mercoledì 17 settembre 2008

8 per mille, allarme in Vaticano

8 per mille, allarme in Vaticano

L'Unità del 17 settembre 2008, pag. 2

di Simone Collini

35 milioni di euro in meno dall’8 per mille, e nella Chiesa cattolica scatta l’allarme. I dati sono contenuti in un documento interno della Conferenza episcopale italiana, di cui è venuta in possesso la Adista, agenzia che si occupa di «fatti e notizie del mondo cattolico» (di non molto tempo fa è l’inchiesta sui conti correnti aperti dall’Istituto per il sostentamento del clero in una dozzina di banche che «collaborano attivamente al commercio di armi italiane»). Nel testo si legge che dopo quasi dieci anni di costante incremento, la percentuale delle firme per la destinazione dell’8 per mille all’episcopato italiano è diminuita dall’89,82% (risorse da distribuire nel 2008, sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2005) all’86% (risorse per il 2009, in riferimento alle dichiarazioni dei redditi del 2006): «Tale dato - si precisa nel documento della Cei - non è l’effetto di una diminuzione in valore assoluto delle firme in favore della Chiesa cattolica (che, anzi, crescono ancora di 38.024 unità), ma di un significativo incremento delle scelte espresse (equivalenti a circa 800.000 firme), quasi tutte per l’opzione «Stato», che passa in percentuale dal 7,6% all’ 11% totale». Fatto sta che la Cei ha preso atto che la riduzione percentuale determinerà per il prossimo anno «un significativo calo, pari a quasi 35 milioni di euro» delle risorse che entreranno nelle casse vaticane. «Ciò evidenzia la necessità di continuare a puntare sulle campagne di promozione al sostegno economico per la Chiesa cattolica, per tenere alta la percentuale delle firme in nostro favore», si legge nel testo diffuso dalla Adista.



Ma quanto venuto alla luce in queste ore evidenzia anche un’altra cosa, per il Radicale Maurizio Turco. E cioè che «il miliardo di euro che ogni anno viene sottratto dal bilancio dello Stato in favore della Cei è frutto di un patto scellerato tra quest’ultima e i governi italiani, che da 18 anni tengono nascosto al Paese il reale funzionamento dell’8 per mille».



Il punto contestato è il meccanismo perverso che regola la ripartizione di queste risorse: la stragrande maggioranza dei contribuenti, quasi il 60%, non barra nessuna delle sette caselle presenti sul modulo per la dichiarazione dei redditi (Chiesa cattolica, Stato, Valdesi, Comunità ebraiche, Luterani, Avventisti del settimo giorno, Assemblee di Dio in Italia), e in base alle norme vigenti questa quota non espressa viene divisa in misura proporzionale alle preferenze dichiarate. «Solo il 37% dei contribuenti italiani sceglie volontariamente di destinare alla Chiesa l’8 per mille delle proprie tasse», si legge nel testo con cui l’agenzia Adista commenta il documento interno alla Cei di cui è venuta in possesso, ma grazie al meccanismo di ripartizione «la Chiesa cattolica incassa quasi il 90% del gettito complessivo».



La Cei non interviene su questo punto, però con una nota smentisce che ci saranno nei prossimi mesi ulteriori stanziamenti per le campagne pubblicitarie e ostenta tranquillità sulle risorse finanziarie che incasserà nel 2009. Dice Paolo Mascarino, del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica: «Il numero di contribuenti che hanno firmato per l’8 per mille è passato da 16,8 milioni a oltre 17,5 milioni, quindi ci sono 800 mila firme in più. Lo Stato ne ha prese la gran parte e cresce in termini di quota, la Chiesa si abbassa perché è cresciuta meno, proporzionalmente, dello Stato, ma l’importante è che sono cresciute le firme per la Chiesa».

Otto per mille alla Chiesa: contributi in calo

Otto per mille alla Chiesa: contributi in calo

Il Messaggero del 17 settembre 2008, pag. 12

di Franca Giansoldati

Polemica sull’8 per mille che rientra alla svelta dopo una precisazione proveniente dal quartier generale della Cei che, per non fare montare un caso definito «non preoccupante», ha affidate al Sir un intervento, ricco di cifre e considerazioni. Le preferenze a favore della Chiesa cattolica non è vero che calano, ma anzi continuano a crescere, in termini assoluti. Ciò che diminuisce, invece, è la percentuale del totale delle firme per effetto di un consistente aumento di coloro che scelgono per l’opzione "Stato". I dati in questione, nonostante siano già stati commentati nel maggio scorso, dallo stesso cardinale Bagnasco, al termine dell’Assemblea Generale della Cei, sono stati ripescati dall’agenzia cattolica indipendente Adista per mettere in evidenza come, dopo dieci anni di costante incremento, la percentuale delle finne a favore della Chiesa cattolica fosse diminuita. Tanto che i vescovi avrebbero financo pensato di correre ai ripari e potenziare la pubblicità su tv e giornali per sensibilizzare i contribuenti a firmare per loro. Obiettivo: neutralizzare la concorrenza dello Stato che guadagna consenso (e, ovviamenle, contributi). Questa riduzione, scrive Adista, «determinerà per il prossimo anno un significativo calo, pari a quasi 35 milioni di euro».



I vescovi italiani prossimamente scriveranno agli italiani ma solo per dire «grazie» della fiducia dimostrata finora. Una lettera pastorale di gratitudine. Inoltre, aggiunge i] Sin non è mai stato lanciato nessun allarme dall’episcopato poiché le firme in termini assoluti risultano in crescita, secondo i numeri già pubblicati in maggio, e dai quali si evinceva che «un numero superiore di italiani ha scelto di firmare per la Chiesa Cattolica (+ 38mila unità)».



Secondo la Conferenza Episcopale se in percentuale qualcun altro è cresciuto di più (in questo caso a crescere è lo Stato italiano, una delle sette destinazioni possibili dell’8 per mille) dimostra solo che «il sistema e’ davvero democratico». «Accogliamo con favore questo fenomeno: in primo luogo il fatto che partecipino 17,5 milioni di persone alla farnia dell’8 per mille - hanno spiegato i vescovi - rafforza la natura democratica dello strumento; in secondo luogo siamo contenti che lo Stato torni al suo livello fisiologico dell’ 11 per cento di scelte, livello che storicamente ha avuto negli anni (11-12 per cento)».



Intanto i Radicali che stanno facendo una campagna contro 1’8 per mille alla Chiesa cattolica, ne hanno approfittato per definire il meccanismo di ripartizione un «patto scellerato» tra i governi «che da 18 anni tengono nascosto al Paese il suo reale funzionamento». Se si informassero meglio i cittadini le «ripartizioni dell’otto per mille sarebbero ben diverse, e la Cei perderebbe buona parte dei 600 milioni di extra gettito».

8 per mille: la Cei lucra sull’ignoranza imposta dai Governi. Se il Governo informasse, 600 milioni di euro in meno per la CEI

dal sito: radicali.it
8 per mille, Radicali: la Cei lucra sull’ignoranza imposta dai Governi. Se il Governo informasse, 600 milioni di euro in meno per la CEI

Roma, 16 settembre 2008

Dichiarazione di Maurizio Turco, deputato radicale eletto nel PD e Segretario di Anticlericale.net, e di Mario Staderini, della Giunta di Direzione di Radicali Italiani e autore del libro “8 per mille, come lo Stato sottrae ogni anno 1 miliardo di euro agli italiani per darli alla Chiesa cattolica”



I dati sulle scelte sull’otto per mille espresse dagli italiani con dichiarazioni dei redditi 2006 e valide per il 2009, anticipati ieri da Adista, confermano quanto sosteniamo da tempo: il miliardo di euro che ogni anno viene sottratto dal bilancio dello Stato in favore della CEI è frutto di un patto scellerato tra quest’ultima ed i Governi italiani, che da 18 anni tengono nascosto al Paese il reale funzionamento dell’otto per mille.

Nel 2004, con i pochi mezzi dell’associazione radicale Anticlericale.net, avviammo una campagna informativa per far conoscere a quel 64% di italiani che non esprimeva una scelta le conseguenze del loro gesto. Non firmando, infatti, i soldi non rimangono nelle casse dello Stato ma vengono ripartiti sulla base delle scelte degli altri.

Apprendiamo oggi con soddisfazione che in soli tre anni, il numero di chi non sceglie è sceso al 59% e quella di chi si esprime a favore dello Stato è salito dal 7,7% all’11%.

In valore assoluto significa 800 mila firme in più per lo Stato, mentre la Chiesa cattolica è cresciuta ma di sole 38 mila unità.

Siamo certi che se il Governo facesse il suo dovere, ovvero informare i cittadini, le ripartizioni dell’otto per mille sarebbero ben diverse, e la CEI perderebbe buona parte dei 600 milioni di extra gettito che annualmente lucra sull’ignoranza indotta.

Il Ministro Tremonti, che dell’8 per mille fu l’ispiratore, scriverà anche lui una lettera agli italiani, come farà la CEI?

martedì 16 settembre 2008

La buona laicità

La buona laicità
La Stampa del 16 settembre 2008, pag. 29

di Gian Enrico Rusconi
Il lungo ciclo delle prese di posizione pubbliche di Papa Ratzinger, tra il discorso di Ratisbona (settembre 2006) e il solenne ricevimento all’Eliseo a Parigi (settembre 2008), si chiude con un successo di attenzione mediatica. Il Papa ha ribadito che il contrasto principale di oggi è tra «religione e laicismo». Nel contempo ha evocato benevolmente una «laicità positiva» lasciandone tuttavia indeterminati i contorni. A scanso di equivoci, però, lontano da Nicolas e Carla, ha invitato i Vescovi a non benedire «le unioni illegittime». Tutto deve tenere.

Sembra essersi affermata nell’opinione pubblica l’idea che ci sia il pericolo di una illegittima esclusione dalla sfera pubblica della religione, della Chiesa, del cristianesimo, di Dio (con una intenzionale o preterintenzionale confusione e sovrapposizione di questi concetti).

Naturalmente questo non risponde a verità. Quanto meno occorre distinguere tra la situazione francese e quella italiana. Da noi molti cattolici coltivano la sindrome della vittima: costante presenza mediatica accompagnata dal lamento dell’esclusione; denuncia della critica e del rifiuto delle loro opinioni come prova dell’ostilità verso il cristianesimo-cattolicesimo, verso la Chiesa, anzi verso Dio. Da qui l’equivoco di scambiare il dissenso ragionato verso aspetti - naturalmente importanti - della dottrina della Chiesa e della sua strategia come inimicizia preconcetta contro la religione o come ateismo militante. Magari si prende occasione dall’atteggiamento di alcuni laici, del tutto legittimamente atei, che con le loro posizioni polarizzano su di loro l’attenzione dei media e della Chiesa.

Ma dove passa la differenza tra laicità positiva e laicismo? In concreto: nella definizione della famiglia «naturale», nei temi connessi a quella che viene genericamente chiamata eutanasia, nei problemi cruciali della bioetica? Chi non è d’accordo sul lungo elenco dei «no» degli uomini di Chiesa - dalle coppie di fatto alla sospensione dell’alimentazione forzata nel caso di Eluana - è dichiarato laicista. Chi invece è d’accordo è laico positivo. Come si possono schiacciare in queste caselle le convincenti considerazioni di Barbara Spinelli su «quando muore il cervello» (La Stampa 14 settembre)?

Ma c’è un altro malinteso. In Italia si sta estinguendo il dialogo, se con esso miriamo allo scambio di ragioni e di argomenti. Se lo intendiamo come la ricerca della verità su questioni complesse, dove ognuno degli interlocutori dovrebbe essere disposto a mettere in gioco le proprie convinzioni. No: il dialogo è diventato sinonimo di rassegna e competizione di posizioni già predisposte in funzione identitaria (cattolici contro laici). In particolare per gli interlocutori religiosi la verità c’è ed è intrattabile. Ma questo avviene sulla base di un passaggio logico non esplicitato: l’incontrovertibilità della verità passa impercettibilmente dal piano della «rivelazione religiosa» ai temi della «natura umana» che dovrebbero essere invece affrontabili con strumenti razionali e scientifici presuntivamente comuni e accessibili a tutti.

La Chiesa in questi anni di esposizione pubblica è riuscita a riaffermare la credibilità della sua dottrina naturale. Il costo (non detto e persino non percepito da molti Pastori) è che non si parla più davvero di teologia ma di antropologia, come si sente ripetere in continuazione. Il problema che sta a cuore non è la questione di Dio, ma l’idea di natura umana e di razionalità (nel senso inteso da Ratzinger) che passa surrettiziamente dietro e dentro l’idea di Dio quale è codificata nei termini tradizionali della dottrina. Il laico che solleva questa problematica è etichettato senz’altro come laicista. Con lui si polemizza, non si dialoga.

A questo punto confesso d’aver perso il senso della distinzione benevola-polemica tra laicità positiva e laicismo. Secondo lo stereotipo corrente il laico-laicista è il non-credente, il razionalista («arido», naturalmente), lo scettico cultore del dubbio metodico, relativista rispetto ai valori, l’uomo senza speranza. Inutile dire che queste sono caricature clericali. In realtà oggi il laico (senza bisogno di sentirsi definire «positivo») non condivide più la «religione della ragione» settecentesca, la «religione dell’idealismo» di stampo ottocentesco, neppure quella della scienza novecentesca, anche se tiene ben fermi come criteri di certezza quelli offerti dal metodo scientifico. Di conseguenza si pone interrogativi su Dio che appaiono incompatibili con la dottrina corrente della Chiesa.

Il laico è l’uomo/la donna delle certezze che sanno di essere radicalmente contingenti, ma non per questo meno stringenti. È l’uomo/la donna della ragionevolezza, cioè della razionalità temperata da ciò che non appare riducibile alla semplice strumentazione scientifica. Ma non per questo accetta dottrine costruite su modelli mentali e antropologici storicamente elaborati con mentalità pre-scientifica (o addirittura anti-scientifica) che pretendono accesso privilegiato alla trascendenza.

Il confine tra razionale e irrazionale è precario, ma sempre definibile con gli strumenti della ragione. L’orizzonte della ragione e delle sue espressioni semantiche è intrascendibile. La fede non vi trova posto. Questa è la lezione irrinunciabile da Kant a Wittgenstein, due studiosi che non si dichiaravano affatto atei ma ponevano la fede nella «ragione pratica» o nell’ambito delle «forme di vita». Chi ragiona così è un laicista o un laico positivo? Francamente questa distinzione, che pretende diventare una graduatoria della razionalità, è insostenibile.

sabato 13 settembre 2008

Al Papa non basta l’ateo devoto

Al Papa non basta l’ateo devoto

La Stampa del 9 settembre 2008, pag. 1

di Franco Garelli

E’molto curioso che il Papa, nella sua visita di domenica in Sardegna, abbia fortemente auspicato la nascita di «una nuova generazione di politici cattolici» proprio di fronte a un nutrito parterre di uomini politici venuti a rendergli omaggio. Chissà come avrà reagito a questo richiamo Silvio Berlusconi, che era in prima fila insieme con Gianni Letta e il governatore Soru.

Lui che oltre a qualche zia suora vanta un’educazione dai Salesiani di Milano e non perde occasione di presentarsi come il paladino della libertà di espressione della Chiesa nella nostra società; in ciò distinguendosi da una sinistra che - a suo dire - ancora vorrebbe una «chiesa del silenzio». Ma al di là della circostanza, quello dei Papa è un appello che chiama in causa molte forze politiche. Anzitutto i cattolici di tutti gli schieramenti, che possono sentirsi come una pattuglia troppo residuale o marginale per rappresentare politicamente i valori cristiani nella società pluralistica. Inoltre, tutte quelle forze politiche (tra cui anche la Lega Nord) che, pur caratterizzate da un’anima tendenzialmente laica e secolarizzata, da tempo rivalutano la fede della tradizione per rinforzare le basi della nazione e per arginare la presenza di nuove culture e fedi religiose. Infine, anche quel Partito democratico la cui costola cattolica sembra alla Chiesa troppo debole per emergere nel confronto tra ispirazioni diverse ed eterogenee.



In sintesi, nell’auspicare il rinnovamento della classe dirigente cattolica il Papa sembra guardare «altrove» rispetto alle forze politiche esistenti, «oltre» la distinzione di campo tra destra e sinistra. Preoccupata del debole apporto dei cattolici alla vita politica, la Chiesa lancia lo slogan «giovani politici cattolici cercansi». Ma l’auspicio è per una nuova generazione di laici cristiani «capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile». In un altro passo del discorso di Cagliari, il Papa lamenta i troppi divorzi e lacerazioni che travagliano le famiglie, segno di una mentalità troppo compromessa col mondo che coinvolge anche i politici che pur appoggiano l’azione della Chiesa nella società.



La novità di questa posizione del Papa è evidente, dopo anni in cui la Chiesa ha apprezzato l’azione positiva nei suoi confronti da parte di forze politiche attente ai valori cristiani più per tradizione che per convinzione. Come a dire che la Chiesa non si accontenta di questi appoggi esterni da parte di forze politiche intrinsecamente laiche, ma rivendica l’importanza della presenza in politica dei credenti più impegnati. Gli atei devoti possono dare un contributo alla causa cristiana, ma non sostituiscono affatto i credenti attivi e convinti nel loro impegno nel governo delle realtà terrene. C’è una sensibilità cattolica distintiva che deve emergere anche in campo politico, capace di meglio rappresentare la visione della realtà tipica del cattolicesimo. Già Paolo VI diceva che l’impegno in politica è una delle forme più alte di carità cristiana.



Resta da chiedersi se quello del Papa sia un generico appello ai credenti a impegnarsi nuovamente nelle scelte politiche, oppure un richiamo che alimenta e fa leva su un’effettiva mobilitazione delle forze cattoliche in questo campo. In altri termini, di quante «divisioni» può contare oggi il cattolicesimo italiano per una nuova presenza in politica? La risposta non può che essere incerta e controversa. Tra i credenti più attivi il legame con la politica si è affievolito nel tempo, anche a seguito di Tangentopoli e dintorni e della crisi vissuta dalla Democrazia cristiana. Molti cattolici hanno sostituito l’impegno politico con quello nel volontariato, dedicandosi anche alle molte attività formative e organizzative degli ambienti ecclesiali. L’associazionismo cattolico manifesta ancora un’indubbia vivacità, ma - con poche eccezioni - non risulta propenso a orientare i propri membri ad assumersi delle responsabilità politiche. Oltre a ciò, la crisi degli Ordini e delle Congregazioni religiose, soprattutto dei Gesuiti, ha privato il campo cattolico di quei luoghi formativi preposti nel passato alla formazione della classe dirigente. Anche le forze e i partitini politici di ispirazione cattolica esercitano un debole appeal sulle nuove generazioni, palesando un deficit di ricambio preoccupante. L’appello di papa Ratzinger per far nascere una nuova generazione di politici cattolici può dunque creare del movimento nel cattolicesimo organizzato e contribuire a rinnovare la classe politica italiana; anche se la base cattolica non sembra ancora pronta per la sfida su un terreno così impegnativo che richiede nuove elaborazioni e un più forte coraggio.

Nostalgie vaticane

Nostalgie vaticane

Il Manifesto del 9 settembre 2008, pag. 3

di Filippo Gentiloni

Anche il papa è scontento della situazione politica italiana. Lo ha detto con chiarezza nel corso della sua visita dell’altro ieri in Sardegna. L’Italia è malata: è d’accordo anche lui. Non è facile, però, essere d’accordo con lui sulla cura. Dice che «serve una nuova generazione politica», ma la novità assomiglia molto, troppo, a un passato infelice, incerto, non ancora dimenticato. Sentiamo: «Auspico una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile». E ha aggiunto: «Maria vi renda capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica, che necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile». In primo piano la famiglia che «ha più che mai bisogno di fiducia e di sostegno sia sul piano spirituale che su quello sociale». Soprattutto «giovani, assetati di verità e di ideali». E ha aggiunto: «Evangelizzate il mondo del lavoro, dell’economia, della politica». Ai giovani il papa ha detto anche di «non cedere allo scoraggiamento di fronte alla precarietà del lavoro e a evitare la superficialità promossa dalla cultura dominante».



Non si può non ricordare i tempi della Democrazia Cristiana: il papa ne auspica un ritorno? Non basta la presenza di cattolici che vivono, come oggi, la militanza politica nei vari schieramenti esistenti? Si vorrebbe fare ritorno a uno schieramento etichettato come cattolico? Eppure era sembrato che i vertici vaticani avessero accettato volentieri la fine di raggruppamenti politici dichiaratamente «cattolici», in Italia come nel resto del mondo.



La situazione attuale spinge, forse, verso un ritorno indietro? Alcune espressioni dei vertici vaticani e del papa stesso lo farebbero pensare.



Sempre nella domenica «sarda», ad esempio, dopo la messa, il papa ha lamentato il numero eccessivo dei divorzi che starebbero sfasciando le famiglie italiane, mentre, d’altro canto, ha confermato in un cordiale incontro con Berlusconi l’appoggio cattolico al governo di centrodestra. L’incontro dell’altroieri era il sesto fra Berlusconi e Benedetto XVI (che aveva viaggiato in aereo insieme a Gianni Letta). Ma proprio in contemporanea a Roma i ministri Rotondi e Brunetta stanno portando avanti una riforma positiva delle unioni civili.



In una intervista all’ Unione sarda Berlusconi difende l’intervento politico della Santa Sede e ringrazia per l’appoggio ricevuto in questi mesi. «Da sardo, prego la vergine di Bonaria». Dice: La libertà di pensiero è un principio che ho sempre difeso. Chi vuole la chiesa del silenzio e che ancora gradirebbe sacerdoti confinati dentro le chiese, è fra coloro che si sono sempre ispirati al comunismo». Berlusconi non si smentisce. Ciò nonostante la «cattolicità» degli italiani è sempre più in discussione e il papa è preoccupato. Non basta a tranquillizzarlo la constatazione che il «pericolo» comunista si è allontanato da tutto il panorama politico (persino dal Partito Democratico).



E’ evidente che in Vaticano non si sa bene che cosa opporre alla progressiva laicizzazione del popolo italiano. Una incertezza che è emersa in Sardegna nell’incerto richiamo ai tempi di un cattolicesimo impegnato in politica in prima persona. Tempi non lontani, li ricordiamo bene.



Ma per la chiesa sono stati tempi veramente felici? Se ne può, almeno, dubitare. Erano, fra l’altro, i tempi dei referendum popolari a favore del divorzio e dell’aborto, le più dure sconfitte recenti del cattolicesimo nostrano. E il Vaticano non può e non deve dimenticare che la Democrazia Cristiana era diventata più che il partito dei cattolici il partito di centro della vita politica italiana. Di un centro sempre più a destra.



Non sembra convincente, dunque, quel ritorno a un cattolicesimo politico auspicato in Sardegna dal papa. Come non sembra convincente quell’appoggio della chiesa ufficiale al centrodestra che l’incontro sardo del papa con Berlusconi ha confermato. Ci piaccia o no, la laicizzazione procede a grandi passi anche da noi. Nonostante i reciproci favori fra il Vaticano e Palazzo Chigi. E nonostante la crisi del comunismo.

L’occupazione vaticana del potere politico

L’occupazione vaticana del potere politico

L'Opinione del 9 settembre 2008, pag. 1

di Alessandro Litta Modignani

Alla elezioni del 2006, quando vennero annunciate le candidature di Luigi Bobba e Paola Binetti nelle liste dell’Ulivo, Daniele Capezzone disse che il Vaticano aveva lanciato un’Opa sul 100 per cento della politica italiana. Era sembrata solo una delle tante battute efficaci dell’allora segretario dei Radicali, ma oggi si comprende la portata reale dell’offensiva in corso contro lo Stato di diritto, laico e moderno. Il Vaticano non si accontenta più di avere un proprio spazio, per quanto privilegiato, come nel recente passato. Ora vuole tutto il “piatto”, e per ottenerlo punta a occupare l’intero arco dello schieramento politico, con esponenti di stretta osservanza collocati nelle posizioni-chiave. C’è bisogno di nuovi cattolici nella politica italiana, ha detto infatti Benedetto XVI durante la sua visita in Sardegna. Un modo per dire che i cattolici alla vecchia maniera non bastano più. I cattolici liberali nell’800 avevano fatto il Risorgimento, contro la Chiesa stessa; i clerico-fascisti avevano spinto alla conciliazione, attraverso il Concordato; i cattolici democratici avevano fatto la Repubblica, con la Democrazia cristiana; i catto-comunisti avevano “coperto” a sinistra durante gli anni della contestazione e del compromesso storico.

Oggi nessuno di costoro è funzionale al disegno egemonico del Vaticano. Nel terzo millennio servono cattolici di tipo nuovo, antropologicamente privi di senso dello Stato, “laici” solo in quanto non sacerdoti, ma - al pari dei sacerdoti - fedelmente allineati alle posizioni della Chiesa, vincolati all’obbedienza e pronti a corrispondere agli impulsi delle gerarchie. Militanti della Chiesa, insomma, mandati in missione non nel terzo mondo, ma su un fronte di lotta particolarmente importante e delicato: lo Stato italiano. Al momento della formazione del governo Berlusconi, avevamo previsto che la pesante penalizzazione di esponenti integralisti avrebbe contrariato la Chiesa e che il Vaticano avrebbe presentato il conto: è accaduto domenica, in Sardegna. Joseph Ratzinger non è certo tipo da farsi intortare a pacche sulle spalle. Esige da Berlusconi contropartite precise, cioè uomini di sua fiducia in posizioni di potere.

E soprattutto divieti su divieti, per rafforzare la presa di controllo su una società sempre più secolarizzata e sempre meno preda delle ataviche paure su cui si fonda il potere sacerdotale. Per questo “c’è bisogno di nuovi politici cattolici”: perchè i cattolici, in Italia, sono sempre meno, come dimostrano le statistiche. Naturalmente tutti, a destra e a sinistra, si sono precipitati a dire che il Papa ha ragione. Per primo Berlusconi, che si è detto pronto a difendere la “libertà di parola” del Papa. A dire il vero, il problema italiano è semmai l’opposto: chi è rimasto a difendere la laicità dello Stato? Gianni Letta, braccio destro di Silvio, fuga anche gli ultimi timori: “Santità, non ci è sfuggito il suo messaggio”. Ecco finalmente un esempio di “sana laicità”.