cristiana era fortemente violenta, e la violenza era quasi essenziale alla conversione, si teorizzava che la soluzione per cancellare la differenza fosse uccidere il diverso. Anche per i sovrani: Enrico III ed Enrico IV furono uccisi da fanatici religiosi. Allo stesso modo l'Islam non è sempre stato aggressivo. Durante la lunghissima storia dell'impero turco la religione islamica era tollerante. E' accaduto di frequente che cristiani con convinzioni poco ortodosse fuggissero a Costantinopoli. E lo stesso accadde, dal 1492, con gli ebrei che rifiutarono il battesimo forzato in Spagna. Oggi sembra ovvio il contrario ma in passato il mondo musulmano rispettava gli ebrei. Quel conflitto è frutto soprattutto del XX secolo, fino ad allora gli ebrei in Palestina godevano di condizioni di tolleranza migliori rispetto agli stati cristiani d'Europa. Come vede, davanti all'assolutezza della teologia la storia dimostra che le varie posizioni si modificano nel tempo. Generalizzazioni di quel tipo su cristiani o musulmani violenti vanno semplicemente respinte.

Alcuni commentatori, soprattutto di cultura araba e fede musulmana, parlano di una «seconda Ratisbona».

Bisognerà vedere se accentuerà la conflittualità oppure, come le beatificazioni, sarà vista come un fatto celebrativo, la vittoria di alcuni seguaci religiosi su altri. Certo, la conversione è un atto pacifico, tipico del proselitismo ma è un fenomeno da non sottovalutare. Proporla come atto pubblico può accentuare il carattere religioso di un conflitto Islam-Occidente che finora è stato soprattutto politico. E' in atto in tutto il mondo un uso politico della religione di cui siamo testimoni e vittime. Il terrorismo cosiddetto islamico è un uso sistematicamente politico della religione. Ma senza scomodare Machiavelli lo stesso accade anche da noi. La religione è una forza da cui si può ricavare potere.

mercoledì 26 marzo 2008

Scontro tra Turco e Formigoni sulle linee guida per la "194".

Il Sole 24Ore 26.3.08
Aborto
Scontro tra Turco e Formigoni sulle linee guida per la "194".

Continua il braccio di ferro tra la Lombardia ed il ministero della Salute sul terreno minato dell'aborto. Proprio oggi approda in Conferenza Stato-regioni l'accordo sulle linee guida per applicare la legge 194, già bocciate nella precedente riunione della Lombardia che a fine gennaio ha approvato le sue indicazioni regionali. E ieri, alla vigilia del nuovo incontro, lo scontro si è riacceso: "Livia Turco - ha detto il governatore lombardo, Formigoni - deve smetterla di farsi pubblicità elettorale con le bugie, la Lombardia ha respinto il suo documento perchè lesivo della nostra autonomia ed arretrato dal punto di vista scientifico e sanitario".
Pronta la replica del ministro della Salute: "L'atto di indirizzo non è affatto lesivo delle linee guida della Regione Lombardia - ha spiegato Turco -. Formigoni non l'ha letto perchè, in caso contrario, avrebbe visto che c'è una premessa che contiene la valorizzazione di tutte le iniziative fatte a livello regionale". "Personalmente apprezzo le linee guida della Regione Lombardia - ha concluso il ministro - si tratta quindi di un pretesto politico". Ma Formigoni non fa sconti: "La Turco pensa che abbiamo l'anello al naso e da buon vecchio comunista falsifica la realtà". E aggiunge polemicamente: "Se bastasse una frasetta per salvaguardare l'autonomia regionale, il federalismo già trionferebbe in Italia". Insomma il via libera per l'accordo, su cui serve il consenso di tutte le Regioni, sembra essere sempre più in salita. Il testo punta alla prevenzione dell'aborto anche attraverso l'uso della contraccezione, a cominciare dalla pillola del giorno dopo.

martedì 25 marzo 2008

La Chiesa e il crimine della pedofilia: anche per il nostro Paese è il momento della verità

L’Unità 25.3.08
Dopo «Sex, crimes and Vatican», documentario Bbc, e in attesa del processo a don Gelmini, Vania Lucia Gaito raccoglie in un libro le voci delle vittime
La Chiesa e il crimine della pedofilia: anche per il nostro Paese è il momento della verità
di Emiliano Sbaraglia

«Crimen sollicitationis» è la direttiva che dal ‘62 ha tacitato lo scandalo

Ricostruzione molte volte esemplare attenta ai gesti alle parole all’ambiente

Dal 13 marzo è in libreria Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (chiarelettere, pp.273, €13), un’inchiesta che colpisce cuore e stomaco del lettore, scritta da Vania Lucia Gaito, collaboratrice del blog di controinformazione «Bispensiero» per il quale, nel maggio del 2007, ha sottotitolato il documentario trasmesso per la prima volta dalla Bbc dal titolo Sex, Crimes and Vatican, al centro di una infuocata puntata di Anno Zero sul tema della pedofilia negli ambienti e tra i rappresentanti del mondo cattolico. Un dramma sociale, oltre che etico e morale, che ora questo libro colloca senza vie di fuga anche nel nostro paese, toccato nel profondo attraverso una serie di testimonianze dirette aumentate in maniera esponenziale in questo ultimo anno.
La realtà dei fatti è stata tenuta nascosta dal Vaticano per decenni, grazie soprattutto allo strumento del Crimen sollicitationis, documento scritto in latino, dunque destinato in primis soltanto agli «addetti ai lavori» (come nelle migliori abitudini della peggiore tradizione ecclesiastica) attraverso il quale, a partire dal 1962, le autorità ecclesiastiche recapitano ai vescovi di tutto il mondo una sorta di vademecum, con l’intento di non rendere pubbliche notizie e informazioni che potrebbero mettere sotto accusa di pedofilia preti e altre categorie clericali, almeno fino a quando ad indagare non sia stata per prima la Chiesa stessa; di questo documento, per circa vent’annim si è principalmente occupato l’allora cardinale Ratzinger, verificandone il funzionamento e il rispetto da parte dei vescovi dei dettami in esso contenuti.
Qualcosa sembra si stia finalmente muovendo in direzione della scoperta di molte verità sinora occultate, e una dimostrazione ne è anche la pubblicazione di questo volume, che raccoglie con impressionante meticolosità le voci le storie di coloro che hanno avuto la forza e il coraggio di superare paure e rimozioni più o meno volontarie, per raccontare i particolari agghiaccianti di vite per sempre segnate da terribili esperienze, fisiche e psicologiche.
Pescando nel torbido bosco delle numerosissime testimonianze contenute nel libro, si incontra tra le altre la vicenda che ha coinvolto Don Gelmini, tornata alla ribalta delle cronache nazionali pochi mesi fa. A proposito della quale si ricordano anche le strenue difese che alcuni organi di informazione hanno ospitato, come quella di Vittorio Messori, che su La Stampa dell’undici agosto scorso non aveva remore nello scrivere frasi di questo tenore: «E allora? Se Don Gelmini avesse toccato qualche ragazzo? E poi su quali basi la giustizia umana santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia?» (p.44).
In questa Italia così tanto impegnata a difendere i valori della vita sin dal suo concepimento, forse sarebbe il caso di porre una certa attenzione e impegnarsi con la stessa solerzia anche a difesa della sorte di tanti bambini e adolescenti, colpiti e violentati nel corpo e nella mente da chi del loro corpo e della loro mente dovrebbe occuparsi in ben altro modo.
Una battaglia tanto sofferta quanto complessa, che il lavoro di Vania Lucia Gaito dimostra essere non più rinviabile a data da destinarsi.

domenica 23 marzo 2008

Don Cantini, al vaglio le decime i soldi dei parrocchiani al prete

La Repubblica Firenze 23.3.08
Un anno fa Repubblica rivelò lo scandalo degli abusi in parrocchia
Don Cantini, al vaglio le decime i soldi dei parrocchiani al prete
Dopo trent'anni di silenzio decine di testimoni hanno raccontato quello che succedeva
di Franca Selvatici

PER trenta anni era rimasto avvolto nell´ombra, protetto dal silenzio, dalla vergogna e dell´omertà. L´8 aprile 2007, domenica di Pasqua, lo scandalo degli abusi nella parrocchia fiorentina della Regina della Pace divenne pubblico sulle pagine del nostro giornale. Un anno più tardi, una Pasqua dopo, tutto risulta confermato: sia le rivelazioni delle ex parrocchiane ed ex parrocchiani della Regina della Pace sulle violenze e le perversioni di don Lelio Cantini, sia il racconto del giovane commerciante gay Paolo Chiassoni sulla notte sadomaso trascorsa anni fa in una canonica in compagnia di alcuni sacerdoti e di un alto prelato, da lui riconosciuto nel vescovo ausiliario di Firenze Claudio Maniago, allievo prediletto di don Cantini.
Un anno più tardi l´inchiesta del pm Paolo Canessa non si è fermata. Gli abusi raccontati dai numerosi testimoni sono gravissimi ma risalgono a 20-30 anni fa e dunque sono coperti dalla prescrizione. Alcune ex parrocchiane hanno subìto atti sessuali a 11-12 anni e sono state segnate per sempre. Talvolta il sacerdote imponeva rapporti orali dopo la confessione, simulando di offrire l´ostia benedetta: condotte che, a norma di diritto canonico, comportano la scomunica. Una delle vittime è ancora oggi, a 40 anni, sotto cure psichiatriche, vive nel terrore e non può fare a meno di assumere psicofarmaci. A ogni ragazzina o ragazza costretta a subire gli abusi, il sacerdote faceva credere che fosse «la sua prediletta». Solo molti anni più tardi, ormai adulte, hanno scoperto che il loro parroco aveva abusato di molte di loro, e (secondo alcune) anche di qualche ragazzo. I loro racconti (il pm ha ascoltato decine di testimoni) hanno disegnato un quadro estremamente inquietante, dal quale don Lelio Cantini - il priore rigido, autoritario e sessuofobo al punto di vietare alle sue giovani parrocchiane di indossare i jeans - emerge come un abusante compulsivo. Con la conseguenza che tutti i giovani e i giovanissimi che hanno frequentato la Regina della Pace anche in anni più recenti sono stati potenzialmente esposti al rischio di abusi. Le indagini, perciò, si sono spostate in avanti, agli ultimi anni in cui don Lelio ha retto la parrocchia.
L´inchiesta prosegue anche sul fronte patrimoniale. Alcune ex parrocchiane hanno raccontato di aver consegnato al priore per anni la «decima» (cioè un decimo del loro stipendio). Le elemosine venivano depositate in banca, alcune famiglie furono indotte a privarsi di beni ereditati e delle loro case di proprietà in favore della parrocchia. Dove sono finiti tutti quei beni che, secondo il sacerdote, erano destinati alla costruzione di una «vera chiesa», una chiesa parallela?
La testimonianza del giovane gay Paolo Chiassoni ha ampliato i fronti dell´indagine al vescovo Claudio Maniago, l´allievo più brillante di don Cantini. Chiassoni raccontò di essere fuggito dalla canonica dopo la notte sadomaso, di essere stato contattato altre volte dai sacerdoti che aveva conosciuto e di aver accettato quella che loro definivano un´offerta, forse per garantirsi il suo silenzio: tre milioni di lire bonificati su un suo conto a Iesi, nelle Marche. I carabinieri hanno rintracciato il bonifico, che risulta provenire dal conto di una parrocchia. E´ stato accertato anche che accanto alla chiesa che ospitò gli incontri sadomaso c´erano una colonia estiva per disabili e un centro di accoglienza per tossicodipendenti.

venerdì 21 marzo 2008

YouTube - Spray Scaccia-Preti

Volete abortire in pace? Provate alla clinica delle suore

Volete abortire in pace? Provate alla clinica delle suore
Liberazione del 21 marzo 2008, pag. 1

Leggete, per favore, queste parole, che sono tratte dal Vangelo di Matteo «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei...non agite secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente...Ma voi non fatevi chiamare rabbì, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo... Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: i sepolcri all`esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d`ipocrisia e d`iniquità....Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna?»
Chiediamo scusa ai nostri lettori che in maggioranza sono atei, però questo breve discorso, pronunciato da Gesù Nazareno circa 2000 anni fa, è bellissimo e incredibilmente attuale.
Si è venuto a sapere che la magistratura di Genova sta indagando sulla clinica Villa Serena, gestita dalle suore «Immacolatine», perchè c'è il fortissimo sospetto che in questa clinica si facessero, a pagamento, aborti clandestini. I carabinieri hanno perquisito la casa di cura e hanno trovato resti degli aborti nei bidoni della spazzatura.
Noi non consideriamo l'aborto un reato. Dunque non condanniamo le suore Immacolatine. Quello che ci colpisce è il sistema. Funziona così: la Chiesa invita i ginecologi a fare gli obiettori di coscienza. La stragrande maggioranza dei medici (in alcune regioni, come il Lazio, le precentuali superano il 90 per cento) obiettano e in questo modo costringono gli ospedali pubblici o a non svolgere il servizio di interruzione della gravidanza, o a svolgerlo in condizioni difficilissime, con lunghe file, con un impegno onerosissimo per i pochi medici che accettano questa incombenza. A questo punto gli stessi che hanno condotto la campagna per l'obiezione di coscienza, e paralizzato in questo modo gli ospedali, organizzano in qualche modo l'aborto a pagamento, che avviene anche nelle loro cliniche (visto che la Chiesa, specie quella romana, tra le sue attività principali, oltre all'evangelizzazione, ha l'organizzazione della sanità privata a pagamento).
Non c'è molto da aggiungere a quel ragionamento di Gesù sui sepolcri imbiancati

Villa Serena nella bufera La prova degli aborti nei rifiuti della clinica Suore nel mirino dei pm

Villa Serena nella bufera La prova degli aborti nei rifiuti della clinica Suore nel mirino dei pm

Liberazione del 21 marzo 2008, pag. 18

di Anna Bonni
«E' una vera e propria villa col parco nel bello (ed esclusivo, ndr) quartiere di Albaro con vista sul mare... Da oltre 65 anni il reparto Maternità ha visto nascere la discendenza di tante famiglie, al punto da conquistarsi il soprannome di "Clinica dove volano le cicogne"». Stiamo parlando di Villa Serena. E l'incipit su riportato è visibile on line. Basta cliccare su "www.villaserenage.it" per disporre di tutte le informazioni sulla clinica più esclusiva di Genova al centro di un'inchiesta piuttosto inquietante.
Proprio ieri l'altro, frugando tra i rifiuti ospedalieri della "Clinica dove volano le cicogne", sono stati rinvenuti i resti degli aborti volontari recuperati dai box di smaltimento della clinica. Referti, dunque prove tangibili e materiali di ciò che accadeva dentro le mura della clinica finiti nel dossier aperto sul nome del ginecologo Ermanno Rossi che si è tolto la vita lo scorso 10 marzo gettandosi dall'undicesimo piano. Un dossier che si va allargando e che già contiene almeno altri 8 indagati, a cui si aggiungono tre operatori sanitari della stessa clinica. Dossier su cui il sostituto procuratore Sabrina Monteverde non conferma certo alcuna notizia ma fa capire che i prossimi giorni potrebbero rivelare nuove ed eclatanti sorprese. L'indagine, comunque, allo stato attuale prova con certezza almeno una cosa: nella clinica gestita dall'ordine delle Immacolatine, suore del terz'ordine francescano, si praticavano aborti clandestini. E, soprattutto, questione scottante che resta aperta, e al vaglio dei pm, ma che creerebbe uno scandalo non di poco conto, è la seguente: è davvero possibile che i vertici, e dunque le Immacolatine, non sapessero davvero cosa accadeva dentro la clinica da loro gestita? E' verosimile, nella clinica più "in" della città, che si vanta di aver dato - basta leggere sul sito - «discendenza a tante famiglie» che nessuno fosse a conoscenza di quanto accadeva all'interno? E ancora come è possibile che i dirigenti fossero ignari?
Rossi non ha potuto comunque operare da solo. E naturalmente si avvaleva di un'equipe per attuare gli aborti almeno due - precisano i pm - effettuati «in violazione della legge 194», tanto contestata così vituperata così presa di mira dalle gerarchie ecclesiali in giù fino a Ferrara. Presto i pm faranno luce. E proprio in queste ore, ma la notizia potrebbe arrivare anche oggi, si saprà se nel mirino dell'inchiesta sono finite anche le suore. Per il momento le indagini si vanno concentrando sull'anestesista e sulle due ferriste che aiutavano Rossi. Gli investigatori in sostanza dovranno appurare se i tre operatori medici-sanitari che coaudiuvavano Rossi fossero appunto complici o ignari di star praticando veri e propri aborti clandestini. Ufficialmente del resto dai referti risulta che il medico suicida facesse raschiamenti in seguito ad aborti spontanei. E lo stesso anestesista indagato per l'ipotesi di reato di concorso in aborto clandestino dichiara: «Ho sempre avuto fiducia nel dottor Rossi. Secondo il referto si trattava di revisioni della cavità uterina: non potevo sapere che si trattasse di altro e nemmeno ora ho motivo di dubitarne». Da Villa Serena i responsabili ribadiscono la piena e totale estraneità alla vicenda in cui anzi la stessa clinica si dice ormai aver assunto «il ruolo di vittima».
Ma i pm continuano a non esserne affatto convinti e, dopo il ritrovamento dei resti degli aborti effettuati finiti nei bidoni dei rifiuti della casa di cura, l'inchiesta si va espandendo a macchia d'olio sulla "villa chic" finita nella bufera. E sulle stesse Immacolatine.

194, la Lombardia dice no alle linee d'indirizzo

194, la Lombardia dice no alle linee d'indirizzo

L'Unità del 21 marzo 2008

Medici non obiettori in ogni ospedale e niente obie­zione di coscienza per la pil­lola del giorno dopo? La Lombardia rischia di far sal­tare tutto. La regione ieri ha messo uno stop all'approvazio­ne delle linee d'indirizzo volute dal ministro della Salute e al va­glio della Conferenza Stato-Re­gioni. «Non applicheremo le norme di indirizzo. Anzi la Re­gione Lombardia darà parere negativo». Lo ha annunciato l'as­sessore regionale al Bilancio Ro­mano Colozzi. «È un documen­to - ha spiegato - che non condi­vidiamo nel merito, non ci sono motivi pregiudiziali al nostro no. Il provvedimento contiene questioni che nulla hanno a che fare con la 194. Inoltre, è total­mente assente il concetto della tutela della vita fin dalla sua pri­ma fase». L'assessore ha aggiun­to, tra le critiche, il fatto che il provvedimento punti «solo a fa­vorire le politiche contraccettive per prevenire l'aborto: questo è un aspetto, ma non il più impor­tante. È proprio la mentalità abortista su cui invece bisogna lavorare, mentre l'insistenza so­lo sull'aspetto della contraccezio­ne finisce per far crescere una mentalità abortista. Ci sono, in conclusione, vari punti che se­condo noi andrebbero integrafi o riscritti». A quanto si appren­de, le altre Regioni sarebbero pronte a esprimere parere positi­vo sulle linee guida, ma bastereb­be il parere contrario di una sola Regione a far finire il documen­to su un binario morto. Slitta dunque tutto al prossimo 26 marzo. «C'è il consenso di tutte le Regione e dell'Anci - ha detto il ministro della sanità, Livia Tur­co - per approfondire l'argomen­to alla conferenza del 26 marzo.



Stiamo lavorando». Lo slitta­mento mira a favorire una riu­nione tecnica per rendere com­patibile il testo messo a punto dal ministro Turco con la norma­tiva in vigore in Lombardia e la­sciare alle Regioni un certo mar­gine di autonomia che consenta di assumere iniziative sulla mate­ria. Ma il capogruppo Udc alla Camera Luca Volontè accusa: «Il ministro Livia Turco prepara un blitz sulle nuove linee guida per la legge 194. Rinvii e slitta­menti non cambiano la sostan­za delle cose: di questo colpo di mano saranno certamente con­tente le frange antivita ed eugenetiche cui ha sempre dovuto rendere conto, in primis Emma Bonino e Maura Cossutta»

Aborto, da Formigoni stop alla Turco

La Repubblica 21.3.08
Aborto, da Formigoni stop alla Turco
La Lombardia: no alle linee guida sulla 194. Il ministro: le altre regioni sono d'accordo
Il veto potrebbe far saltare l'intesa. Rinviata di una settimana la decisione finale
di Andrea Montanari

MILANO - La Lombardia dice no alle linee guida del ministro Livia Turco sulla legge 194 e la decisione rischia di slittare al prossimo governo. Un rischio al momento ancora teorico, ma che potrebbe concretizzarsi se mercoledì prossimo il veto lombardo, annunciato ieri dall´assessore regionale alle Finanze ciellino Romano Colozzi alla Conferenza Stato-Regioni, verrà confermato. La regione governata da Roberto Formigoni, infatti, ritiene «troppo abortiste» le linee guida proposte dal ministro della Salute. «Nel documento è totalmente assente il principio della vita fin dalla sua prima fase - attacca Colozzi - Invece che prevenire l´aborto questo documento finisce per istigare a commetterlo. Queste linee guida non valorizzano il ruolo attivo dei consultori e dell´associazionismo, che devono favorire la cultura dell´accoglienza. Non si può accettare che la prevenzione sia affidata principalmente alla contraccezione o alla pillola del giorno dopo». Di tutt´altro avviso Livia Turco, che replica polemicamente: «Le altre regioni e l´Anci, che rappresenta i comuni, sono d´accordo». Per uscire dall´impasse, la riunione decisiva è stata rinviata di una settimana. «Per permettere a un tavolo tecnico - aggiunge il ministro - di rendere compatibile le linee guida del governo con la normativa vigente in Lombardia». Che, ad esempio, da quest´anno, hanno ridotto dalla ventiquattresima alla ventiduesima settimana di vita del feto il limite per praticare l´aborto terapeutico.
Il veto della Lombardia potrebbe comunque vanificare tutto, dato che le regole stabiliscono che l´intesa si raggiunga solo all´unanimità. L´assessore Colozzi è categorico: «Non ci accontenteremo di un lifting. Le distanze sono enormi e su troppi punti. Se vinceremo le elezioni il nostro governo varerà linee guida completamente diverse. Queste tradiscono perfino lo spirito della legge 194, che vogliamo applicare». Solo poche settimane fa, il centrodestra lombardo si era battuto per far inserire nei principi cardine del nuovo statuto regionale che la «Lombardia tutelava la vita fin dal suo concepimento». Frase che nel testo finale è stato cambiata in «tutela la vita in ogni sua fase» per ottenere il voto bipartisan del Partito democratico.
Il rinvio sulle linee guida non piace nemmeno all´Udc. «I rinvii non cambiano la sostanza delle cose - chiarisce il capo gruppo alla Camera Luca Volontè - Con un blitz compiuto in piena campagna elettorale, che aggira le sentenze amministrative e mortifica la minima decenza parlamentare, il ministro uscente Turco si prepara a emanare le nuove linee guida della 194. Di questo colpo di mano saranno certamente contente le frange antivita ed eugenetiche cui ha sempre dovuto rendere conto». Durissima, invece, la reazione del Pd lombardo. «La posizione della Lombardia è ideologica e pretestuosa - accusano le consigliere regionali Ardemia Oriani e Sara Valmaggi - Il veto sarebbe grave e incomprensibile». Protesta anche Nicoletta Pirotta di Rifondazione comunista: «Il clerico-liberismo di Formigoni tiene sotto scacco la legge nazionale e il diritto di scelta delle donne».
L´ultimo rapporto del ministero della Giustizia definisce ancora «preoccupante» il fenomeno degli aborti clandestini, ma in calo quello degli aborti dei minorenni senza il consenso dei genitori.

giovedì 20 marzo 2008

E' vero, non tolleriamo l'intolleranza

E' vero, non tolleriamo l'intolleranza
di Carlo Flamigni, Armando Massarenti, Maurizio Mori, Angelo Petroni
"Il Sole-24 Ore" domenica 21 luglio 1996

«All'aggettivo laico», in tema di bioetica, «bisognerebbe proprio rinunciare». Così, scrive il presidente del Comitato nazionale per la bioetica, Francesco D'Agostino, reagendo al nostro Manifesto. E tra tutte le reazioni possibili, poiché il nostro titolo era Manifesto di bioetíca laica questa è da ritenersi la più radicale, perché mette in dubbio la sensatezza stessa della nostra iniziativa. Conviene dunque partire da qui, e spiegare perché - anche se non ne faremmo una malattia - all'aggettivo laico, nonostante le critiche che abbiamo ricevuto, non vorremmo rinunciare.
Potremmo in realtà anche mantenerlo così, per capriccio, semplicemente perché ci piace e questa, a dire il vero, ci parrebbe già una scelta difficile da contestare. 0 non è vero che ognuno ha il diritto di attribuire a se stesso gli aggettivi che preferisce?
Ma non è con tale frivolezza che ci siamo imbarcati in questa avventura. Avremmo scelto cose ben più divertenti per occupare il nostro tempo. In gioco qui, invece, ci sono questioni assai serie, che riguardano non i gusti personali, nostri o di D'Agostino, ma la sfera pubblica tutta intera, e una serie di decisioni che coinvolgono tutti i cittadini.
E' facendoci carico della drammaticità che comportano le scelte legate alla bioetica che il 9 giugno proponevamo all'attenzione dei lettori alcuni principi assai generali, sui quali anche posizioni assai diverse e lontane potessero convergere. Principi di ispirazione laica, innegabilmente, ma che si porgevamo a un dialogo rivolto anche a coloro che - del tutto legittimamente - nella nostra laicità potevano non riconoscersi.
Eppure, proprio alla luce del dibattito che in effetti siamo riusciti a suscitare, non possiamo fare a meno di chiederci: va bene per il termine laico - del quale in fondo neppure noi faremmo molta fatica a sbarazzarci - ma sarebbe davvero così facile, per coloro che ci invitano a eliminarlo, fare a meno anche dei principi che sotto quell'etichetta avevamo proposto?
In realtà, se a noi l'aggettivo laico tutto sommato continua a piacere è perché racchiude in sé una tale ricchezza semantica da essere perfettamente in grado di riassumere, in maniera assai chiara ed efficace, quale deve essere l'insieme dei prerequisiti e dei valori per la conduzione di qualunque discussione che voglia dirsi «pubblica e democratica».
La laicità in questo senso dotto - come ci suggerisce il cattolico Evandro Agazzi - è «sinonimo di atteggiamento razionale, critico, scevro da pregiudizi dogmatici, aperto al pluralismo, ivi compreso il rispetto per le credenze religiose».
C'è qualcuno, oggi, in Italia, che di fronte a questa definizione può osare non dirsi laico? Può darsi di sì. In ogni caso è proprio questo il senso che noi intendevamo. E infatti scrivevamo, introducendo il Manifesto, che la bioetica è laica nel senso di «antidogmatica, e non necessariamente antireligiosa». E aggiungevamo che, se si guarda alla sua storia, laica e pluralistica la bioetica lo è nei fatti, e quasi per definizione: «per la natura stessa dei problemi, spinosissimi , di cui si occupa».
Facciamo un esempio. Quello, davvero esplosivo, che ci è capitato tra le mani in queste settimane: il problema cosiddetto della «identità e dello statuto dell'embrione umano» sul quale il Comitato nazionale è intervenuto con un documento che dovrebbe servire da base per la futura legislazione in materia di fecondazione assistita e di sperimentazione, e che è stato subito utilizzato - al di là dei compiti e delle intenzioni esplicite del Comitato - per riproporre il problema della liceità giuridica dell'aborto.
La domanda fondamentale è: l'embrione è o non è una persona? Basta guardare alla letteratura internazionale sull'argomento (normalmente meno inquinata da pregiudizi rispetto a quella italiana), per vedere che di fronte a tale domanda si presentano sistematicamente almeno due soluzioni. Quella di chi argomenta che l'embrione non è e non può essere considerato una persona; e quella di chi, con una argomentazione che ritiene altrettanto conclusiva, sostiene che invece lo sia. Le argomentazioni degli uni si contrappongono alle argomentazioni degli altri, senza possibilità di conciliazione; esse sono conclusive solo nella mente di chi le propone, dal momento che gli altri non ne vengono affatto convinti (naturalmente il ragionamento vale a maggior ragione per le argomentazioni che non pretendono di essere conclusive, ma ragionevoli o persuasive, come piace ad esempio a D'Agostino). E allora, come comportarsi?
Qualcuno potrà sostenere che non possiamo escludere di poter trovare, un giorno, una teoria generale in grado dì conciliarle, o un'argomentazione che costringa l'avversario ad ammettere di avere torto. Così ragionano coloro che credono in una «morale a vocazione universale», come l'abbiamo chiamata nel Manifesto (Mario Cattaneo, nel suo intervento dice di credere proprio in questo); e coloro che hanno una grandissima fiducia nella ragione (come numerosi tomisti, tra cui Vittorio Possenti, e non pochi laici). Di fatto, però, una tale argomentazione conclusivaper ora non esiste e c'è anche chi è convinto che nessuno riuscirà mai a produrla.
Restano due soluzioni: o si costringe l'avversario ad accettare la propria posizione (ma qui la forza cui affidarsi non è più quella delle argomentazioni, bensì quella fisica o quella coercitiva di una legge autoritaria); oppure si accetta l'idea che le due posizioni siano entrambe legittime.
Si riconosce, in altri termini, che esse sono fondate su valori inconciliabili, ma che nessuno di tali valori, solo per il fatto di essere in conflitto con l'altro, debba essere estromesso dalla sfera della moralità.
Ebbene, dovrebbe essere chiaro che i principi del nostro Manifesto- almeno quelli centrali, dell'autonomia della persona e del pluralismo, attorno a cui ruota tutto il resto - fanno da sfondo a questa seconda soluzione. Tradotti in soldoni essi implicano l'idea che la legislazione non dovrebbe mai dare l'ultima parola a uno dei contendenti in lizza, ma dovrebbe cercare di contemperare le diverse esigenze e valori, evitando il più possibile i danni materiali e sociali. Il riferimento alla legislazione, e alla necessità di orientarla in senso pluralistico e non autoritario, aggiunge un'ulteriore sfumatura semantica alla nostra laicità e al senso che vogliamo darle. Una laicità che è storicamente incorporata nelle giurisdizioni moderne, fondate sulla separazione tra la religione e lo Stato. Uno Stato che, come ci suggerisce Guido Alpa, non deve essere né «etico» né «totalitario» né «confessionale». Il che non impedisce affatto, anzi dovrebbe incoraggiare - come suggeriva Tocqueville - il diffondersi di un autentico sentimento religioso.
E con questo speriamo di aver spiegato anche ai sordi e ai ciechi che cosa intendevamo per laico. Che non si contrappone a religioso, ma a dogmatico. Né il nostro ragionamento etsi deus non daretur è volto a impedire che ognuno persegua liberamente le proprie convinzioni religiose. Che vanno fatte valere durante la discussione pubblica, a patto soltanto che riescano a tener conto anche di quelle degli altri.
Laddove, nel Manifesto, si può percepire una contrapposizione tra la nostra visione laica e le visioni religiose, ci si riferisce in realtà solo alle componenti dogmatiche del pensiero religioso. Un dogmatismo da cui non sono aliene neppure certe forme di laicismo estremo, dominate da un culto religioso per la scienza, che siamo pronti a condannare con la stessa convinzione.
Siamo ben consapevoli che la dimensione religiosa non può essere eliminata a piacere dalla vita dell'uomo e «la apprezziamo - come scriviamo nel Manifesto - per quanto può contribuire alla formazione di una coscienza etica diffusa». Cerchiamo però anche di prendere sul serio la «varietà dell'esperienza religiosa», per dirla con Wiliam James, e il fatto che dall'inevitabile ammissione della varietà delle visioni del mondo - laiche o religiose che siano - deriva la necessità di richiamarsi ai principi laici e pluralisti. Per questo ci riferiamo esplicitamente alla pluralità delle etiche laiche e alla pluralità delle etiche religiose. Chi ci fa osservare che non esiste un'etica laica opposta a un'etica religiosa , dunque, sfonda una porta aperta.
Tuttavia una ragione seria per sconsigliare l'uso del termine laico c'è, ed è quella suggerita da Agazzi. «Nel contesto della cultura italiana - scrive - esso ha un significato corrente di sapore polemico: laico è il contrario di cattolico, e serve a indicare una parte, un campo, un'area, che si definisce per contrapposizione, appunto, alla parte, al campo, all'area cattolica». Questo significato contrappositivo, polemico, è un'estensione tutta italiana del senso dotto del termine laico, ed è dovuto essenzialmente al monopolio culturale in campo - morale esercitato a lungo dalla Chiesa in questo Paese.
Di questo significato polemico bisognava dunque tener conto. Ed è quello che abbiamo fatto. Ma per evitare la solita, futile, anacronistica, contrapposizione abbiamo dichiarato fin dall'inizio il nostro intento di «avvicinare due mondi - quello laico e quello cattolico che, in Italia, rischiano continuamente di fraintendersi». E' vero che qui il termine è usato nel senso contrappositivo: ma lo scopo è quello di indicare una contrapposizione che noi vorremmo fosse superata, non certo di fomentarla!
Il fatto che il termine laico significhi anche, in negativo, «anti-cattolico» non ci pare un buon motivo per sbarazzarsi completamente del termine e della ricchezza di significati, del tutto positivi, che per altro verso esso esprime. E sono appunto i principi e valori espressi in positivo, i quali non hanno alcun bisogno di contrapporsi ad altri, quelli su cui chiedevamo di confrontarci. Non è colpa nostra se ci è stato risposto, in non pochi casi, con la più trita delle contrapposizioni. Segno che, ancora oggi, il semplice uso della parola laico, fa scattare la paura della perdita del monopolio. Vi è dunque una tendenza, da parte dei nostri critici, e non certo nostra, a mettere l'accento sul significato negativo polemico del termine e a trascurare quelli positivi.
Manifesto di bioetica pluralista, o liberale, o civile: queste sono le alternative che ci sono state suggerite dai nostri critici e simpatizzanti come più adatte a evitare inutili scontri. E sono suggerimenti ottimi, che non modificherebbero di una virgola i nostri contenuti. Tuttavia, temiamo che qualunque aggettivazione avrebbe finito con l'assumere, per certe persone un senso contrappositivo suscitando una reazione del tipo: volete forse insinuare che noi non siamo pluralisti, liberali, o civili?
Insomma non se ne esce. O meglio, se ne esce, semplicemente evitando di prendere troppo sul serio il problema della contrapposizione e assumendo che inevitabilmente qualcuno si sarebbe, appunto, e del tutto legittimamente, contrapposto. Il che non è affatto un male, perché sono proprio le ragioni di chi si pone in aperto contrasto quelle che meritano la maggiore attenzione. Anche quando tali ragioni sono mescolate inestricabìlmente a una serie di colpi bassi volti a screditare moralmente l'avversario. Particolarmente scorrette abbiamo trovato certe armi usate dal Centro di bioetica dell'Università Cattolica, che, per esempio, in un documento pubblicato su Internet afferma che chi ammette la liceità della sperimentazione sull'embrione supera «un limite etico che per chiunque abbia onestà intellettuale è invalicabile».
Ancor più gravi sono le affermazioni di Angelo Fiori, che in un'editoriale della rivista «Medicina e morale» accusa i laici, genericamente, di pretendere autonomia dalle gerarchie religiose ma non certo da «altre potenti forze». «E' infatti sempre più evidente - scrive Fiori - lo stato di asservimento di certe posizioni, definite laiche, a ben precise ideologie filosofiche e politiche», oltre che «da lobbies che comprendono industrie».
Tutto ciò viola palesemente le basi minime dell'«etica del discorso» e della discussione pubblica. Ma che si vuole? Si tratta solo di fragili basi laiche, dunque possono essere impunemente violate! L'attacco più deciso ai contenuti del Manifesto è venuto proprio dal Centro della Cattolica, con un articolo firmato dal direttore Monsignor Elio Sgreccia e da Angelo Fiori, Adriano Pessina e Antonio G. Spagnolo. L'accusa nei nostri confronti è di vetero-positivismo-comtiano: «l'immagine ottimistica del sapere scientifico e dei suoi inarrestabili progressi, che trasuda da ogni riga di quello scritto, poteva formularla soltanto chi era nato prima di Hiroshima e Auschwitz, non aveva letto niente di Popper e Feyerabend e non era venuto a conoscenza degli esperimenti sugli esseri umani che hanno dato inizio alla complessa vicenda della riflessione bioetica».
Non è facile scomporre una per una tutte le imprecisioni e gli errori, storici e concettuali, che «trasudano» da questa piccola frase (o in realtà da tutto l'articolo). Proviamo almeno a indicarne alcuni.
Quanto al progresso, nel Manifesto è ben vero che esso è considerato «un valore etico fondamentale», perché è «soprattutto dal progresso della conoscenza che deriva la diminuzione della sofferenza umana». Questo significa, per inciso, che noi non attribuiamo alla sofferenza un particolare valore morale. Ma poco più avanti precisiamo anche che «non pensiamo, naturalmente, che il progresso in quanto tale sia automatico, né che sia garantito o inarrestabile. Ma proprio per questa ragione insistiamo sulla capacità degli uomini di giudicare, volta per volta, in che senso certi cambiamenti possano essere interpretati come effettivi miglioramenti e altri invece no, in un processo in cui l'analisi concettuale e la ragion critica svolgono un ruolo determinante».
E' questo un ragionamento da positivisti? I positivisti ottocenteschi, peraltro, come ci ricorda Carlo Augusto Viano, erano «ottime persone, magari un pò ingenue, ma molto meno bieche della media degli idealisti».
Speriamo che questo passo, che forse era loro sfuggito, tranquillizzi anche il «teologo dogmatico» Bruno Forte e l'epistemologo libertario Giulio Giorello che, nel loro scritto a quattro mani, ci dipingono come ingannati dagli «idoli della certezza» e pervasi da un'«ideologia scientista». E' davvero impressionante vedere come certi studiosi diventino maestri del dubbio quando devono replicare agli altri, mentre in proprio sostengono tesi monolitiche e incontrovertibili. Questo non vale per Giorello, il quale però mettendo giustamente in rilievo il carattere non definitivo delle conoscenze scientifiche rischia di gettarsi tra le braccia dell'autorità religiosa. Vista la sete di verità definitive ancora presente nell'opinione pubblica, se non può darcele la scienza, perché non potrebbe ritornare a fornircele il dogmatismo religioso?
Il passo sopra ricordato dovrebbe servire a spazzare via anche il poco pertinente riferimento a Hiroshima e ad Auschwitz. Non è certo a causa delle conoscenze scientifiche che gli uomini si ammazzano tra loro. Lo fanno anche a colpi di macete. Le affermazioni di Forte-Giorello assomigliano a quelle di D'Agostino sul dominio della tecnica e sulla necessità di una sua «risemantizzazione». Tutti sembrano condividere un'idea della scienza assai generale e astratta, che non discende da quello che la scienza è, ma da come heideggerianamente la «metafisica occidentale» la definisce. In realtà sono invece proprio gli scienziati, o almeno i migliori tra loro, ad essere coscienti dei limiti delle proprie conoscenze. Infine, se è vero che non solo la conoscenza, ma anche l'«amore» e la «compassione», possono lenire alcune sofferenze, è anche vero che anche queste producono i loro effetti perversi. Senza contare che c'è molta gente che non sopporta di essere compatita, o che non vuole suo malgrado essere amata da persone di cui non ha particolare stima.
Quanto a Popper e Feyerabend, nessuno dei due grandi epistemologi ha mai negato che, nell'impresa scientifica si abbia «crescita della conoscenza» - e dunque progresso. Semmai negavano che il progresso fosse banalmente cumulativo. La visione della scienza e della morale da noi sostenuta, del resto, si ispira proprio al loro fallibilismo, anche se nello spazio breve di un Manifesto, questo elemento forse non traspare a sufficienza: noi comunque sosteniamo apertamente che le società non sono immobili, che i valori e le conoscenze mutano continuamente, e che tali mutamenti non sono necessariamente dei progressi.
Inoltre sosteniamo che, proprio in forza del nostro fallibilismo, nessuno può avere il monopolio della verità. «L'amore della verità non tollera che esistano autorità superiori che fissino dall'esterno quel che è lecito e quel che non è lecito conoscere». Quel non tollera non è un lapsus freudiano, come dicono bonariamente Sgreccia e gli altri. Noi riteniamo davvero aberrante, e non tolleriamo l'idea, con cui ci rispondono, secondo cui: «L'autorità superiore che può autolimitare la nostra attività di ricerca è proprio quella verità, che non è certo esteriore, che dice chi è l'uomo e quale posto occupa nell'universo».
Ammettere l'esistenza di una tale verità astratta, di contro alle singole verità concrete cui invece noi facciamo riferimento, e collegarla a un'«autorità superiore» che ci «autolimita»... Un'autorità superiore, e dunque esterna, che ci autolimita? Questo sì che è un lapsus. E come la dice lunga su quanto siamo distanti sulla questione dell'autonomia delle persone!
Quanto agli «esperimenti sugli esseri umani», salvo alcuni casi eclatanti e sicuramente condannabili, non costituiscono affatto uno scandalo. Avvengono e sono regolamentati da molto tempo prima della nascita della bioetica.
«La sperimentazione su esseri umani - scrive per esempio Evandro Agazzi, nell'articolo che ha scritto per «Il Sole-24 Ore» come relatore dello statuto sull'embrione del Comitato nazionale per la bioetica - è da oltre un secolo un mezzo per far progredire la medicina e la biologia, ma essa é notoriamente regolata e limitata da una serie di norme comunemente accettate, e queste, se l'embrione deve essere trattato come una persona, non possono essere violate neppure nel suo caso». Il che significa, per inciso, che la sperimentazione sugli embrioni non è vietata, ma deve essere sottoposta a regole e limiti adeguati.
Ma è proprio sulla questione dell'embrione umano che Sgreccia (che insieme ad altri 15 componenti del Comitato nazionale ha firmato una dichiarazione in cui, di fatto, si dissocia dal documento generale scritto da Agazzi e prima votato all'unanimità) prende posizioni che a partire dai nostri principi sono inaccettabili. Egli infatti pretende di trarre la conclusione filosofica che l'embrione è una persona, con tutte le conseguenze morali che questo comporta, a partire da conoscenze biologiche che ritiene incontrovertibili. Bella coerenza, da parte di chi, pochi giorni prima, ci accusava dì positivismo!
Sgreccia si affida interamente all'autorità della scienza (laddove noi invece propugnamo apertamente il controllo democratico della medesima), commettendo un errore che neppure il più estremista dei laicisti, commetterebbe: pretendere di ricavare conclusioni di carattere etico immediatamente da conoscenze scientifiche, e di fondare così una morale assoluta che si pone al di là di ogni discussione e di ogni dialogo democratico.
Di fronte a posizioni di tale dogmatismo e intolleranza - che ci auguriamo minoritarie nel nostro Paese - noi laici, pluralisti, liberali, ma anche solo persone civili, tra le quali annoveriamo la maggior parte dei credenti, riteniamo che contrapporci, non solo non sia un problema, ma sia, anzi un dovere.

Manifesto di Bioetica Laica (1996)


Manifesto di Bioetica Laica (1996)
di Carlo Flamigni, Armando Massarenti, Maurizio Mori, Angelo Petroni.

Premessa

L'evoluzione delle conoscenze teoriche e delle possibilità tecnologiche nel campo biologico e medico ha sollevato opportunità e problemi che non hanno precedenti nella storia dell'umanità. Se infatti la rivoluzione scientifica e tecnologica dell'era moderna ha permesso all'uomo di modificare radicalmente la natura che lo circonda, la rivoluzione biologica e medica dischiude la possibilità che egli intervenga sulla propria natura. Non ci si deve meravigliare che la 'seconda rivoluzione scientifica' porti con sé attese e timori altrettanto grandi di quelli che accompagnarono la nascita della scienza e del mondo moderno. Ed è verosimile che attese e timori si faranno man mano maggiori quanto più tra l'opinione pubblica avanzerà la percezione di quanto le nuove conoscenze scientifiche possono influire sulle vite dei singoli e sulla società nel suo insieme.

Principi e fatti

Noi reputiamo essenziale che questa nuova rivoluzione scientifica non debba essere accompagnata dallo stesso atteggiamento ideologico che ostacolò la formazione della visione scientifica nel mondo dell'età moderna. Proprio perché la nuova rivoluzione scientifica tocca la natura dell'uomo ben più profondamente di quanto non abbia fatto la prima, se essa dovesse venire a essere oggetto di disputa e opposizioni derivanti da pregiudizi ideologici le conseguenze sarebbero nefaste.

Da parte di coloro che aderiscono a una visione religiosa della natura e dell'uomo, viene spesso rimproverato ai laici di non avere principi morali che non siano una acritica adesione alla scienza e ai suoi progressi. Viene rimproverato loro di aderire a un positivismo morale che identifica sempre e comunque il 'dover essere' della morale con il mero 'essere' della scienza e della tecnica. Viene rimproverato loro di non avere altri principi al di fuori dei fatti.

Noi reputiamo che tutto ciò non corrisponda a verità. La visione laica del progresso delle conoscenze biologiche e delle pratiche mediche è fondata su principi etici saldi e chiaramente riconoscibili. Nel proporsi all'opinione pubblica, in alternativa alle visioni religiose, essa non oppone fatti a principi, ma principi a principi.

Principi e conoscenza

I primi principi della visione laica riguardano la natura della conoscenza e del suo progresso.

In primo luogo, diversamente da quanto fanno la gran parte delle etiche fondate su principi religiosi, la visione laica considera che il progresso della conoscenza sia esso stesso un valore etico fondamentale. L'amore della verità è uno dei tratti più profondamente umani, e non tollera che esistano autorità superiori che fissino dall'esterno quel che è lecito e quel che non è lecito conoscere.

In secondo luogo la visione laica vede l'uomo come parte della natura, non come opposto alla natura. Essendo parte della natura, egli può interagire con essa, conoscendola e modificandola nel rispetto degli equilibri e dei legami che lo uniscono alle altre specie viventi.

In terzo luogo, la visione laica vede nel progresso della conoscenza la fonte principale del progresso dell'umanità, perché è soprattutto dalla conoscenza che deriva la diminuzione della sofferenza umana. Ogni limitazione della ricerca scientifica imposta nel nome dei pregiudizi che questa potrebbe comportare per l'uomo equivale in realtà a perpetuare sofferenze che potrebbero essere evitate.

Questi tre principi sono particolarmente rilevanti per quanto riguarda il progresso delle conoscenze nella genetica umana e nelle terapie genetiche. Voler conoscere quel che costituisce la propria natura biologica, fino ai componenti ultimi, non è ybris, ma è espressione dello stesso amore di conoscenza che spinge l'uomo a conoscere tutta la natura.

Principi e applicazioni

Al contrario di coloro che divinizzano la natura, dichiarandola un qualcosa di sacro e di intoccabile, i laici sanno che il confine tra quel che naturale e quel che non lo è dipende dai valori e dalle decisioni degli uomini. Nulla è più culturale dell'idea di natura. Nel momento in cui le tecnologie biomediche allargano l'orizzonte di quel che è fattualmente possibile, i criteri per determinare ciò che è lecito e ciò che non lo è non possono in alcun modo derivare da una pretesa distinzione tra ciò che sarebbe naturale e ciò che naturale non sarebbe. Essi possono soltanto derivare da principi espliciti, razionalmente giustificati in base a come essi riescono a guidare l'azione umana a beneficio di tutti gli uomini.

Se è vero che gli uomini hanno sentimenti morali radicati in secoli, e se è vero che questi vanno rispettati perché svolgono un ruolo fondamentale per la vita sociale, non è però men vero che le intuizioni e le regole morali sono in perenne evoluzione. Se gli uomini si renderanno conto che modificare quel che era considerato immodificabile può condurre a uno stato di cose migliore, alla diffusione di nuovi diritti, principi o valori, derivati dall'affinamento stesso delle conoscenze e della consapevolezza morale, allora ci si può attendere che essi cambieranno la propria percezione di quel che è lecito fare.

Il cambiamento delle visioni del bene e dei principi morali è un fenomeno che ha sempre caratterizzato le culture. Neppure le società più tradizionaliste ne sono prive. Noi laici pensiamo che i cambiamenti possano essere considerati dei veri e propri progressi. Non pensiamo, tuttavia, che il progresso in quanto tale sia automatico, né che sia garantito o inarrestabile. Ma proprio per questa ragione insistiamo sulla capacità degli uomini di giudicare volta per volta, in che senso certi cambiamenti possano essere interpretati come effettivi miglioramenti e altri invece no, in un processo in cui l'analisi concettuale e la ragion critica svolgono un ruolo determinante.

Il primo dei principi che ispira noi laici è quello dell'autonomia. Ogni individuo ha pari dignità, e non devono esservi autorità superiori che possano arrogarsi il diritto di scegliere per lui tutte quelle questioni che riguardano la sua salute e la sua vita. Questo significa che la sfera delle decisioni individuali in questioni come l'eutanasia, la somministrazione di nuovo farmaci, la sperimentazione di nuove terapie, deve venire allargata al di là di quanto oggi non accada.

Una conseguenza di questo principio è che coloro che più direttamente sono toccati dai progressi delle tecnologie biomediche hanno un diritto prioritario di informazione e di scelta reale. Ciò è particolarmente vero verso le donne, che sono i soggetti primari dei progressi nelle tecnologie riproduttive.

Il secondo principio è quello di garantire il rispetto delle convinzioni religiose dei singoli individui. Noi laici non osteggiamo la dimensione religiosa. La apprezziamo per quanto possa contribuire alla formazione di una coscienza etica diffusa. Quando sono in gioco scelte difficili, come quelle della bioetica, il problema per il laico non è quello di imporre una visione 'superiore', ma di garantire che gli individui possano decidere per proprio conto ponderando i valori talvolta tra loro confliggenti che quelle scelte coinvolgono, evitando di mettere a repentaglio le loro credenze e i loro valori. Questo rispetto per le convinzioni religiose non ci fa tuttavia dimenticare che dalla fede religiosa non derivano di per sé prescrizioni e soluzioni precise alle questioni della bioetica. Vi può essere una discussione e una giustificazione razionale dei principi morali anche senza la fede. Vi può essere una discussione e una giustificazione razionale che parte dai presupposti della fede. Ma non vi può essere alcuna derivazione automatica di una giustificazione razionalmente accettabile a partire dalla sola fede.

Il terzo principio è quello di garantire agli individui una qualità della vita quanto più alta possibile, di contro al principio che fa della mera durata della vita il criterio dominante della terapia medica. Se vi è un senso nella espressione 'rispetto della vita' questo non può risiedere nel separare un concetto astratto di 'vita' dagli individui concreti, che hanno il diritto di vivere e morire con il minimo di sofferenza possibile.

Il quarto principio è quello di garantire a ogni individuo un accesso a cure mediche che siano dello standard più alto possibile, relativamente alla società nella quale egli vive e alle risorse disponibili. Si tratta di una conseguenza di quell'idea di equità che ispira i rapporti sociali nelle democrazie moderne, e che rispetta sia i sentimenti di libertà sia i sentimenti di uguaglianza profondamente diffusi tra i cittadini.

Noi siamo consapevoli che se all'equità non verrà dato un contenuto reale, i progressi delle tecnologie biomediche rischiano di non diventare accessibili ai membri più deboli della società.

Morale e diritto

I principi sopra enunciati si fondano a loro volta su di un assunto implicito: la separazione della sfera morale da quella della fede religiosa. In modo analogo, è proprio della visione laica tenere distinti i piani della morale e del diritto. Per i laici, i principi morali si fondano sull'adesione volontaria da parte degli individui. La loro diffusione deriva dall'accordo consapevole che essi ricevono. Come tali, essi sono diversi dalle norme giuridiche, le quali inevitabilmente vincolano l'individuo in base a sanzioni imposte dall'esterno. Se è infatti vero che laddove non vi è consenso morale è pur necessario che esitano norme giuridiche che evitino quanto possibile il conflitto tra i diversi valori.

Questa distinzione è particolarmente rilevante per l'ambito biomedico. Come ogni altra sfera dell'attività umana, anche questa ha bisogno sia di principi morali che di norme giuridiche. Ma il peso relativo delle una e delle altre è peculiare, e comunque diverso rispetto ad altre sfere, ad esempio quella delle attività economiche.

La differenza essenziale tra i principi morali e norme giuridiche è che i primi danno maggiore spazio alla libertà che non le seconde. Quando ci si trova di fronte ai problemi biomedici, con conoscenze in continua evoluzione e spesso in contraddizione, dove il confine tra conoscenza positiva e valori è tenue, salvaguardare una ampia sfera di libertà di ricercatori e medici è un'esigenza indispensabile. Nessuna applicazione meccanica di norme rigide può produrre risultati positivi in una realtà mobile, in un mondo caratterizzato dal pluralismo culturale e dei valori.

Per queste ragioni noi riteniamo che la legislazione in campo biomedico debba essere guidata dall'idea di lasciare a ogni ricercatore e a ogni medico la più ampia sfera di decisioni autonome compatibile con l'interesse della collettività. La legislazione dovrebbe favorire l'emergere di codici di comportamento come risultato del confronto dentro la comunità scientifica, e tra la comunità scientifica e l'opinione pubblica. Dovrebbero ricorrere alla sanzione formale soltanto in quei casi dove sia dimostrabile che il comportamento del ricercatore o del medico ha recato danno accertabile ad altri individui. La libertà di ricerca deve così coniugarsi con un sempre più forte sentimento di responsabilità dei ricercatori e dei medici nei confronti della società. Soltanto un diffuso sentimento di responsabilità può garantire che la libertà di ricerca non subirà interferenze ingiustificate.

Conclusioni

La società nella quale viviamo è una società complessa. E' una società nella quale convivono visioni diverse dell'uomo, visioni diverse della società, visioni diverse della morale. Per questo è impossibile pensare che in un campo come quello della bioetica, che tocca le concezioni e i sentimenti più profondi dell'uomo, possa esistere un canone morale a vocazione universale.

La visione laica della bioetica non rappresenta una versione secolarizzata delle etiche religiose. Non vuole costituire una nuova ortodossia. Anche tra i laici non vi è accordo unanime su molte questioni specifiche.

La visione laica si differenzia dalla parte preponderante delle visioni religiose in quanto non vuole imporsi a coloro che aderiscono a valori e visioni diverse. Là dove il contrasto è inevitabile, essa cerca di non trasformarlo in conflitto, cerca l'accordo 'locale', evitando le generalizzazioni. Ma l'accettazione del pluralismo non si identifica con il relativismo, come troppo spesso sostengono i critici. La libertà della ricerca, l'autonomia delle persone, l'equità, sono per i laici dei valori irrinunciabili. E sono valori sufficientemente forti da costituire la base di regole di comportamento che sono insieme giusti ed efficaci.

La collina delle ebree velate il burqa non è solo islamico

La Repubblica 20.3.08
La collina delle ebree velate il burqa non è solo islamico
di Alberto Stabile

La rabbanit Keren veste sette lunghi mantelli. Il volto è coperto da stoffa fino agli occhi
La tendenza ha cominciato a diffondersi in Israele malgrado il veto dei rabbini

Gerusalemme. In giro si vedono poco, perché la loro regola prescrive, tra l´altro, di uscire di casa il meno possibile. Ma se decidono di avventurarsi per le strade lo fanno coprendosi dalla testa ai piedi, mani e viso inclusi, con un velo pericolosamente simile a un chador o con un soprabito che potrebbe benissimo essere scambiato per un burqa. Queste però non sono donne iraniane, saudite o afgane soggette alla legge religiosa islamica, ma israelianissime ebree ultra-ortodosse che hanno deciso di portare il precetto della zniuth (modestia) femminile, a nuovi ed estremi livelli, spesso in contrasto con il volere delle famiglie e quasi sempre contro l´opinione dei rabbini.
Il fenomeno ha cominciato a manifestarsi a Beit Shemesh, una delle "capitali" dell´ortodossia arroccata sulle colline della Giudea, tra Gerusalemme e Tel Aviv, dove in un appartamento spoglio, a due piani, sotto il livello della strada, vive la rabbanit (titolo che tradizionalmente serviva ad indicare la moglie del rabbino ma che in questo caso lascia intendere molto di più) Bruria Keren, esperta di medicina alternativa, madre di dieci figli e sacerdotessa della nuova tendenza. Alla base della quale s´intravede un´ideologia che combina l´osservanza più stretta con una forma di femminismo estremo, per cui il corpo di una donna non può essere oggetto di godimento da parte di un uomo, se non per specifica scelta della donna stessa: quindi, in pratica, solo il marito è autorizzato a vedere il volto, o udire la voce, della moglie.
La caratteristica più evidente di questa nuova interpretazione della modestia è ovviamente l´abbigliamento: strati e strati di gonne, fazzoletti, scialli, mantelli e veli, che lasciano scoperti, quando va bene, soltanto gli occhi, per cancellare quanto più possibile il contorno del corpo. Il palmo della mano è coperto fino alla radice delle dita, le calze sono di cotone spesso e le scarpe hanno una suola anti-rumore, perché possano muoversi senza essere udite. Secondo una descrizione comparsa su Ma´ariv, la rabbanit Keren veste dieci gonne di tessuto spesso, sette lunghi mantelli, cinque fazzoletti annodati sotto il mento e tre dietro la nuca ed ha il volto coperto da una pezza di stoffa, da cui sbucano gli occhi. Tutta questa montagna di vestiti è a sua volta coperta da alcuni veli più leggeri, che le scendono dalla cima della testa fino ai piedi.
Naturalmente le regole autoimposte non riguardano soltanto il vestiario: parlare poco (e mai con uomini) e pregare molto (soprattutto, recitare i salmi), uscire il meno possibile di casa, evitare i trasporti pubblici e viaggiare in taxi solo se l´autista è una donna e infine mangiare sano, preferibilmente macrobiotico.
La rabbanit stessa che a detta delle sue seguaci possiede una personalità magnetica e un marito-ombra, non esce quasi mai di casa. Occupandosi professionalmente di medicina alternativa, non ha bisogno di uscire per lavorare e riceve le sue pazienti in casa. In casa dà pure un´unica lezione settimanale alle sue fedeli e per il resto cerca di non parlare più di quattro ore alla settimana, comunicando, quando è necessario, per mezzo di bigliettini o con le mani. La maggioranza della giornata la passa in «digiuno della parola» e in preghiera. Le sue fedeli dicono che in queste ore la rabbanit «acchiappa gli angeli».
Inizialmente, a seguire l´esempio di Bruria erano state soltanto poche giovani donne fra i 20 e i 30 anni, ma presto la nuova maniera d´intendere la decenza femminile, o forse soltanto l´illusione di potersi nascondere al mondo, ha cominciato a diffondersi in maniera sorprendentemente veloce, valicando i confini di Beit Shemesh per manifestarsi nei maggiori centri ultraortodossi del paese, inclusa la storica roccaforte degli haredim, il quartiere di Meah Sharim, a Gerusalemme. Motivo per cui non è più raro incontrare una donna ultraortodossa che, anziché indossare la parrucca, la gonna nera fino alle caviglie e le pesanti calzamaglie, ma a viso scoperto, vada in giro avvolta in una specie di chador che tiene fermo con una mano per coprirsi la faccia mentre con l´altra spinge un passeggino.
Molte di loro vivono della vendita di prodotti naturali e macrobiotici, perché - come spiega una delle allieve di Bruria Keren - «la correlazione fra alimentazione sana e modestia è molto stretta e più che ovvia: le donne modeste sono pulite dentro e fuori. Le figlie d´Israele sono figlie di re, e non è opportuno che vengano osservate. Non sono un pomodoro marcio, che chiunque passa per strada è autorizzato a guardare che cosa abbia o che cosa non abbia».
Di tutto questo, probabilmente, non si sarebbe mai parlato se non ci fosse stata una causa di divorzio, intentata da un marito molto insoddisfatto dell´andamento della famiglia, dopo che la moglie era diventata una delle seguaci della rabbanit: la casa a catafascio, i dieci figli abbandonati a loro stessi perché la mamma era occupata a pregare e non comunicava più con loro, le figlie tenute a casa da scuola per svolgere tutte quelle funzione che la madre non svolgeva, non volendo più uscire di casa. Alla fine, la donna si è presentata davanti al tribunale rabbinico completamente coperta da un velo nero, e guidata per mano da una delle figlie. Avendo risposto con un rifiuto alla richiesta della corte di togliersi il velo («Solo mio marito può vedermi in faccia»), il tribunale rabbinico alla fine ha disposto per il divorzio e le ha sottratto la custodia dei figli minori. La donna ha fatto ricorso alla Corte Suprema (laica: ed così che la cosa si è saputa) che ha confermato la sentenza del tribunale rabbinico.
Nel frattempo però la donna è scomparsa con i figli più piccoli, trovando probabilmente rifugio in una qualche comunità ultra-ortodossa.

mercoledì 19 marzo 2008

Pressing della Cei sui cattolici: votate chi è per la "vita" e la famiglia

Pressing della Cei sui cattolici: votate chi è per la "vita" e la famiglia
Liberazione del 19 marzo 2008, pag. 6

di Fulvio Fania
Meglio, per i vescovi, non tifare direttamente per un partito. Ma decisivo avvertire gli elettori cattolici che ci sono argomenti su cui liste e candidati devono passare il test dei "valori irrinunciabili" e perfino delle proposte sul fisco per la famiglia.
Monsignor Giuseppe Betori, segretario della Cei, conferma che l'episcopato si atterrà alla cosiddetta linea del «non coinvolgimento» elettorale. Non dirà cioè quale lista preferisce. Ribadisce invece «quei valori che ogni politico cattolico, candidato o eletto, dovrà considerare intangibili in ogni momento» per scongiurare il rischio di «scelte politiche e legislative che contraddicono fondamentali valori antropologici». La pace e la giustizia nel mondo, certamente, ma sempre inseparabili dalla "difesa della vita" e della famiglia fondata sul matrimonio. Il no all'aborto resta in prima linea. In alternativa alle interruzioni di gravidanza il segretario Cei ripropone addirittura una forma modernizzata dell'antica "ruota" per i neonati abbandonati. Ma come potrà l'elettore cattolico valutare se i diversi partiti ubbidiranno davvero ai desideri ecclesiastici? «Ciascuno - risponde Betori - dovrà soppesare il programma e la globalità delle persone» candidate. E con questo suggerimento il segretario Cei, forse perché tirato dalla domanda, regala un sospiro di sollievo al partito di Veltroni in cui la radicale Bonino potrà venire «soppesata» con l'opusdeina Binetti. Tutto questo accade perché un sistema elettorale «oligarchico» impedisce di esprimere le preferenze. «Sarebbe auspicabile - aggiunge con insolita veemenza Betori - che il nuovo Parlamento restituisse democrazia ai cittadini» riformando il metodo di scelta. Tuttavia - domandiamo - nelle condizioni attuali la Cei è soddisfatta del peso dei cattolici nei vari partiti o lo ritiene insufficiente? Betori si tiene alla larga da giudizi del genere. «Avrei preferito che fossero tutti cattolici», ci dice tra il serio e il faceto negandoci altri commenti, fosse pure soltanto una carezza alla lista Udc-Rosa bianca che candida Cuffaro e per questo si merita altri rimbrotti da Famiglia cristiana . Il settimanale paolino attacca infatti quasi tutti: Berlusconi che con le sue promesse «non incanta più nessuno» e Veltroni che propaganda «un sussidiario dei sogni». Betori, tempo fa, interrogato circa la eventuale candidatura di persone condannate aveva risposto che ognuno ha diritto alla presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. E adesso? «Non mi dissi favorevole ad una candidatura Cuffaro - ci risponde - la valutazione se candidare o meno è infatti argomento strettamente politico». I vescovi si preparano già al dopo-voto. Che il cardinale Angelo Bagnasco, nella relazione all'ultimo Consiglio permanente Cei, si fosse augurato un governo di larghe intese, secondo Betori, è un'invenzione dei giornali. Il presidente dell'episcopato ha solo proposto una «spinta convergente» tra opposizioni e governo per far fronte al «problema della spesa» che affligge gli italiani. Per il resto la Cei punta piuttosto sulle nuove "reti" del laicato cattolico. I vescovi plaudono in particolare al Forum delle famiglie. Con la sua campagna per un fisco "familiare" ha unito tutte le associazioni cattoliche e ha chiesto ai vari candidati di pronunciarsi sulla proposta di deduzioni fiscali. Metodo lobby. Esistono già altre due aggregazioni dello stesso tipo: Retinopera e Scienza & vita. Betori vorrebbe estenderle anche ai campi dell'educazione e della sanità. E qui la Cei batte cassa per le cliniche cattoliche lamentando una «perdurante diffidenza verso le strutture ecclesiastiche» che sarebbero le «ultime» a ricevere finaziamenti pubblici. Insomma, la Chiesa chiede soldi per la sanità gestita dai religiosi, che è già afflitta dal calo delle vocazioni. Un medico del Gaslini di Genova, ospedale presieduto dal cardinal Bagnasco, è stato accusato di praticare aborti a pagamento e si è suicidato. Effetto campagna "per la vita"? Betori reagisce duramente: «No, è la conseguenza di una mentalità abortista». Nel frattempo la Cei annuncia una lettera ai non credenti «cercatori di Dio» mentre incasella le "Settimane sociali", appuntamento caro al cattolicesimo popolare, nella più fidata cornice del comitato per il Progetto culturale, il nuovo organismo che farà restare in sella Ruini ancora per cinque anni.

La Cei precetta il voto cattolico contro donne, gay e unioni civili

La Cei precetta il voto cattolico contro donne, gay e unioni civili

Liberazione del 19 marzo 2008, pag. 1

di Anubi D'Avossa Lussurgiu
Ieri il consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana ha diramato un comunicato. Vi si legge che, non potendosi certo ammettere una «diaspora culturale dei cattolici», essi debbono adoprarsi contro il «rischio di scelte politiche e legislative che contraddicono fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell'essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana in tutte le sue fasi e alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio». Precisamente «evitando di introdurre nell'ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla».
Dunque, i vescovi di Santa Romana Chiesa Cattolica e Apostolica hanno trovato il modo di rivendicare in piena campagna elettorale il blocco di ogni riconoscimento delle unioni di fatto. E non sfugge all'indirizzo lanciato dai vescovi all'elettorato l'insieme di questioni che vanno sotto l'apodittico titolo di «tutela della vita umana», così rivendicando altri ostruzionismi ottenuti nel Parlamento uscente (e nel governo): come quelli che hanno bloccato ogni iniziativa di superamento della legge 40 sulla "procreazione assisistita" e ogni accenno di testamento biologico.
Né si frena l'offensiva reazionaria contro la libertà delle donne, a partire da quella di scelta sulla maternità. Al punto che il segretario generale della Cei monsignor Giuseppe Betori ha elargito questa luminosa sentenza: «Il no netto all'aborto da sempre ha fatto la differenza, per i cristiani, rispetto alla società». Addirittura «dal primo secolo». E pensare si credeva una certa differenza «rispetto alla società» l'avessero stabilitea piuttosto le Beatitudini di Gesù di Nazareth...
Ma Betori fa sul serio e giunge a citare «le ruote» dei conventi dove si accoglievano i neonati delle madri povere e/o "reiette": per lui «hanno espresso e possono esprimere ancora oggi un modo per venire incontro alle esigenze delle donne». Esigenze che, evidentemente, sono ben chiare al sacerdozio maschile cattolico.
Tutto questo, però, è servito al monsignore ad uno scopo ben più prosaico. Poter dire cioè che la Curia dubita che «il problema dell'aborto possa essere risolto solo in chiave sociale, sia con una legge, sia attraverso espressioni politiche». E che però «tutto può essere d'aiuto per pronunciare un no all'aborto, in questo momento». Pur velata e vescovilmente paludata, è finalmente giunta l'agognata benedizione attesa da Giuliano Ferrara per la sua lista.
Ora: visto che notoriamente l'ingerenza delle gerarchie d'oltretevere nelle decisioni della Repubblica è uno «spettro» del «vetero-laicismo», ci si dovrà pur stupire della spettralità della politica dominante. Perché solo silenzi e plausi sono venuti, oltre che dall'Udc, sia dal Pdl sia dal Pd. Ad allarmarsi, oltre il solito e meritevole Grillini, è solo la sinistra: con il solo segretario del Prc, Franco Giordano, a parlare di «precettazione» del «mondo cattolico» e di «tentativo di condizionare pesantemente le scelte dello Stato laico». Che per gli altri, forse, non merita più di un Amen.

martedì 18 marzo 2008

Lo ha detto Hume: fede e ragione non stanno insieme

La Repubblica 18.3.07
Lo ha detto Hume: fede e ragione non stanno insieme
di Paolo Flores D'Arcais

Due anni fa, nel maggio del 2006, il cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, e Paolo Flores d´Arcais, filosofo e direttore di MicroMega, furono invitati dal direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis, a confrontarsi su un tema delicatissimo: «Ateismo della ragione o ragioni della fede?». I contenuti di quel dibattito, compresi gli interventi che poi seguirono dal pubblico, sono stati raccolti in un libro che esce domani, Dio? Ateismo della ragione e ragioni della fede (Marsilio, pagg. 92, euro 7,90). Il volume riproduce il dibattito serrato fra i due interlocutori, un dibattito nel quale a viso aperto e con molta nitidezza Flores espone i motivi per cui fede e ragione siano da considerarsi inconciliabili, Scola, dal canto suo, ribatte richiamando all´attenzione l´enciclica di Giovanni Paolo II intitolata, appunto, Fides et ratio.
Il cardinale Scola è dal 2002 Patriarca di Venezia, è laureato in filosofia e teologia e vanta una ricca bibliografia. Fra gli altri, vanno ricordati La persona umana. Manuale di Antropologia Teologica, Gesù destino dell´uomo, Uomo-donna. Il "caso serio" dell´amore, Chi è la Chiesa, Una nuova laicità. Temi per una società plurale, Il Valore dell´uomo. Tra i libri di Flores si possono ricordare Etica senza fede, Il sovrano e il dissidente, Hannah Arendt e Dio esiste?

Il non credente raramente espone in modo esplicito le ragioni dell´ateismo. Le ragioni, nel senso forte del termine. La convinzione, meditata e criticamente radicata, che per fare filosofia, oltre che per fare scienza, l´ateismo sia una sorta di pre-condizione ineludibile.
L´ateismo metodologico, almeno. Ma talvolta, forse, qualcosa di più. Questa convinzione in genere viene sottaciuta. E tale ipocrisia nasce dal timore che proclamare apertamente l´incompatibilità di fede e ragione (di cui l´ateo è però fermamente convinto), del carattere cioè inguaribilmente irrazionale della fede – non solo di quella cattolica, ma oggi di questa soprattutto ci occupiamo –, possa suonare offensivo nei confronti dell´interlocutore. (...)
Sia chiaro, io non lamento questa ipocrisia come debolezza del non credente nei suoi sforzi di convincere l´interlocutore. L´ateo, infatti, non ha alcuna pulsione a convertire il credente, a fargli perdere la fede. E non ha tale pulsione proprio a cagione del suo ateismo. Ateismo, infatti, non significa nulla più della convinzione che tutto si gioca qui, nell´orizzonte finito della nostra esistenza. Ma se tutto si gioca qui, nel tempo incerto ma irrimediabilmente finito della nostra esistenza, e conta solo, dunque, quanto qui verrà realizzato, cioè i valori che si esprimeranno nel nostro agire, per l´ateo è assolutamente secondario che le persone che insieme a lui per questi stessi valori si batteranno lo facciano a partire da ragionamenti di stampo illuministico o perché hanno "fede" nel Vangelo, e dunque hanno preso sul serio il messaggio dalla parte degli ultimi come un dovere di impegno per la giustizia e per l´uguaglianza. (...)
Io credo che David Hume, nei sui Dialoghi sulla religione naturale, abbia smantellato in modo conclusivo le pretese di ogni ragionevolezza nella fede in Dio. In modo definitivo, almeno nel senso che alle sue obiezioni non sono mai state date risposte minimamente convincenti. Hume ha demolito tutte le pretese di dimostrazione di Dio sia delle religioni positive che di un generico deismo o teismo, di una religione "naturale" spesso predicata durante l´Illuminismo – la maggioranza degli illuministi erano in questo senso credenti. Hume, insomma, ha mostrato l´ateismo della ragione (...).
Ma ormai, nel dialogo fra credenti e non credenti, privo ormai di controversia proprio per quella "ipocrisia" che ricordavo all´inizio, da parte cattolica si ignorano le obiezioni che da Hume in poi sono state rivolte alle pretese di ragionevolezza della fede, visto che da parte non credente si fa la stessa cosa.
Io credo, invece, che si debba discutere proprio questa tesi, assolutamente esplicita: Ragione e Fede sono mutualmente incompatibili. Aut fides aut ratio. (...) Quando parliamo di ragione, tutti in genere concordiamo sulla validità degli "accertamenti" scientifici e sull´uso delle regole logiche nel corso di un´argomentazione. Dopo di che, ciascuno di noi attribuirà alla parola "ragione" anche altri significati, ma la validità della scienza+logica credo che costituisca un denominatore comune.
E allora, credo che oggi la filosofia, rovesciando Socrate, ma per restare fedele all´insegnamento socratico, non debba iniziare riconoscendo che "sappiamo di non sapere", ma debba partire piuttosto dal riconoscimento opposto: "sappiamo tutto". Oggi, dire "sappiamo di non sapere " diventa un alibi per non affrontare la realtà. "Sappiamo tutto", perché sappiamo "il nulla e il perché del nostro essere al mondo". In altre parole, sulla base di ricostruzioni scientifiche straordinariamente corroborate, abbiamo ormai avuto risposta alle grandi domande metafisiche del passato: chi siamo, da dove veniamo (e in un certo senso perfino: che cosa possiamo sperare).
Sappiamo come è nato l´universo, come è evoluto, gli infiniti momenti in cui avrebbe potuto evolvere diversamente, e cioè il peso radicale che ha la contingenza, il caso, nelle vicende che hanno segnato l´evoluzione dell´universo. È per caso che a un certo punto è insorta la vita organica, ma avrebbe potuto non nascere mai. Il caso (...) come elemento fondamentale e continuo dell´evoluzione che ha infine messo capo all´uomo.

giovedì 13 marzo 2008

Torna l'era della caccia alle streghe

"Torna l'era della caccia alle streghe"

I poliziotti e il feticidio: la campagna contro la 194 raccoglie i primi frutti

La notizia che arriva dal Policlinico di Napoli, diffusa dall'Udi (Unione donne in Italia), e' uno dei primi frutti che possono raccogliere i seminatori di terrore e promotori di false campagne buoniste per la moratoria sull'aborto. Cosi' accade che mentre una donna e' in sala operatoria per interrompere una gravidanza alla IV settimana espellendo un feto gia' morto, avvenga una irruzione di agenti del Commissariato Arenella. Operazione della Polizia senza mandato, ma con notizia di reato: feticidio. L'operazione e' proseguita con il sequestro del materiale abortivo e della cartella clinica (anonima), nonche' con "richiesta" di testimonianza della vicina di letto.
Purtroppo la notizia e' una sorta di macabra e prevedile conseguenza del clima di vero e proprio terrorismo culturale nei confronti delle "donne assassine" e dei loro "complici" medici.
Cosi' mentre c'e' chi lavora (Giuliano Ferrara) a portare in Parlamento una pattuglia di deputati contro l'aborto, che trovano gia' ampia ospitalita' trasversale, sara' bene lavorare perche' la prossima legislatura trovi anche donne e uomini, credenti o no, che laicamente decidano di fare leggi per i cittadini dello Stato italiano e non per quello Vaticano. E cosi' mentre si chiudono in faccia ai radicali le porte dei partiti cosiddetti democratici, sara' bene che anche i possibili elettori di quei partiti comincino a pensare ai prossimi scenari di un Paese che sta scivolando lentamente verso una sudditanza clericale pericolosa e verso una politica irrazionale e morbosa. (Intervento dell'on Donatella Poretti parlamentare radicale della Rosa nel Pugno, segretaria della Commissione Affari Sociali, membro di Giunta del'Associazione Coscioni)

Fonte: www.lucacoscioni.it del 12-02-2008

Immagine tratta da www.cristianesimo.it

mercoledì 12 marzo 2008

Una assurda indagine per vilipendio alla religione di... stato! un reato che non esiste più

da "il giornale di vicenza", Mercoledì 12 Marzo 2008
IL CASO. Dopo la mostra-scandalo a Marostica
Accusa di vilipendio all’artista Chiurato
L’indagato avrebbe offeso la religione dello Stato esponendo un’effigie di Cristo giudicata blasfema



Lo scorso ottobre la mostra “Sexhibitionism”, con oltre 500 calchi di ceramica raffiguranti seni, sederi, genitali maschili e femminili esposti, oltre ad un Cristo blasfemo e altre opere che richiamano temi religiosi, come un quadro con foglie di marjiuana intitolato “Maria Vergine”. Ora l’iscrizione nel registro degli indagati per il marosticense Marco Chiurato, che nella sua abitazione di via Battisti aveva allestito la mostra.
A inguaiare lo scaligero è la Procura della Repubblica di Bassano. Il sostituto Giovanni Parolin ha aperto un fascicolo a carico di Chiurato in cui si ipotizza il reato di “offese alla religione mediante vilipendio di cose”. Oggetto incriminato è una statua riproducente Cristo con una corona di spine, il seno e un pene eretto coperto da preservativo. Un fatto che aveva scatenato furiose polemiche a Marostica e dintorni, oltre che aver accesso i riflettori sull’attività artistica di Chiurato. Duro era stato l’intervento di mons. abate Renato Tomasi che aveva stigmatizzato l’esposizione parlando letteralmente di “entrata a gamba tesa” nei confronti della fede. A Marostica era stata anche organizzata una via Crucis “riparatoria” alla quale avevano partecipato molti marosticensi, offesi dalla mostra di via Battisti che aveva goduto pure del patrocinio dell’amministrazione cittadina. «Abbiamo concesso il nostro patrocinio - aveva detto il sindaco Alcide Bertazzo - come segno d’incoraggiamento ad un giovane artista locale e perché allegata alla domanda c’era anche la presentazione firmata da un sacerdote diocesano». «Non si può invocare la libertà di espressione “artistica” - si leggeva in una nota pastorale del Vicariato di Marostica diffusa a fine ottobre - per giustificare qualsiasi oltraggio».
«Non volevo offendere nessuno - si era difeso dal canto suo Chiurato -. Intendevo solo rappresentare un’allegoria di Dio che non vuole procreare». Ora però dovrà spiegarlo al magistrato.

martedì 11 marzo 2008

L’ombra di una Seconda Controriforma

Corriere della Sera, 12/12/2005

L’ombra di una Seconda Controriforma
CATTOLICI & LAICI Si rimette in discussione il Concilio Vaticano II. E il mondo politico dimostra solo acquiescenza L’Italia di oggi come quella del Seicento: si rischia il controllo su corpo e coscienza

F ra le cose più istruttive che i lettori del Corriere hanno potuto leggere negli ultimi tempi, c’è stata la lettera (pubblicata lo scorso 29 novembre) con cui monsignor Bernard Fellay, superiore generale della fraternità sacerdotale San Pio X, ha inteso replicare a un intervento di Alberto Melloni (apparso il 22 novembre) sulla riforma della Messa dopo il Concilio di Trento. La Chiesa di Roma - ha sostenuto monsignor Bernard Fellay - potrà rimediare all’attuale crisi delle vocazioni sacerdotali e delle pratiche religiose soltanto se avrà il coraggio di gettare alle ortiche la nuova liturgia elaborata dal Concilio Vaticano II, per ritrovare l’antico tesoro della sua tradizione più genuina: il Messale di Pio V e, con esso, il «respiro dell’eternità» sapientemente raccolto dalla Controriforma cattolica. La prima tentazione sarebbe di liquidare un documento come questo con un’alzata di spalle, non riconoscendovi altro che il rigurgito di un’ecclesiologia tanto superata quanto minoritaria, alla monsignor Lefebvre. Ma questa è una tentazione da vincere. Forse, certe nostalgie per l’età della Controriforma sono diffuse nella Chiesa più di quanto si vorrebbe far credere; e vengono condivise da altissime gerarchie vaticane. E forse, dietro la nostalgia per il passato, sta una visione per il futuro: il progetto di una «Seconda Controriforma». Sicché - per meglio difendersene - gli italiani del 2005 farebbero bene a ripassare un po’ di storia moderna. Autorevoli studiosi hanno dimostrato una significativa evoluzione nella strategia della Chiesa cattolica tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Quando, grazie allo zelo del Sant’Uffizio, il rischio di un contagio protestante in Italia poté dirsi fugato, l’autorità ecclesiastica ritenne giunta l’ora non più dei roghi dei libri o delle carni, ma di una riconquista delle coscienze come dei corpi. Via via che la minaccia ereticale perse d’urgenza, inquisitori e confessori concentrarono i loro sforzi non più sulle idee, ma sui comportamenti dei fedeli traviati: le bestemmie, le superstizioni, l’uso improprio di immagini sacre, l’abuso dei sacramenti, i reati di natura sessuale. Da tribunale dell’eresia, l’Inquisizione si fece tribunale della moralità individuale e collettiva. Due furono gli strumenti di cui la Chiesa della Controriforma seppe attrezzarsi per conseguire lo scopo: l’uno fu la cattedra, l’altro fu il confessionale. La cattedra servì a riconquistare le coscienze. Grazie all’attivismo di nuovi ordini religiosi (soprattutto gli oratoriani e i gesuiti), i chierici rifondarono un rapporto con i laici a partire dalla scuola: rivolgendosi ai bambini. Quel po’ di alfabeto che i semplici imparavano nell’età moderna, lo appresero sui manuali di catechismo, come quello fortunatissimo del cardinale Bellarmino, la Dottrina cristiana breve perché si possa imparare a mente . Il confessionale (un arredo «inventato» dal cardinale Borromeo) servì invece a riconquistare i corpi. Grazie allo scrupolo pastorale sia del clero secolare, sia di monaci domenicani, francescani, cappuccini, la Chiesa prese a esercitare, attraverso il sacramento della «confessione auricolare», un controllo sempre più stretto sulla vita degli adulti: soprattutto delle donne, cui si impose di sussurrare, attraverso una grata, fatti e misfatti della loro vita d’alcova. Tutta questa è storia dell’Italia moderna, ma mutatis mutandis sembra fin troppo storia dell’Italia contemporanea. Che cosa fa il Papa di Roma, Benedetto XVI, quando inaugura a Milano l’anno accademico dell’Università cattolica del Sacro Cuore? Spiega che l’insegnamento - il pubblico come il privato - deve recuperare, di contro all’errore illuministico, il principio tomistico di un’armonia fra la ragione e la fede. Cioè progetta, a suo modo, una riconquista cristiana delle coscienze. Che cosa fa il presidente della Conferenza episcopale italiana, Camillo Ruini, quando interviene nel dibattito pubblico? Dopo avere invitato con successo a boicottare il referendum sulla procreazione assistita, esprime riserve intorno alla legge sull’aborto, o mette in guardia i cattolici dallo sposarsi con i musulmani. Cioè progetta, a suo modo, una riconquista cristiana dei corpi. Se questa è la linea dettata dal Santo Padre e dal presidente della Conferenza episcopale italiana, come meravigliarsi che il programma di una Seconda Controriforma vada quotidianamente trovando, dai vertici della Chiesa alla sua base, numerosi zelatori e nuovi terreni di battaglia? Ecco allora il prefetto della Congregazione dell’Educazione che si impegna a penetrare fin dentro l’inconscio dei giovani candidati al seminario, per escludere in loro ogni tendenza all’omosessualità. Ecco pedagogisti e insegnanti cattolici che si battono per giustapporre il creazionismo al darwinismo nella didattica delle scienze naturali. Ed ecco intellettuali cattolici che ricorrono a un epiteto impegnativo - «negazionisti» - per designare quanti osano mettere in dubbio la realtà delle apparizioni mariane... Lo scandalo non sta nel fatto che i credenti dicano, o facciano, questo e altro: è nel loro diritto, se non proprio nel loro dovere. Lo scandalo non sta neppure nel fatto che la cultura politica del centrodestra non vi trovi nulla in contrario: nella sua ricerca di «ascendenti» storici e culturali, Silvio Berlusconi ha provato da tempo a scomodare Alcide De Gasperi e - qualche giorno fa - perfino don Luigi Sturzo! Il vero scandalo sta nel fatto che la cultura politica del centrosinistra non trovi nulla da ridire: lasciando a una manciata di radical-socialisti lo smisurato compito di arginare da soli la fiumana della Seconda Controriforma che avanza. Ma anche qui, qualche elemento di spiegazione può venire, al di là della politique politicienne , da un’analisi storica di lungo periodo. Oggi, la sinistra italiana non paga soltanto la comprensibile esigenza del suo candidato premier di conservare un qualche rapporto con le gerarchie ecclesiastiche; né paga soltanto i percorsi individuali dell’uno o dell’altro suo leader, partito alla ricerca dell’Altissimo o già arrivato a destinazione. La sinistra paga oggi il dazio di tutta un’eredità - quella togliattiana e berlingueriana - che per cinquant’anni ha fatto del cattocomunismo il più blindato dei propri tesori. Così, nell’anno di grazia 2005, può succedere che i massimi dirigenti del centrosinistra respingano con orrore la semplice possibilità di includere nel loro programma una revisione dei poteri, dei privilegi, delle immunità garantite alla Chiesa dal Concordato. Ma può succedere anche qualcosa di più grave: che l’intera società politica italiana rischi di perdere - sul delicatissimo terreno del governo dei corpi e delle coscienze - ogni contatto con una società civile di gran lunga più sensibile e più evoluta. Questo è il pericolo che noi tutti corriamo, mentre ai vertici delle istituzioni repubblicane ci si ostina a presentare la laicità come laicismo, e ad agitare il fantasma di Zapatero quasi fosse la reincarnazione di Robespierre.

Mazzini: la libertà non si può importare

Corriere della Sera, 15/07/2005

Mazzini: la libertà non si può importare
Maestro esigente e misconosciuto, capì che gli italiani potevano contare solo su loro stessi

Mazzini non gode di grandi simpatie in Italia, se non in cerchie relativamente ristrette. Non è un eroe popolare, forse non lo è mai stato. Ci sono varie spiegazioni di ciò, né l’occasione del bicentenario della nascita può invertire la tendenza. Si potrebbero tentare varie spiegazioni. Ad esempio: quale forza politica italiana ne è stata davvero erede? Forse nessuna; nemmeno il Partito repubblicano, che pure a lui si è sempre esplicitamente richiamato. Il fatto è tanto più sorprendente, se si considera che il nome e l’esempio della sua azione ebbero invece risonanza anche molto lontano dall’Europa: ad esempio nella lotta dell’India per l’indipendenza. Nell’Italia cavouriana e poi postunitaria Mazzini era, per i pubblici poteri, un pericoloso sovversivo. È nota del resto l’ultima sua vicenda: il rientro clandestino in Italia, il tentativo di far sprigionare la rivoluzione a partire dalla Sicilia per liberare Roma dal governo papale (progetto non inverosimile dopo il crollo della Francia), l’arresto, la morte. Nei decenni seguenti, mentre si formava e si consolidava la vulgata sul nostro «risorgimento nazionale», lo schieramento democratico cercò di far entrare Mazzini nel «pantheon» ufficiale dell’Italia riunificata; e ottenne il successo, macchiato da qualche autocensura, di far decollare un’edizione nazionale delle sue opere. Ma nel frattempo il panorama politico italiano a cavallo tra Otto e Novecento si era talmente modificato che Mazzini restò piuttosto in un «limbo». Non assunse il ruolo di bandiera o di simbolo: non lo era per il nascente movimento socialista, e lo era solo a parole per le forze democratiche non socialiste. Il fatto è che Mazzini era - e resta - un maestro difficile, un maestro esigente. E la stessa «canonizzazione» e il connesso, parziale, svigorimento della sua autentica immagine gli hanno alla fine nociuto. Siamo ancora alla ricerca e al chiarimento del suo «vero» pensiero: un campo nel quale gli studi di Salvo Mastellone, riscopritore del «Mazzini inglese», hanno conseguito ottimi risultati e guadagnato grandi meriti. Ci sono molti aspetti che a questo punto sarebbe opportuno evocare. Per esempio quelli che ha messo in luce Maurizio Viroli nella stringata ed efficace prefazione alla rinnovata edizione Utet degli Scritti politici (pp. 1152, 29): la estrema attualità, nonostante le apparenze, della mazziniana priorità dei doveri; il richiamo alla forza della religiosità come veicolo di redenzione politica di massa; la nozione per nulla nazionalistica di «patria», etc. Ma ce n’è uno, oggi attualissimo, che fu messo con grande efficacia in luce da Benedetto Croce nel quinto capitolo della Storia d’Europa nel secolo decimonono uscita da Laterza nel 1932 (ora edita da Adelphi, pp. 474, 10,33), cui vorrei qui dare rilievo. Scrive Croce, in quel capitolo, che la vera grandezza di Mazzini consistette nell’aver compreso molto presto, già all’indomani della rivoluzione parigina del luglio 1830 (quando lui aveva appena 25 anni) che la libertà non si deve attendere che ce la portino gli altri, da fuori. I popoli si liberano da soli o non si liberano: questo, al di là delle alterne vicende che gli toccarono in vita, il senso durevole del suo insegnamento. Ed è alla luce di questo che l’esportazione, armi in pugno, oggi in voga, della «democrazia», praticata da chi pensa che il mondo vada «presidiato», non ha né senso né futuro.

Un apostata tra Islam e Occidente

Il manifesto, 01/03/2005, Stefano Liberti

Un apostata tra Islam e Occidente

«Una vita con l'Islam» di Nasr Hamid Abu Zayad, studioso del Corano colpito dall'accusa di apostasia. Una biografia all'insegna della demistificazione dei luoghi comuni occidentali sul mondo musulmano

L'esilio non è un luogo, ma un'esperienza linguistica: la condanna a usare e alla fine a pensare in una lingua diversa dalla madrelingua». Con questa frase semplice e allo stesso tempo profonda, Nasr Hamid Abu Zayd riassume nella sua autobiografia appena uscita in traduzione italiana (Una vita con l'Islam, a cura di Navid Kermani, Il Mulino, € 12,50) la sua particolare condizione: esule per forza, studioso per vocazione, ponte tra culture per un complesso di circostanze in larga parte non decise da lui. Condannato nel 1995 per apostasia in Egitto a seguito dei suoi scritti in cui si è permesso di applicare al Corano i procedimenti dell'ermeneutica classica, Abu Zayd è stato obbligato a riparare in Olanda con la moglie Ibtihal - da cui una Corte civile del Cairo l'aveva forzatamente divorziato. Da allora continua a portare avanti i suoi studi, a girare il mondo per spiegare la sua lettura del testo sacro, ma soprattutto a sfruttare la sua «posizione» di islamologo trapiantato in Europa per proporsi come osservatore informato di quello che da qualche anno è diventato uno degli argomenti più alla moda nei circoli intellettuali europei e statunitensi: la visione di un presunto scontro tra Islam e Occidente. Una visione che lo studioso liquida come «banale, contraddittoria e basata sull'ignoranza». Da uomo a cavallo tra Oriente e Occidente, Abu Zayd si sforza di smascherare i luoghi comuni dominanti, i pregiudizi classificatori, le letture dicotomizzanti. «L'Islam di cui l'Occidente ha paura è un'entità immaginaria, una costruzione, una finzione, tanto quanto lo è quell'Occidente di cui abbiamo paura noi musulmani», scrive l'autore in uno dei capitoli più densi del suo libro, dedicato per l'appunto al rapporto esistente tra «religione e politica». L'interazione tra questi ultimi due elementi, senz'altro forte e articolata in diverse società arabo-musulmane, non è tuttavia - come vorrebbero alcune scuole di pensiero tanto in voga dalle nostre parti - l'unico dato di lettura di una realtà assai più variegata e strutturata. In un momento in cui le discussioni sulla presunta compatibilità tra Islam e democrazia sono al centro di tutte le attenzioni, il libro di Abu Zayd ha il merito di restituire al problema una dimensione critica e di rimettere in carreggiata un dibattito che tende troppo spesso a deragliare. La demonizzazione dell'islam trae origine, secondo l'autore egiziano, da una visione unitaria e onnicomprensiva della religione, che diventa il solo elemento caratterizzante del vissuto di centinaia di milioni di persone. Così, l'Islam è responsabile del dispotismo politico, della arretratezza della condizione della donna, del sottosviluppo economico, e in ultima istanza del terrorismo. All'idea mainstream secondo cui il fenomeno degli attentatori suicidi in Medioriente (in Palestina come in Iraq) sia strettamente interconnesso a una lettura fanatica della religione, l'autore oppone una lettura più eminentemente socio-politica. «Le bombe umane sono figli della miseria e del disincanto, di condizioni di esistenza senza vie di uscita, di una lotta contro l'occupazione che non ha più altri mezzi di espressione», ha detto Abu Zayd venerdì scorso, alla presentazione del suo libro al Pontificio istituto di studi arabi e islamistica di Roma. «Bisogna cercare di capire le ragioni di questi individui che si fanno esplodere solo perché ormai non hanno più nulla da perdere. Bisogna pensarli come persone, e non come macchine accecate dal fanatismo». In quest'ottica, la religione diventa un elemento sovrastrutturale, una giustificazione in larga parte indotta per una rivendicazione di altra natura. Il libro di Abu Zayd non è solo una riflessione di carattere politico sul rapporto tra Islam e Occidente, tra religione e società, tra dispotismo e democrazia nei paesi musulmani. È anche l'occasione per l'autore di fare un punto sulla propria vita, sugli anni della formazione e su quelli dell'esilio. È un momento in cui il professore si spoglia dei panni dello studioso erudito e si racconta, senza indulgere sulle proprie debolezze, sulle proprie insicurezze, sui propri dubbi. Sullo sfondo di questa narrazione un po' intimista si scorgono gli ultimi cinquant'anni di storia di un paese - l'Egitto - e di un'intera regione - il Medioriente -, con tutti i cruciali rivolgimenti che essi hanno vissuto. Da questo punto di vista, l'autobiografia di Abu Zayd somiglia a quella di un altro intellettuale arabo dal percorso per certi versi simile, per altri molto diverso dal suo: il compianto studioso palestinese Edward W. Said, rapito dalla leucemia nel settembre 2003. Nel suo eccezionale Sempre nel posto sbagliato (Feltrinelli, 2000), anche Said si raccontava senza indugi, lasciando trasparire tra le righe la grande soddisfazione per una vita intensa, brillante e ricca di esperienze, e i profondi insegnamenti che aveva saputo trarre da un'esistenza in bilico tra un Occidente che criticava aspramente e un Medioriente di cui osservava con sgomento l'involuzione socio-politica seguita agli entusiasmi della decolonizzazione. Nel leggere entrambi questi libri, e nel rilevare l'acutezza dei ragionamenti in essi proposti, risulta difficile non condividere la frase che Ugo da San Vittore ha formulato nel XII secolo e che lo stesso Said amava citare: «L'uomo che ritiene dolce il suo paese è solo un principiante; l'uomo per il quale ogni paese è come il suo è già forte; ma solo l'uomo per il quale l'intero mondo è come un paese straniero è davvero perfetto».