martedì 9 settembre 2008

Spagna, cambia la legge sull'aborto. Protesta la Chiesa: «Scelta triste»

Corriere della Sera 6.9.08
Il governo vuol rendere l'interruzione di gravidanza libera fino al 4˚ mese
Spagna, cambia la legge sull'aborto. Protesta la Chiesa: «Scelta triste»
di Mario Porqueddu

Il prefetto per la Dottrina della Fede, cardinal Levada: «L'aborto non è solo una questione politica: tocca le radici dell'uomo»

MADRID — Nel 2006, centomila donne spagnole hanno abortito. I dati del ministero della Salute dicono che nel 96% dei casi l'interruzione di gravidanza è stata motivata da un medico con il «rischio per la salute psichica della madre». In Spagna non è previsto che una donna interrompa la gravidanza perché ha deciso di non mettere al mondo un figlio. Giovedì il governo di Madrid ha annunciato che alla fine del 2009, o al più tardi all'inizio del 2010, entrerà in vigore una nuova legge sull'aborto. Ieri la vicepremier Maria Teresa Fernandez de la Vega ha spiegato che «l'attuale normativa è superata dagli eventi e in parte può risultare ambigua ».
L'aborto in Spagna è entrato nel dibattito pubblico nel 1979, quando undici donne finirono davanti a un giudice a Bilbao per aver interrotto la gravidanza. Furono assolte, il tribunale decise che avevano agito in base a «una necessità sociale». Sei anni più tardi, nel 1985, fu approvata la legge che regola tuttora la materia e depenalizza l'aborto in tre casi: se la gravidanza è frutto di violenza sessuale (con un limite fissato entro 12 settimane), se si individuano «gravi tare fisiche o psichiche» nel nascituro (entro 22 settimane, previo parere di uno specialista) o se c'è un «grave pericolo per la vita o la salute psichica della madre » (senza limiti di tempo, ma dietro parere medico vincolante). Nei fatti, però, capita che il trattamento per chi affronta l'aborto cambi da regione a regione — con casi come quello della Navarra, dove non c'è neanche un medico disposto a praticarlo —, e che si possano giustificare con «rischi psichici» anche interruzioni di gravidanza tardive, fino al sesto o al settimo mese. Cosa che per qualcuno equivale a negare i diritti dei prematuri. La maggioranza degli interventi, infine, avviene in cliniche private.
Il governo socialista di Zapatero vuole cambiare. Il ministro dell'Uguaglianza Bibiana Aìdo ha detto che la nuova legge dovrà incorporare «il meglio del panorama internazionale in materia», e tutelare «diritti fondamentali e sicurezza delle donne e dei medici». L'idea, secondo le indiscrezioni riportate dai principali quotidiani, è di consentire alle donne di abortire senza bisogno di giustificazioni entro le prime 14 o 16 settimane. Mentre interrompere la gravidanza dopo la ventiduesima o ventiquattresima settimana diventerebbe più difficile, a meno di gravi evidenze mediche. È stato formato un comitato di esperti che affiancherà i membri del Parlamento chiamati a elaborare le norme. Ne fanno parte giuristi, ginecologi e tecnici di vari ministeri. «È una squadra di abortisti, vicina ai socialisti» scriveva ieri El Mundo, che ha dato voce alle perplessità del Partito Popolare, pronto a opporsi, e a quelle dei collettivi femministi, rimasti fuori dall'organismo tecnico. Protesta anche la Chiesa. «Sono intristito — ha detto il prefetto della Congregazione vaticana per la Dottrina della Fede, cardinale William Levada —. L'aborto non è questione meramente politica, ma anche religiosa, culturale, sociale, tocca le radici dell'essere umano». Il governo ha assicurato che la futura legge «sarà frutto del maggior consenso possibile e di un dibattito completo, ragionevole, senza dogmi o posizioni preconcette. Nel solco della Costituzione ».

Donne e Sharia. La notte dei diritti negati

l’Unità 7.9.08
Donne e Sharia. La notte dei diritti negati
Matrimoni forzati e lapidazioni. Aumentano i delitti d’onore
In Arabia Saudita un milione e mezzo di schiave
di Umberto De Giovannageli

Le drammatiche cifre della condizione femminile nei rapporti di Amnesty e Human Right Watch
Almeno dodicimila i casi di bambine date in spose a uomini dell’età dei loro padri o nonni

LE CIFRE DELL’INFERNO:
1.500.000 sono le donne, in maggioranza asiatiche, ridotte a una condizione di schiavitù in Arabia Saudita. Costrette a orari di lavoro massacranti, sottopagate, spesso violentate, quando «osano» ribellarsi vengono incarcerate e condannate alla fustigazione.
8 sono i paesi islamici in cui l'adulterio da parte della donna è punibile con la pena di morte mediante lapidazione.
12.000 è un calcolo per difetto del numero delle spose bambine costrette a unirsi a uomini che possono essere loro padri o nonni.
12.500 nel solo kurdistan iracheno, è il numero di donne vittime di «delitti d'onore» tra il 1991 e il 2007. Un fenomeno che investe la maggior parte dei Paesi arabi.
In nome della Sharia sono esposte a matrimoni forzati, carcere o pena di morte in caso di stupro. In nome dell'Islam che si fa Legge negano alla donna il diritto di scegliersi il marito e di divorziare; ribadiscono il diritto maschile alla poligamia e al ripudio; sanciscono la disparità in tema di eredità; rifiutano alle donne il diritto alla custodia dei figli in caso di divorzio. In nome di una visione sessuofobia e asfissiante dell'Islam, spesso subordinano la libertà di movimento della donna e il suo accesso al lavoro salariato all'autorizzazione del marito o del padre. Infine si occupano, invadendola, della vita sessuale delle donne, e in alcuni Stati (8) dove vige la «dittatura della Sharia», i rapporti fuori dal matrimonio sono puniti con la pena di morte mediante lapidazione. È la condizione della donna nel mondo islamico. Disperante. Disperata. Una realtà contro la quale donne coraggiose, in Iraq, Egitto, Giordania, Iran, si sono ribellate rivendicando una via di uscita nel principio della separazione tra religione e diritti civili. Un esercito di schiave - oltre 1 milione e mezzo - in Arabia Saudita. I delitti «d'onore» aumentati del 27% rispetto al 2007; la crescita considerevole, calcolabile in decine di migliaia di casi, dell'utilizzo della Sharia (la legge islamica) per legittimare che una ragazza possa essere chiesta in sposa dal momento della prima mestruazione. Sono dati che l'Unità ha estrapolato da recenti, e dettagliati rapporti delle più importanti organizzazioni umanitarie, da Human Right Watch (HRW) ad Amnesty International.
Nei Paesi in cui vige la legge islamica, le spose bambine sono una realtà diffusa. Una realtà che si vorrebbe oscurare da parte dei regimi teocratici ma che, nonostante la censura imposta agli organi di informazione, prende corpo attraverso coraggiosi e coraggiose blogger. Ebbene, in un conto in difetto, sono almeno dodicimila i casi di donne bambine date in spose a uomini che potevano essere i loro padri o i loro nonni. Violentate e sfruttate. Emblematico, e agghiacciante, è il racconto che Khadija al Salami, una giovane yemenita data in sposa a undici anni, fa nel suo libro «The Tears of Sheba». Khadija narra la «prova» che dovette subire, a 11 anni, per dimostrare la sua verginità: «Ahmed (il marito imposto, di quarant'anni più vecchio, ndr.) mi balzò addosso come un gatto. Facendo scivolare la mano tra le mie gambe, si spinse nella mia vagina con le dita, poi si ritrasse. Il sangue che aveva sulla punta della dita sembrò soddisfarlo, lo strofinò su un fazzoletto bianco che aveva in tasca. Se ne andò lasciandomi urlante sul letto». Spesso costrette a lavorare per quattordici ore di fila, sette giorni su sette, per poi vedersi rifiutato il salario e, se protestano, incarcerate e condannate a sessanta-settanta frustrate prima di essere rispedite nei Paesi di origine: è ciò che avviene in Arabia Saudita: nel suo ultimo rapporto, HRW ha documentato venticinque casi di donne, in maggior parte filippine, chiamate in Arabia Saudita per svolgere lavori domestici, e dentro le mura domestiche vessate, picchiate, in dodici dei venticinque casi documentati, violentate. Dove la Sharia è Legge di Stato, la donna è, sul piano dei diritti, una paria. Se vuole divorziare, la donna deve recarsi in tribunale e dimostrare che il marito non provvede alle sue esigenze materiali, che non è fertile e che è impotente. Una volta sancito il divorzio, la custodia dei bambini viene assegnata automaticamente al padre (per i figli maschi di almeno 7 anni e per le figlie femmine già nel periodo mestruale). Per quanto riguarda le eredità, la Sharia prevede che la moglie riceva solo una piccola parte della proprietà del marito e che le figlie femmine ricevano la metà di quanto spetta ai fratelli maschi. Il ripudio continua ad essere un diritto esclusivo del marito e rappresenta anche la causa principale di divorzio in Marocco, Algeria, Iran, Yemen, Arabia Saudita. Un'altra piaga diffusa e scioccante è quella dei «delitti d'onore». Per dar conto della dimensione di questo fenomeno, basta un dato che riguarda il solo Kurdistan iracheno: dal 1991 al 2007, 12.500 donne sono state assassinate per motivi di «onore» o si sono suicidate nelle tre province curde, 435 nei primi sei mesi del 2008. La maggior parte di quei delitti è rimasta impunita. Storie di «ordinaria criminalità» nei confronti di donne nelle società islamiche: storie di atrocità rimaste impunite. Come quello, riportato dal sito on-line della tv saudita al Arabiya, consumato nei giorni scorsi in Pakistan: «Cinque donne sono state sepolte vive dagli abitanti di un villaggio sperduto nella frazione di Jaafarabad nella provincia di Belugistan» a sud ovest del Paese asiatico. Secondo quanto scrive il sito web dell'emittente araba, che riporta la denuncia del deputato pachistano Sardar Asrarallah «le donne accusate di avere leso all'onorabilità della tribù erano: tre adolescenti tra le 16 e 18 anni che sfidando le tradizioni vigenti avevano espresso il desiderio di scegliere liberamente il compagno della loro vita». Due «signore che avevano osato di difendere le tre ragazze - scrive al Arabiya - sono state sepolte assieme alle altre, mentre erano ancora in vita». Il deputato, portando all'attenzione del Parlamento di Islamabad, ha denunciato che «nessun arresto è stato effettuato dalla polizia locale».

Eutanasia e aborto: Zapatero accelera, la Chiesa attacca

l’Unità 8.9.08
Eutanasia e aborto: Zapatero accelera, la Chiesa attacca
Sui due spinosi dossier istituiti comitati di saggi per mettere a punto le riforme. Il premier aumenta del 6% le pensioni minime
di Toni Fontana

A due mesi esatti dal 37° congresso del Psoe e due giorni da un importante appuntamento in Parlamento, Zapatero rilancia sui temi della laicità e apre un nuovo terreno di confronto con le gerarchie ecclesiastiche, sempre più allarmate. Nei giorni scorsi la più giovane delle ministre del governo di Madrid, l’andalusa Bibiana Aìdo, responsabile per l’Uguaglianza, aveva annunciato la costituzione di un comitato di saggi incaricato di individuare i criteri ai quali si ispirerà la nuova legge sull’aborto che l’esecutivo intende approvare e fare entrare in vigore «entro la fine del 2009». Ieri è sceso un campo il titolare del dicastero della Sanità, Bernat Soria che, in un’intervista a El Paìs, ha fatto sapere che la riflessione sull’eutanasia «è già aperta, ma ci vorrà tempo».
Anche in questo caso, come per l’aborto, i ministri di Zapatero non sembrano pressati dalla fretta e anche i dicasteri della Sanità e della Giustizia hanno riunito «un’équipe di esperti» incaricati di lavorare senza clamori e di riferire «in modo confidenziale». L’introduzione dell’eutanasia non è questione di settimane; il ministro ha spiegato che potrebbe avvenire «entro il 2012». Le due iniziative era attese. Il congresso del Psoe, che si è tenuto ai primi di luglio, aveva sancito una nuova svolta «izquierdista» di Zapatero e del gruppo dirigente. Aborto, eutanasia, rimozione dei simboli religiosi dai luoghi pubblici erano stati i tempi maggiormente trattati nell’assise e quelli che avevano attirato l’attenzione dei delegati. La svolta non aveva tuttavia convinto tutti anche tra coloro che sostengono il nuovo corso di Zapatero. La destra ha accusato il leader di puntare sulla laicità per far dimenticare le crescenti difficoltà economiche ed anche un quotidiano attento alle ragioni dei socialisti come El Paìs non ha lesinato le critiche al premier, incerto nella risposta alla crisi economica e contraddittorio sui temi della laicità (il programma del Psoe alle recenti elezioni non menzionava la questione dell’aborto). Tutti comunque, anche gli irritatissimi vescovi, concordano sul fatto che - come ha detto la vice di Zapatero, Maria Teresa Fernandez de la Vega - «l’attuale normativa è superata dagli eventi e in parte può risultare ambigua». Le ricette per superarla ovviamente divergono, ma anche i vescovi che si schierano, manco a dirlo, per una legislazione più restrittiva, pur attaccando Zapatero chiedono «il dialogo». L’attuale legislazione restringe l’interruzione della gravidanza a tre casi: stupro (12 settimane), «gravi tare psichiche o fisiche del nascituro» (22 settimane con parere del medico) e «grave pericolo per la vita e la salute psichica della madre» (senza limiti, ma con parere vincolante del medico). La maggior parte (oltre il 90%) degli aborti che avvengono in Spagna viene giustificato con la terza possibilità offerta dalla legge. Ciò ha scatenato le ire dei conservatori e ispirato alcune inchieste della magistratura che hanno visto molte donne sul banco degli accusati. Anche la legislazione sull’eutanasia è restrittiva. Attualmente le leggi spagnole riconoscono ai malati il diritto di rifiutare le cure, ma puniscono chi aiuta qualcuno a porre fine ai suoi giorni.
In un caso e nell’altro, cioè su aborto ed eutanasia, la Spagna di Zapatero avvia il dibattito, ma prevede tempi lunghi o comunque non brevi per individuare una soluzione. La stampa, con toni diversi a seconda degli orientamenti, rilancia il sospetto che il leader stia cercando di «depistare» il dibattito politico. Il leader però non si scompone. Mercoledì Zapatero parlerà dei temi economici al Congresso dove gli avversari lo stanno aspettando per attaccarlo. Ieri Zapatero ha rivendicato con orgoglio il lavoro fatto dal suo governo «di fronte alle difficoltà economiche» ed ha annunciato che entro il 2009 le pensioni minime saranno aumentate del 6% (del 25% entro il 2012). Zapatero ha soprattutto ribadito che, anche in presenza di una situazione economica sempre più preoccupante, il suo governo «continuerà a portare avanti politiche progressiste». In tal modo ha anche rimproverato il suo ministro del Lavoro Celestino Corbacho che aveva adombrato uno stop alla contrattazione con i paesi di origine degli immigrati per definire le quote. Corbacho, esponente dell’ala moderata del Psoe e membro della delegazione catalana nel governo, era già stato smentito dalla de la Vega e ieri, indirettamente, da Zapatero.

mercoledì 3 settembre 2008

Creare panico

l'Unità 3.8.08
Creare panico
di Maurizio Mori

La Consulta di Bioetica condivide che si debba ridiscutere la definizione di morte, come molti altri presupposti della tradizionale etica medica ippocratica. Ad esempio, si deve riconoscere che l'alimentazione e idratazione artificiali sono terapie mediche e possono essere sospese nei casi di SVP come Eluana Englaro. Forse si deve anche riconoscere che l'esatto confine del concetto di morte dipende da decisioni etiche più che da osservazioni fattuali - come osservato dal neurologo Carlo Defanti nel volume Soglie. Medicina e fine della vita (Bollati Boringhieri, 2007).
Riteniamo che la bioetica comporti un ampio dibattito per rivedere proprio il tradizionale paradigma ippocratico, che non funziona più e va sostituito. Pertanto auspichiamo una più approfondita riflessione su tutte le questioni, avendo di mira l'ampliamento delle libertà individuali e la tutela delle persone.
Ma riteniamo altresì che l'articolo pubblicato da l'Osservatore Romano riveli la situazione di sbando della chiesa cattolica romana: non sapendo più come gestire le nuove tecniche e trovandosi in serissime difficoltà sul caso Englaro, preferisce gettare discredito su tutte le nuove tecnologie, venendo anche a rimettere in discussione i trapianti d'organo. Piuttosto che cedere su un punto, meglio distruggere tutto: muoia Sansone con tutti i filistei! Una tecnica antica per creare panico e favorire svolte conservatrici. L'obiettivo ultimo è chiaro: bloccare il caso Englaro e fissare delle barriere alla possibile legge sul testamento biologico, che sarà tanto restrittiva da essere inutilizzabile. In breve qualcosa di peggio della legge 40/2004.
La Consulta di Bioetica ritiene che ormai la chiesa cattolica stessa si ponga contro il progresso civile: è positivo che emerga la spirito conservatore promosso dalle gerarchie ecclesiastiche, ed invita a difendere i nuovi valori di libertà che vanno affermandosi nella società.
Presidente della Consulta di Bioetica Onlus

martedì 2 settembre 2008

La zona grigia della laicità

La zona grigia della laicità

Le nuove ragioni del socialismo del 1 settembre 2008, pag. 2


di Laura Landolfi

Questa volta a prendere posizione sul tema della laicità è sì una chiesa, ma quella valdese. Nei giorni scorsi la «moderatora» della Tavola Valdese, Maria Bonafede, aveva espresso molte preoccupazioni sull’arretramento di quel valore fondamentale che è la laicità dello Stato.



Un intervento ancora più deciso (questa volta sull’eutanasia) è venuto dal pastore Paolo Ribet, durante il Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste del 25 agosto scorso: «Ascoltiamo il grido muto di Eluana Englaro che chiede di essere lasciata andar via» aveva affermato il presidente della Fondazione del centro culturale valdese.



Con due (tragici) episodi, infatti il tema della "dolce morte", dopo il caso Englaro, è venuto di nuovo, e con prepotenza, alla ribalta. Prima la morte di Remy Salvat. Affetto da una rara malattia degenerativa il giovane francese si è suicidato il 10 agosto scorso dopo aver inutilmente chiesto a Nicolas Sarkozy il "permesso" di morire, come testimonia una registrazione lasciata alla madre. («Per ragioni filosofiche personali, credo che nessuno debba poter decidere di interrompere volontariamente una vita» è stata la risposta del presidente). Poi le dichiarazioni sulla presunta iniezione di morfina che avrebbe posto fine alle sofferenze di Oriana Fallaci rilasciate dalla sorella Paola a Sky tv.



Se in Francia i popolari intraprendono viaggi di studio in Inghilterra e nei Paesi Bassi ( dove dal 2000 è in vigore una legge che legalizza l’eutanasia e il suicidio assistito) per stilare un rapporto sull’eutanasia da consegnare nel mese di novembre, su questi temi l’Italia sembra ancora lontana dagli altri paesi europei.



Eppure i francesi una legge in materia ce l’hanno già: è la legge Leonetti del 2005 che concede il diritto a "lasciar morire" ma non all’eutanasia attiva. Il "lasciar morire" può significare interrompere la somministrazione di liquidi e cibo, come anche consentire la somministrazione, da parte dei medici, di trattamenti antidolore che possono avere «per effetto secondario quello di abbreviare la vita». Insomma in Francia sia nel caso della Fallaci che in quello di Eluana Englaro non si parlerebbe di eutanasia. Non così in Italia dove una legge è ancora lontana da venire nonostante il ddl per il testamento biologico sottoscritto da 101 senatori del Pd che vede come primo firmatario Ignazio Marino. In questo vuoto legislativo degna di nota è la dichiarazione fatta alla Stampa da Francesco Matera amministratore delegato dell’istituto Santa Chiara di Firenze, dove la Fallaci venne ricoverata, secondo il quale non si sarebbe assolutamente fatto ricorso all’eutanasia: «ricordo perfettamente quelle ore drammatiche, le abbiamo somministrato dei farmaci per alleviare il dolore, come la morfina o altri antidolorifici, nei casi dei malati terminali è una pratica normalissima». Qual è allora il confine che separa il ricorso a questi farmaci che potrebbero accelerare la morte naturale di malati terminali dall’interruzione del trattamento di alimentazione e idratazione (decretato dalla Corte di Cassazione) che tiene in vita Eluana Englaro?



Per alcuni nel primo caso non si tratterebbe di eutanasia. Siamo però in una "zona grigia" che è ancora tabù. Il nocciolo della questione, risiederebbe nell’autodeterminazione sancita dal testamento biologico che di questa determinazione è l’estensione: in sostanza con una semplice firma tanti malati come Eluana potrebbero scegliere il proprio destino. Non una battaglia puramente etica dunque, ma un atto concreto per decidere della propria vita.



La questione continua a creare spaccature sia a destra che a sinistra. Se al Senato il partito democratico (non così i radicali che con l’Associazione Luca Coscioni continuano a battersi per il diritto all’eutanasia) non ha partecipato al voto sul conflitto di attribuzione tra Parlamento e Cassazione sul caso Englaro (un’ipotetica invasione di campo da parte del potere giudiziario in quello legislativo), alla Festa dell’Unità di Firenze si organizza un incontro che vede fronteggiarsi le due anime del Pd: Ignazio Marino e Paola Binetti. Non va meglio nella maggioranza che, pur avendo ottenuto il voto desiderato, ha visto l’ala laica rappresentata da Benedetto Della Vedova, e che conta tra le sue fila anche il medico personale del Premier Umberto Scapagnini, presentare una mozione per rilanciare la ratifica della convenzione di Oviedo sull’esercizio della libertà terapeutica, da ben sette anni in attesa di attuazione.



Intanto Margherita Boniver è in procinto di compilare il proprio testamento biologico e Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori del Pdl, cerca una« soluzione, per il testamento biologico, che trovi insieme laici e cattolici». Insomma, sui temi etici, l’imbarazzo è bipartisan.



Ma non si fa un passo avanti.

lunedì 1 settembre 2008

«In un mese e mezzo ho ottenuto la cancellazione del mio nome dal registro dei battezzati»

l’Unità 1.9.08
«In un mese e mezzo ho ottenuto la cancellazione del mio nome dal registro dei battezzati»
«Anche in Italia si può, ecco come»
di Maristella Iervasi

Il sacramento l’ha ricevuto da piccola, per volontà dei genitori. Ma oggi, a 40 anni, Giorgia N., impiegata a Milano, ha fatto cancellare il suo nome dal registro dei battezzati. «Non sono stata più praticante dall’adolescenza - racconta -. La spinta è stata un desiderio di coerenza. Mi considero atea e ho voluto che questa mia persuasione personale venisse riflessa nella rappresentatività che la Chiesa ha nel paese, vista l’ingerenza su tutto: dalla legge sulla fecondazione alle elezioni politiche».
Come è maturata questa scelta?
«Ho studiato nelle scuole cattoliche ma nessuna imposizione ho avuto dai miei genitori: fare la comunione e la cresima erano sacramenti erano tappe normalissime».
E dopo, cos’è accaduto?
«L’ateismo non è un risveglio. Crescendo, ho scelto per evoluzione intellettuale e mentale».
Come ha scoperto di “chiamarsi fuori”, l’apostasia?
«Ne avevo sentito genericamente parlare, ma non mi sono impegnata più di tanto: certo, ho frugato su Internet. Poi un giorno a pranzo con amici di amici ho conosciuto un avvocato che a sua volta l’aveva fatto. E allora mi son detta: “si può fare!”. Ed è andata: sono sbattezzata da un anno».
Una trafila lunga e burocratica?
«Per nulla. Personalmente nel giro di un mese e mezzo ho ottenuto la cancellazione del mio nome dal registro dei battezzati. E pensare che ho pure sbagliato parrocchia...».
Cioè?
«Per sbattezzarsi occorrono due raccomandate con ricevuta di ritorno indirizzate una alla diocesi di appartenenza e l’altra al parroco della chiesa dove si è ricevuto il sacramento. In base al modello fac-simile di domanda che mi inviò via e-mail il mio amico avvocato, ho presentato la mia istanza ai sensi dell’art-13 della legge n.675 del 1996».
Quale fu la motivazione?
«Recito testuale l’istanza inviata al responsabile del registro parrocchiale: Desidero venga rettificato il dato in suo possesso tramite annotazione sul registro dei battezzati, riconoscendo la mia inequivocabile volontà di non essere più considerata aderente alla confessione religiosa denominata Chiesa cattolica apostolica romana».
E quale fu la risposta?
«La curia di Milano mi rispose in tempi brevi scrivendomi: “Pur con certo rammarico desidero esprimere sentimenti di stima per questa sua scelta come segno di ricerca della verità a cui tutti siamo chiamati”. Sotto, però, si spiegava il mio errore: il mio nome non compariva nel registro di quella parrocchia».
Dunque, ha dovuto rifare tutto daccapo?
«Esattamente, ma è stato ugualmente rapido. Ho spedito la nuova istanza l’8 ottobre e prima di metà novembre ho ricevuto il responso: “Gentile signora, il suo desiderio è stato esaudito”. Sotto, una nota in 6 punti con le conseguenze di ordine giuridico. Cito solo l’ultima: “scomunica latae sententiae”».
Nella sua decisione ha pesato anche l’ingerenza della Chiesa sulle leggi del Parlamento e la vita politica. Ha cercato anche di fare proseliti?
«I miei amici mi hanno solo detto che ho avuto una bella idea».
Ha bambini?
«Si, un bimbo piccolo».
L’ha battezzato?
«Ovviamente no».

Spagna, benvenuti nel paesino dove tutti si «sbattezzano»

l’Unità 1.9.08
Spagna, benvenuti nel paesino dove tutti si «sbattezzano»

Julia è stata battezzata due volte negli anni Trenta, la seconda volta dopo la Guerra Civile, in un orfanatrofio, la madrina era la moglie del generale Franco, Carmen Polo. È stato difficile riunire tutti i documenti ma ce l’ha fatta: il suo nome non figura più nelle liste della Chiesa spagnola.
A Rivas, comune amministrato da Izquierda Unida, l’Ufficio per la Difesa dei Diritti e delle Libertà è stato inaugurato a marzo scorso. Prima dell’estate si erano già registrate più di 300 richieste di apostasia, 2.500 consulenze telefoniche sul funzionamento del servizio di eliminazione delle generalità dei cittadini dalle liste della Curia. «Un vero e proprio boom, aiutato dal fatto che il Comune finanzia tutte le spese di invio degli atti», spiega Luis Miguel Sanguino, avvocato dell’ufficio. In Spagna, nel 2006 erano state emesse solo 47 richieste di apostasia, nel 2007 il numero si è moltiplicato per sei: 287. Nei primi sette mesi del 2008 sono già state presentate più di 2.000 domande. Quasi tutte verranno accettate dalla Chiesa perché garantite da due articoli della costituzione, da una promessa di disegno di legge del Governo e dall’azione militante dell’Agenzia per la Protezione dei Dati, che ha stabilito che i database della Chiesa sono uguali a quelli di qualsiasi altra agenzia di comunicazione o impresa. «Le richieste di apostasia vanno inviate direttamente al vescovo della città in cui si è registrato il battesimo», continua Sanguino. «A volte vengono accolte subito, soprattutto nelle città piccole, altre volte richiedono una negoziazione con la Curia o un appello all’Audiencia Nacional».
Maximiliano Peñuelas, 55 anni, residente a Madrid da più di 40, ha avuto la fortuna di ricevere il battesimo a Jaén, in Andalusia. La sua richiesta è stata accettata in tempi abbastanza brevi: cinque mesi. In agosto del 2005 Maximiliano aveva ricevuto l’e-mail di un amico che gli segnalava la possibilità di appellarsi all’articolo 16 della costituzione (Libertà Religiosa) e all’articolo 18 (Protezione dei Dati Personali) per sollecitare il riconoscimento della sua condizione di non credente. Ha subito scritto alla Curia di Jaén per richiedere l’invio del certificato di battesimo, ha mandato la richiesta di cancellazione al vescovo della città il quale gli ha risposto chiedendo anche la fotocopia della sua carta di identità e l’originale del suo certificato di nascita. Detto fatto. Il vescovo gli ha allora scritto una seconda lettera invitandolo a un incontro per verificare la sua convinzione nel ripudio del cattolicesimo. «È cosciente di quel che comporta la sua decisione, pecorella smarrita?», scriveva il vescovo. «Gli ho risposto di mio pugno con una lettera lunghissima», racconta Maximiliano. La sua domanda è stata accolta, costo totale dell’operazione 30 euro tra buste, francobolli, raccomandate.
Secondo l’ultimo barometro pubblicato dal Centro di Indagini Sociologiche (CIS), il 20,1% della popolazione spagnola si professa ateo o non credente. Il laicismo militante è un fenomeno in costante aumento. Sul web si moltiplicano i siti che promuovono l’apostasia. E le associazioni di atei e «libero-pensanti» non smettono di organizzare conferenze e manifestazioni per sensibilizzare i cittadini sul diritto al ripudio di una Chiesa alla quale sono stati iscritti senza esserne consapevoli. La «deriva laica» spagnola della quale tanto si è parlato in Italia ha anche un volto politico: la vicepresidente del Consiglio, Maria Teresa Fernández de la Vega, ex magistrato e attuale braccio destro di Zapatero. Ma è dal partito che governa a Rivas, Izquierda Unida, che arrivano tutte le pressioni per una rapida ed efficacie modifica della legge sulla Libertà Religiosa.
Dice Pepe Morales, portavoce di IU nel Congresso dei Deputati: «Bisogna cambiare il concordato con il Vaticano del 1978, è stato firmato prima della costituzione, ciò che prevede è illegale. So che sarà molto difficile ma abbiamo il diritto di pretendere che la Chiesa Cattolica non intervenga nel processo politico e che non riceva finanziamenti pubblici», dice. Il Psoe nel suo ultimo congresso ha indicato la sua linea in materia: diritto all’apostasia espressamente garantito per legge.