sabato 13 settembre 2008

Sarah, un vicepresidente in missione per conto di Dio

Sarah, un vicepresidente in missione per conto di Dio

Il Riformista del 10 settembre 2008, pag. 5

di Anna Momigliano

Chiede ai suoi di pregare per la costruzione di un oleodotto da 30 milioni di dollari. Prende il tè insieme al leader di un gruppo che si chiama «Jews for Jesus». E, almeno a sentire il suo ex pastore, ha il dono di parlare direttamente con Dio, in lingue sconosciute agli uomini.

A metterla così Sarah Palin sembrerebbe più una santona, che a una candidata alla vicepresidenza. E probabilmente a John McCain la tentazione di vedere nella sua novella numero due un dono del Signore sarà anche venuta: la candidatura di Sarah Palin è fruttata la raccolta di dieci milioni di dollari in soli tre giorni; e secondo un sondaggio di Washington Post/ABC News reso noto ieri, il ticket repubblicano godrebbe di un vantaggio di dodici punti tra le elettrici bianche, presumibilmente grazie alla governatrice. Il sondaggio dava Obama e McCain testa a testa.



Ma sul passato di Sarah Palin vengono lanciate accuse che lasciano pensare non sia proprio una santa. Un’inchiesta del Washington Post sostiene che la governatrice dell’Alaska avrebbe incassato dei rimborsi illeciti: l’accusa è di avere ricevuto la diaria di trasferta prevista per i governatori fuori sede, anche per le 312 notti trascorse nella sua abitazione di Wasilla. Totale? Poco meno di 17 mila dollari. Non molto, ma è pur sempre un brutto colpo per una candidata che si è sempre presentata come una outsider, per giunta paladina della trasparenza.



Quanto all’immagine di santa donna, questa invece Palin non se l’è creata da sola, anzi probabilmente ne avrebbe fatto a meno. Lei ha sempre tenuto a presentarsi come una "social conservative", una puritana delle questioni etiche (aborto, educazione sessuale eccetera). Ma finora ha sempre cercato di tenere privata la sua fede - e probabilmente per una buona ragione.



Due giorni fa invece il suo ex pastore, il pentecostale Tim McGraw, ha ben pensato di gettare la religiosità della governatrice in pasto ai media. Il reverendo ha rilasciato alla Cnn un’intervista che ha messo non poco in difficoltà lo staff della campagna repubblicana.



In primis perché la governatrice ha finora fatto il possibile per sviare l’attenzione dalla sua (ex?) fede pentecostale, una denominazione evangelica "bora again" che fino a pochi decenni fa era guardata con molto sospetto anche dal resto della destra cristiana: non a caso Palin aveva deciso di abbandonare la chiesa pentecostale Assembly of God nel 2006, proprio a ridosso della sua elezione a governatore. Ha scelto una chiesa protestante senza denominazione, e meno controversa.



E poi perché le dichiarazioni del reverendo McGraw avrebbero messo in imbarazzo chiunque. Il pastore ha raccontato che la governatrice Palin ha continuato a visitare di tanto in tanto l’Assembly of God. Come quella volta che chiese a tutti di pregare per la costruzione di un oleodotto: «Il volere di Dio è unire il popolo e le compagnie nella costruzione della pipeline» ha detto. Oppure lo scorso 17 agosto, quando si è unita ai Jews for Jesus, gruppo evangelico dedito alla conversione degli ebrei e secondo cui gli attentati palestinesi contro Israele sarebbero una punizione divina. Una teoria molto amata anche dal televangelista Pat Robertson, che tentò invano di essere candidato alla vicepresidenza repubblicana nel 1988: oggi Robertson sostiene che Ariel Sharon e in coma per punizione divina (la causa sarebbe il ritiro da Gaza) e ha più volte chiesto ai suoi di pregare per la morte di Hugo Chavez.



Dulcis in fundo, il reverendo McGraw ha lasciato intendere che, come gli altri membri della sua chiesa, anche Sarah Palin avrebbe il dono di «parlare con Dio in una lingua che solo Egli comprende». La glossolalia, ovvero il parlare per fonemi che somigliano a una lingua ma privi di senso compiuto, ha un valore mistico per i pentecostali. Secondo alcuni psichiatri, è indice di schizofrenia. Secondo altri però è uno strumento per sfogare la tensione: pare che Tolkien fosse un grande estimatore di questa tecnica.

Alla ricerca della pillola del giorno dopo "Proibita nella metà degli ospedali"

Alla ricerca della pillola del giorno dopo "Proibita nella metà degli ospedali"

La Repubblica - ed. Roma del 10 settembre 2008, pag. 11

di Marino Bisso

Dal centro alla periferia della capitale, la prescrizione della pillola del giorno dopo viene negata nella metà degli ospedali. E non solo in quelli religiosi. E’ la realtà messa a fuoco da una video-indagine dell'Associazione radicali di Roma: per due mesi, giugno e luglio, una coppia con telecamera nascosta si è recata durante i weekend nei venti pronto soccorso romani e ha richiesto il farmaco. Solo in dieci ospedali ha trovato medici disponibili a prescriverlo. La pillola in questione, Norlevo, (due compresse a distanza di dodici ore una dall'altra) va assunta entro e non oltre le 72 ore successive a un rapporto non protetto, pena la sua perdita di efficacia. «Ma ottenere la prescrizione di notte e nei fine settimana è difficile se non impossibile negli ospedali romani — denuncia Massimiliano Iervolino dell'Associazione Radicali Roma — Eppure la pillola del giorno dopo è una prescrizione d'urgenza, il cui rilascio e dovuto in assenza di qualsivoglia possibilità di diagnosi e come tale i pronto soccorso sono tenuti a prescriverlo assicurando la presenza di medici».



Negli ospedali religiosi i medici sono tutti obiettori e si rifiutano di prescrivere la pillola nonostante non provochi l'aborto ma sia un farmaco per la contraccezione d'emergenza. Succede al Cristo Re, al Fatebenefratelli, alle Figlie di San Camillo, al San Carlo, al San Pietro sulla Cassia e al Santo Spirito. Al policlinico Gemelli un infermiere allarga le braccia e consiglia la coppia in cerca della pillola del giorno dopo a consultare Internet: «Lì potete trovare informazioni e anche il numero di telefono di un medico che fa la prescrizione senza alcun problema».



Ma anche in due ospedali civili, il Cto e l'Aurelia Hospital il farmaco non viene prescritto. Nel primo mancano i moduli per il consenso informato mentre nel secondo pronto soccorso, i medici sono solo obiettori.



Ecco la realtà «fotografata» dalla coppia alla ricerca della pillola del giorno dopo nella loro odissea tra i pronti soccorsi.



E’ il 13 giugno e sono le 23.51 quando la coppia varca l'ingresso del Gemelli per chiedere il farmaco. «Senta ho un problema urgente... Mi servirebbe la prescrizione della pillola del giorno dopo...». La risposta che la donna riceve al pronto soccorso è chiara: «Guardi noi siamo un ospedale cattolico. E siamo tutti obiettori di coscienza e non la prescriviamo». Alle ulteriori richieste di spiegazioni l'operatore spiega: «Francamente mi risulta che anche negli altri ospedali romani c'è questo problema... Qui da noi non la prescrive nessuno, il medico di famiglia la può prescrivere. Ma su Internet si possono trovare informazioni e anche il numero di telefono di qualcuno che te la può prescrivere d'urgenza».



Altro ospedale, questa volta civile: al Cto i medici non sono obiettori ma la pillola non può essere prescritta. E’ l'8 giugno e sono le 1.45 e la donna con la telecamera nascosta ottiene questa risposta: «Deve firmare un modulo e per questo deve andare al Nuovo Regina Margherita...». La giovane chiede spiegazioni: «Ma perché? Qui non si può?». E il medico: «Mancano i moduli per il consenso informato per via degli effetti collaterali». Anche in questo caso niente pillola del giorno dopo.


Quella secolare lotta nella Chiesa tra libertà (sconfitta) e gerarchia

Quella secolare lotta nella Chiesa tra libertà (sconfitta) e gerarchia

Corriere della Sera del 11 settembre 2008, pag. 39

di Sergio Luzzatto

Il potere dei papi, noi italiani del terzo millennio non abbiamo bisogno di cercarlo lontano. È la nostra vita di ogni giorno a farcelo incontrare, con una puntualità che taluni salutano come benvenuta, altri denunciano come insopportabile. Unica istituzione d’Europa capace di perpetuarsi dalla tarda antichità fino ad oggi, il papato risulta tanto presente (o invadente) nell’Italia di oggi da non avere bisogno che un professore universitario straniero - tedesco, al pari dell’ex professor Joseph Ratzinger - venga a dircene l’importanza: come sembrerebbe voler fare Rudolf Lill, storico emerito dell’università di Karlsruhe, con Il potere dei papi pubblicato da Laterza.



Del resto, la forza del papato nel mondo contemporaneo non si manifesta unicamente entro i piccoli confini d’Italia. Almeno dall’aprile del2oo5, quando sui teleschermi del pianeta intero gloriosamente si concluse la straordinaria parabola terrena di un Papa polacco, dovrebbe riuscire chiaro a chiunque che il potere del pontefice di Santa Romana Chiesa trascende di molto i limiti della penisola. In Italia, l’autorità papale ha la singolarità di valere ancora, in qualche modo, come un’autorità politica. Fuori d’Italia, il Papa dispiega urbi et orbi la sua autorità spirituale: un’autorità che è andata facendosi tanto più grande da quando non ha potuto più essere calcolata, con buona pace del maresciallo Stalin, sul numero di divisioni militari agli ordini del successore di Pietro.



Ma appunto, il potere dei papi ha una storia. Non è stato sempre lo stesso dagli albori del Cristianesimo al terzo millennio. E proprio in questa dimensione della storicità - meno ovvia di quanto potrebbe sembrare, nell’epoca di papa Wojtyla e di papa Ratzinger - sta il senso del lavoro di Rudolf Lill: ricordare ai chierici come ai laici che lo strapotere dei pontefici di oggi, all’interno della Chiesa prima ancora che al suo esterno, rappresenta soltanto uno degli esiti possibili di una dinamica che ha visto contrapporsi, per secoli e secoli, un «principio gerarchico» e un «principio democratico». Cioè il decisionismo del trono petrino contro l’autonomismo delle chiese locali; la centralità del Papa contro la responsabilità dei vescovi; l’abuso della nomina dall’alto contro l’uso dell’elezione dal basso; la tentazione autoritaria contro la tradizione conciliare; le prerogative dei sacerdoti contro il sacerdozio dei fedeli.



Per quasi tre secoli dopo il Concilio di Trento, dalla metà del Cinquecento fino all’inizio dell’Ottocento, i papi di Roma non trionfarono mai del tutto nel loro sforzo di fare della Chiesa cattolica qualcosa come un esercito della fede. Fu a partire dalla Restaurazione che i pontefici riuscirono nell’intento, agitando contro il nuovo, onnipresente nemico - la «modernità» - il fantasma ormai uno e bino della Riforma protestante e della Rivoluzione francese. Nacque allora, in Francia, ,una corrente di pensiero cattolico che prese il nome di «ultramontanismo»: per la buona ragione che «di là dai monti», a Roma, si trovava il papa, riconosciuto come fonte suprema di autorità spirituale e temporale.



Vecchia di duecento anni o quasi, l’ideologia oltramontana meriterebbe di andare più nota nel mondo attuale, perché spiega parecchio della Chiesa e del Cattolicesimo di oggi. Oltre all’affermazione del principio di un potere assoluto del papa, il successo ottocentesco dell’ultramontanismo contribuisce a illuminare fenomeni storici altrettanto vari e rilevanti come il boom dei pellegrinaggi di massa verso Roma, la fortuna sempre maggiore delle devozioni mariane, la rinnovata passione per le reliquie di Cristo e dei santi, l’interpretazione via via più ossessiva dell’esperienza cristiana quale militanza antimoderna. Così pure, meriterebbe oggi un’ampia circolazione (l’ultima edizione Bur risale al 1995) il testo più parlante dell’ideologia ultramontana: Il Papa di Joseph de Maistre. Formidabile libro del 1819 dove il conte savoiardo teorizzava con mezzo secolo d’anticipo quanto la Chiesa di Roma avrebbe fissato come dogma sotto Pio IX, e avrebbe mantenuto fermo sino a oggi: il principio dell’infallibilità papale nei pronunciamenti ex cathedra.



Settant’anni fa un grande storico italiano, Adolfo Omodeo, rilesse Il Papa con uno scrupolo di serietà che non escludeva l’esercizio dell’ironia. Secondo Omodeo, il conte de Maistre «imprigionava tutta la vita religiosa in un organo sostanzialmente politico-amministrativo come il papa, alla stessa maniera che Cartesio aveva fantasticato l’anima rinchiusa nella ghiandola pineale». Nell’anno di grazia 1939, Omodeo non riuscì dunque a prevedere quanto un pontefice fresco di elezione, Pio XII, si apprestava a realizzare, sulla scorta dell’accentramento di poteri compiuto dai suoi predecessori: tutt’altro che l’astrusa fantasia cartesiana di una ghiandola pineale, ma l’abile trasformazione di un «organo politico-amministrativo com’era il papa» nella suprema istanza magisteriale di una Chiesa intesa quale «corpo mistico di Cristo».



Il pontefice successivo, Giovanni XXIII, volle temperare gli effetti del centralismo vaticano restituendo ai vescovi, alle chiese locali, alla comunità dei credenti, i mezzi di una pratica della fede che fosse meno gerarchica e più plurale. Non per caso, papa Roncalli si affidò per questo a uno strumento pluralista com’era quello conciliare: indisse il Concilio Vaticano II, che sarebbe toccato a Paolo VI di guidare a compimento. Nell’interpretazione di Rudolf Lill, la scelta di Giovanni XXIII muoveva da una constatazione inquietante:’ quanto più era aumentato nei secoli il potere del papa, tanto più si era ridotta la libertà dentro la Chiesa. I riformisti del Concilio provarono a invertire la tendenza, salvo doversi infine misurare con la «restaurazione» (come Lill la chiama, e non è l’unico) perseguita e realizzata da Giovanni Paolo II.



A riprova delle intenzioni restauratrici di papa Wojtyla, sì può evocare il carattere fortemente curiale e centralistico del Codice di diritto canonico promulgato nel 1983, come pure-la volontà di disciplinamento riconoscibile sia nel testo del giuramento di fedeltà alla Chiesa approvato nell’89, sia nel nuovo Catechismo divulgato nel ‘92. Fu una restaurazione che Giovanni Paolo Il realizzò a quattro mani con il presule da lui elevato ai vertici della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger. E fu una restaurazione che il papa polacco tenne a suggellare nell’anno del Giubileo - con un gesto altamente simbolico: la beatificazione di Pio IX, il papa che più di ogni altro aveva sognato di trasformare la Chiesa cattolica in un disciplinatissimo, coeso, gigantesco Esercito della Salvezza.

La Guzzanti sotto inchiesta per la satira su Ratzinger

La Guzzanti sotto inchiesta per la satira su Ratzinger

La Repubblica del 11 settembre 2008, pag. 1

di Curzio Maltese

Per quanto volgare, la satira riesce a esserlo sempre meno del suo bersaglio, il potere. Arriva la notizia che Sabina Guzzanti è indagata dalla Procura di Roma perle frasi sul Papa alla manifestazione di piazza Navona. Non staremo a ripetere quanto poco ci siano piaciute le allusioni di Sabina alla presunta vita sessuale di Joseph Ratzinger.

U n’offesa all’intelligenza dei manifestanti e al talento della Guzzanti. Ma, con tutto questo, che senso ha processare la satira, in democrazia? La satira, diceva il caro Sergio Saviane, è figlia di primo letto della critica. Processare il diritto di satira è sempre stato il primo passo per abolire di fatto il diritto di critica.



La notizia della possibile incriminazione dell’attrice pone anche una questione paradossale. Più o meno questa: per la giustizia italiana l’Italia è meno importante del Vaticano? La procura di Roma ha infatti giustamente archiviato gli insulti rivolti nella stessa occasione da Beppe Grillo al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Non li ha trovati abbastanza volgari. Per di più erano indirizzati «soltanto» alla prima carica istituzionale della repubblica. Altro peso, altra misura, per le parole della Guzzanti sul papa, volgarissime e criminali. Perché? E’ davvero curioso il modo di ragionare di certi magistrati. Diciamo la gran parte dei magistrati, quelli di cui si discute poco o nulla. Quelli che non si mettono in testa l’insana idea di applicare la legge uguale per tutti, ma si limitano ad applicare la costituzione materiale che protegge i potenti e umilia i poveri cristi. Poiché il papa non è per l’appunto un «povero cristo», per luivale una legge speciale. Si può offendere perfino il presi- dente, come ha fatto Grillo, dipingendolo come un don Abbondio pronto ad approvare per pavidità qualsiasi porcheria incostituzionale proposta da don Rodrigo Berlusconi. Questa è satira. Ma se si insinua che il papa possa essere omosessuale, peraltro non (ancora) un reato, allora si finisce sotto processo. In virtù del Concordato, questo catafalco fascista riverniciato da Craxi venticinque anni fa, che garantisce al Papa più rispetto del presidente della repubblica, allo Ior più segretezza delle banche svizzere e alla Chiesa più soldi della «casta».



All’autorizzazione a procedere contro Sabina Guzzanti manca soltanto il benestare del ministro della Giustizia, Alfano. A occhio e croce, la concederà. Il Paese è ormai pronto per i processi alle streghe. Dopo gli avvincenti dibattiti di questi anni sull’unità d’Italia (un errore?), sul fascismo (era male o no?), sulla morte cerebrale (è vera morte?), il ritorno alla Santa Inquisizione era prevedibile. Per il prossimo futuro aspettiamo tutti con ansia che si riapra la questione di Galileo (siamo sicuri che la terra gira intorno al sole?) e sull’anima delle donne, che fu concessa soltanto dal concilio di Magonza e con appena due voti di maggioranza. Nel frattempo possiamo contentarci dell’abolizione di fatto del diritto di satira sulla Chiesa. Non sarà un problema, all’inizio dell’anno scolastico, cancellare dai programmi la Divina Commedia e l’intera opera di Dante, grondante disistima nei confronti delle autorità cattoliche.

"La pillola è un diritto no all'oscurantismo"

"La pillola è un diritto no all'oscurantismo"

La Repubblica - ed. Roma del 11 settembre 2008, pag. 9

di Valentina Monarco

«E’ importante che Alemanno e Aiuti facciano sentire la propria voce sulla questione pil­lola del giorno dopo».


A seguito della video-inchiesta che rivela la difficoltà di ottenere la prescrizione della pillola negli ospedali romani, realizzata e filmata dai Radicali, è Gianluca Quadra­na, capogruppo della lista civica di Roma, ad invocare l'intervento del sindaco e del commissario consiliare ad hoc. «La pillola del giorno dopo — spiega Quadrana — non è abortiva, eppure negli ospe­dali della nostra città viene negata, perché i medici invocano l'obiezione di coscienza». Quadrana riconosce al sinda­co una "certa attenzione al tema", avendo istituito la commissione poi affidata ad Aiuti, ma sottolinea anche che l'inchiesta dei Radicali "richiede un intervento urgente da parte delle autorità politiche e amministrative cittadine per­ché, nel rispetto dell'obiezione di coscienza, non vinca una cultura oscurantista".



Oggi, conferenza stampa dell'associazione Radicali Roma. Il segretario Massimiliano lervolino annuncia: «Mostreremo per intero il video dell'inchiesta».

Caso pillola giorno dopo dvd dei radicali in procura

Caso pillola giorno dopo dvd dei radicali in procura

La Repubblica - ed. Roma del 12 settembre 2008, pag. 9

di Carlo Picozza

Prima il video che documenta il rifiuto di prescrivere la pillola del giorno dopo nella metà degli ospedali romani (anticipato su queste pagine e da Repubblica.it). Ora i radicali consegneranno il dvd alla magistratura «per denunciare i comportamenti illegali di tanti medici che», per Marco Pannella al telefono da Londra, «obiettori di coscienza nel pubblico, si trasformano in non obiettori nei loro studi privati». «Passeremo il filmato anche al presidente della Regione, Piero Marrazzo», annuncia il segretario dell’associazione Radicali Roma, Massimiliano lervolino. «E ogni sei mesi torneremo negli ospedali con la telecamera». Forte dell’indagine-video, un’interrogazione parlamentare è stata presentata da Rita Bernardini.



«L’illegalità» per il tesoriere del partito, Michele De Lucia, «la fa da padrona nel rifiuto di prescrivere la pillola del giorno dopo che è un contraccettivo di emergenza non un farmaco abortivo». Per l’avvocato Alessandro Gerardi, «la magistratura dovrà pronunciarsi sui comportamenti illegittimi dei cosiddetti obiettori». «L’apertura all’Udc per le prossime elezioni regionali ci interessa poco», ancora Iervolino, «a noi preme far finire il calvario delle donne negli ospedali romani durante i weekend». Quindi, «Marrazzo ci inviti o saremo noi ad andare da lui».

Vergassola: Sabina, io ti salverò...

l’Unità 12.9.08
Vergassola: Sabina, io ti salverò...
di Toni Jop

SATIRA Non abbiamo badato a spese e abbiamo assunto per Sabina Guzzanti un principe del foro: il professor Dario Vergassola. Egli ci ha esposto la sua linea difensiva da opporre all’ipotesi di reato: ha offeso il Papa oppure no? Leggete...

L’è un lovo, l’è un fogo, l’è un zogo? (Lupo, fuoco, gioco). Scegliere bene, perché dipende tutto dalla risposta. Quando, rilasciando il diaframma ipercompresso come la libertà da questi tempi grigetti, disse al microfono in piazza Navona che il Papa, una volta defunto, sarebbe stato tormentato da «diavoloni frocioni e attivissimi», Sabina Guzzanti commise un reato oppure no? La notizia, secondo noi che non siamo tecnici del diritto, sta nel fatto che il paese sia messo nelle condizioni di affrontare un interrogativo posto esattamente in questi termini. Ovvio che che un magistrato la sa più lunga di noi, ma certo sarebbe strano che Sabina finisse condannata per questioni e proiezioni satiriche che comunque hanno a che fare con una eventuale aldilà. In Italia accade di tutto, specie adesso. Preoccupati, abbiamo chiesto a persona seria e posata, esperta e mentalmente affidabile di rappresentare e difendere gli interessi di Sabina Guzzanti, un avvocato d’ufficio per lei, forte e fragile insieme, furente e insieme gentile. Voi a chi vi sareste rivolti? Noi al professor dottor Dario Vergassola, impagabile, in tutti i sensi.
Allora, dottor Vergassola, lei crede che ci sia spazio per uscirne con la fedina penale pulita, oppure questa volta ci sporcano Sabina?
«Una cosa per volta, prego. Intanto prendiamo in esame la frase incriminata; dunque, ecco: lei parla di “frocioni attivissimi”...Boh! Espressione senza senso, al fondo, poi vediamo. Ma intanto, occorre qui definire la proiezione spazio-temporale cui la nostra assistita ha fatto ricorso. Dice: dopo la morte. Non voglio giocare d’astuzia, né dribblare la giurisprudenza in materia, tuttavia...».
Tuttavia che?
«Ecco non mi risulta, non ci risulta che qualcuno sia tornato indietro da laggiù per dirci come va o in compagnia di chi se la sta passando, se sia finito all’inferno piuttosto che altrove. Mancando una consuetudine concreta, manca un riferimento almeno plausibile di dove possa finire un Papa, una volta che ci ha dolorosamente lasciati su questa terra...».
La seguo. Ma dove porta il suo ragionamento?
«Vede, se non esiste un campo accertato governato da regole particolari di decoro e decenza unanimemente riconosciuti, così come accade dopo la morte, visto che non ne abbiamo testimonianza, non si può nemmeno sostenere che si commetta un reato attribuendo a un Papa, dopo il decesso, una sorte, una compagnia, piuttosto che un’altra».
Quindi, il reato non sussiste, giusto?
«In linea di principio mi pare evidente. Se avesse detto, Sabina, che dopo morto Papa Ratzinger sarebbe finito in una discoteca, una discoteca infernale. Chi avrebbe potuto smentirlo? Chi avrebbe potuto prendere in esame quella discoteca come motore ipotetico di un reato? Chiediamoci anche perché qualcuno avrebbe potuto intraprendere questa strada sotto il profilo giuridico...».
Lei è un genio, dottore. Ma c’è questa questione legata alla parola “frocioni”. Che ne dice? Qualcuno può non gradire...
«Certamente: la definizione non è solo desueta, ma anche talmente nulla-dicente da risultare un banale relitto di archeologia verbale. Nel caso, tuttavia, la si voglia intendere a ogni costo come “contundente”, è del tutto chiaro che ogni ipotesi di risentimento vada comunque attribuito e riconosciuto a chi, infelicemente ed erroneamente si senta male rappresentato da questa definizione. Quindi non certamente il papa da vivo, men che meno una volta defunto. Quel che accadrà in seguito, come abbiamo visto, non è dato di sapere. L’aldilà non è comunque un salotto e non è regolato dalle norme della buona creanza, neanche dalla moglie di Rutelli, chi ha notizie diverse è pregato di farsi avanti...».
Speriamo bene. Poi, forse, benché la giurisdizione non sia mediamente incline ad attribuirgli un ruolo decisivo nelle ipotesi di reato, esiste un contesto...
«Certo: da una parte e dall’altra. Cioè: sia dalla parte dell’ipotetico atto criminoso, sia dalla parte dello sguardo che sintetizza una ipotesi di reato inclinando la legge in direzione di quella che si definisce la “sensibilità dei tempi correnti”...».
Madonna, che difficile...
«Meno di quel che si pensi. Infatti, si può facilmente osservare come l’attenzione e la credibilità siano tributate oggi maggiormente a ciò che sostengono gli autori satirici piuttosto che a ciò che dicono i rappresentanti della politica. È un fatto oppure no, in questo paese?».
Eccellenza, lei è un vero principe del foro...
«Prenda appunti, invece. È vero o no che si tende oggi in Italia a prendere sul serio ciò che dicono i satirici e per niente quel che dicono i politici?».
Sarà vero, anche. Ma questo cosa comporta?
«Comporta che viene chiesto ai satirici di rispondere seriamente dei loro giochi, mentre non si chiede per nulla ai politici di rispondere delle loro affermazioni, promesse etc. etc...Permetta, devo andare, la salveremo».