mercoledì 30 luglio 2008

Il giudice: «Illegittima la legge sulla procreazione assistita»

Il giudice: «Illegittima la legge sulla procreazione assistita»

Il Secolo XIX del 30 luglio 2008, pag. 5

Sarà la Corte Costituzionale a dire l’ultima parola sulla legge perla procreazione assistita. Con l’ordinanza emessa dal giudice civile di Firenze Isabella Mariani, resa nota ieri, la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita incassa una sonora bocciatura e viene rinviata alla Consulta per un giudizio di costituzionalità proprio nei suoi punti più controversi, ovvero il "cuore" della legge stessa: primi fra tutti, il limite di tre embrioni producibili e l’obbligatorietà di impianto, senza possibilità di revoca del consenso da parte della donna, una volta che l’ovulo è stato fecondato. Ad essere contestato è inoltre il protocollo unico di trattamento cui il medico deve uniformarsi per tutte le pazienti, senza poter considerare la specificità di ogni singolo caso. Tanto che il giudice ritiene si crei un «grave nocumento alla salute della donna».



Spetta ora alla Corte, sulla base del ricorso presentato da una coppia con problemi di sterilità, come spiega l’avvocato Gianni Baldini, legale della coppia, decidere se le parti più importanti della legge sono o meno in contrasto con la Carta Costituzionale.



Sono quattro i punti bocciati dall’ordinanza: il limite dei tre embrioni producibili, l’obbligo del loro impianto contemporaneo in utero, il divieto di crioconservazione degli embrioni e l’irrevocabilità del consenso della paziente. Primo punto: la salute della donna. «L’assetto voluto dalla legge sulla fecondazione assistita crea grave nocumento alla salute della donna e nello stesso tempo non garantisce il fine che essa stessa si propone come programmatico, fornendo soluzioni contraddittorie e non ottimali». Il secondo punto riguarda il limite di tre embrioni. L’articolo 14 della legge «che prevede il limite massimo di tre embrioni da produrre ai fini della procreazione assistita - rileva Baldini - contrasta con l’interesse alla salute della donna ma anche con lo stesso codice di deontologia medica». Così come «crea gravi danni alla salute della donna», l’obbligo di impianto contemporaneo degli embrioni in utero e anche il divieto di crioconservazione. Il giudice dunque, rileva Baldini, «ritiene fondato non solo il contrasto con l’articolo 32 della Costituzione ma anche con l’articolo 3». Così, rileva Baldini, «mentre nel resto D’Europa le aspettative di gravidanza sfiorano il 30%, in Italia sono passate dal 25% nel 2003 al 21% nel 2006, è aumentato il numero dei parti gemellari e sono diminuiti i bambini nati con tecniche di procreazione».



Non è tutto. Il giudice dice no alla previsione di un «protocollo sanitario astratto, unico e non configurato sulle necessità di cura della singola persona». Inoltre si esprime contro l’irrevocabilità del consenso all’impianto po la fecondazione dell’ovulo (art.6), poiché «in assenza dei presupposti del trattamento sanitario obbligatorio (Tso) si realizza per questa via una coazione alla cura del tutto inammissibile».



«È una sonora bocciatura della legge - commenta Baldini - e se l’orientamento della Suprema Corte si manterrà coerente con tutte le pronunce precedenti - conclude il legale il conto alla rovescia per la legge potrebbe essere più che una semplice speranza».

Procreazione. Firenze rinvia la legge 40 alla Consulta

l’Unità 30.7.08
Procreazione. Firenze rinvia la legge 40 alla Consulta

Procreazione, ora la palla - o la «patata bollente», che dir si voglia - passa alla Corte Costituzionale. Con l'ordinanza emessa dal giudice civile di Firenze Isabella Mariani, infatti, la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita incassa una sonora bocciatura e viene rinviata alla Consulta per un giudizio di costituzionalità proprio su quelli che sono i suoi punti più controversi, ovvero il cuore della legge stessa: primo tra tutti, il limite di tre embrioni producibili e l'obbligatorietà di impianto, senza possibilità di revoca del consenso da parte della donna, una volta che l'ovulo è stato fecondato. Ad essere «contestato» è inoltre il protocollo unico di trattamento cui il medico deve uniformarsi per tutte le pazienti, senza poter considerare la specificità di ogni singolo caso. Tanto che il giudice ritiene si crei un «grave nocumento alla salute della donna».
Spetterà ora alla Corte, sulla base del ricorso presentato da una coppia milanese con problemi di sterilità, come spiega l'avvocato Gianni Baldini, loro legale di fiducia, decidere se le parti più importanti della legge sono o meno in contrasto con la Carta Costituzionale. Quattro i punti «bocciati» dall'ordinanza: il limite dei tre embrioni producibili, l'obbligo del loro impianto contemporaneo in utero, il divieto di crioconservazione degli embrioni e l'irrevocabilità del consenso della paziente.
«Se l'orientamento della Suprema Corte si manterrà coerente con tutte le pronunce precedenti - ha commentato il legale - il conto alla rovescia per la legge potrebbe essere più che una semplice speranza». Nel ricorso, ha inoltre spiegato Baldini, «si chiede anche alla Corte una pronuncia che faccia chiarezza circa la totale ammissibilità della diagnosi genetica preimpianto dell'embrione in particolari casi, poichè, la sua previsione da parte delle linee guida emanate dall'ex ministro Livia Turco, lascia comunque delle zone d'ombra».

lunedì 28 luglio 2008

Laicità la Turchia al bivio

Laicità la Turchia al bivio

QN del 28 luglio 2008, pag. 20

di Mario Arpino

In questi giorni è atteso il verdetto della Corte costituzionale turca nel processo intentato a metà marzo contro l’Akp (Giustizia e sviluppo), il partito del premier Erdogan. L’accusa, nella repubblica laica di Kemal Ataturk, è molto grave. L’Akp e i suoi capi - tra gli altri, il presidente del consiglio e il Capo dello Stato - sono accusati di favorire occultamente un piano strisciante per l’islamizzazione progressiva del paese e delle istituzioni. Il piano mirerebbe a stabilire, avvicinando progressivamente il moderato Akp ad altri partiti confessionali, un sistema basato sulla sharia, la legge coranica. Recep Tayyp Erdogan, la cui consorte veste il velo islamico, si difende energicamente, portando a sua discolpa la politica moderata del governo, le sue benemerenze in politica estera, la positiva mediazione nei primi approcci tra Israele e la Siria, la lotta armata contro l ‘terroristi, ovvero i separatisti del partito comunista curdo (Pkk), la correttezza delle elezioni, l’abolizione della pena di morte, la riforma del codice penale, simile a quello di molti paesi della Ue, il progressivo controllo delle istituzioni civili su quelle militari, l’arresto di alcuni membri di associazioni laiciste, ma estreme, che riuniscono militari e poliziotti in pensione. Qui appunto, viene al pettine il primo nodo. Le forze armate, cui Ataturk aveva lasciato il compito costituzionale di garantire, oltre che la sicurezza, la laicità delle istituzioni, sinora non si sono mosse, confidando sul lavoro dei giudici della suprema Corte. E’ bene ricordare che, negli ultimi cinquant’anni, per motivi analoghi hanno destituito quattro governi, e non esiterebbero certo, elezioni o meno, a destituire anche il quinto. Per loro, ma anche per la componente elitaria della popolazione, il valore della laicità istituzionale, visto ciò che è successo in altre parti del mondo, evidentemente conta assai di più di una democrazia compiuta. Eforse, considerato ciò che la ‘fabbrica"islamica del consenso ha già dimostrato altrove, non hanno proprio tutti i torti. E l’ingresso nell’Unione? Può aspettare. Meglio, prima, essere certi della salvezza. Tanto, sempre che ancora lo vogliano, hanno capito che ci sarà da aspettare comunque.

sabato 26 luglio 2008

FIRENZE - La soprintendenza a don Aldo "Via i fumetti da Orsanmichele"

FIRENZE - La soprintendenza a don Aldo "Via i fumetti da Orsanmichele"
VENERDÌ, 25 LUGLIO 2008 la Repubblica - Firenze

Un richiamo alla preghiera e alla fede, con alcuni manifesti a fumetti affissi nelle bacheca di Orsanmichele. «Comunicazioni che è meglio affiggere nella vicina chiesa della parrocchia di San Carlo, poiché non sono compatibili con gli elevati caratteri storici e artistici di Oranmichele, sede demaniale aperta al culto ma non parrocchia» spiega il direttore del complesso monumentale Antonio Godoli, scrivendo al parroco don Aldo Raimondi, dopo avere staccato e consegnato i manifesti al sacrestano. E il parroco di arrabbia, e attacca «contro l´ingiusta ingerenza nei territori delle fede» da parte di un funzionario della soprintendenza.

mercoledì 23 luglio 2008

La vita ci appartiene!

Il dibattito vita/morte, testamento biologico, accanimento terapeutico e eutania diviene ogni giorno sempre più attuale.
Abbiamo sempre pensato che la vita appartenga alle persone, e che ogni persona possa disporre liberamente della sua esistenza. Le religioni monoteistiche, oltre ad aver inventato un dio creatore, follemente sostengono che la vita appartine al loro inventato dio. Noi non siamo dei burattini in loro mano. Per questo motivo, e per seguire il dibattito su a chi appartenga la vita è nato il blo:
http://lavitaciappartiene.blogspot.com
Il blog informerà su quanto viene scritto su questo tema.

Il ritorno del mormone: in soccorso di McCain

Il ritorno del mormone: in soccorso di McCain

Corriere della Sera del 23 luglio 2008, pag. 14

di Massimo Gaggi

«Mai accettare un match di wrestling con un maiale. Ci si sporca tutti e due. E al maiale la cosa piace». Fino a qualche mese fa John McCain dava risposte di questo tipo a chi gli chiedeva del suo rivale, Mitt Romney. Ma dai tempi della sfida per la «nomination» repubblicana molte cose sono cambiate. E tra qualche giorno McCain potrebbe scegliere proprio «il maiale», il mormone ex governatore del Massachusetts, come candidato alla vicepresidenza.



Romney, che durante la campagna per le primarie aveva contrattaccato con altrettanta durezza, da mesi lavora a testa bassa per questo obiettivo. E’ diventato il più attivo «fund raiser» della campagna del senatore repubblicano e attacca continuamente Obama su tutte le reti televisive. «E più efficace come mio "supporter" di quanto non fosse come sostenitore di sé stesso», ridacchia McCain, tra il divertito e l’incredulo.



Dì certo tra i due non c’è «feeling» e il giudizio umano di McCain su Romney non è cambiato in questi mesi. E’ rimasto lo stesso di quando rifiutava di replicare ai suoi attacchi spiegando ai giornalisti: «Non ce n’è motivo. Tanto cambia posizione di continuo. Basta aspettare un paio di settimane». Un disprezzo che, dice chi lo conosce bene, è sopravvissuto alle ragioni tattiche della campagna.



Ma in politica vale la regola del «mai dire mai». E i vicepresidenti si scelgono per convenienza, non in base alla simpatia. Quattro anni fa, ad esempio, John Kerry scelse come «numero due» John Edwards pur non avendo con lui alcun rapporto particolare. E, infatti, dopo la sconfitta democratica, i due non si sono più parlati.



Se dovesse scegliere d’istinto, McCain che potrebbe ufficializzare la sua decisione già nei prossimi giorni, anche per riguadagnare l’attenzione dei media, distratti dal giro del mondo di Obama - probabilmente punterebbe su veri amici come il governatore della Fiori da Charlie Crist o quello del Minnesota, Tim Pawlenty, che gli sono stati a fianco fin dalla prima ora. Crist, che si schierò con lui quando la battaglia in casa repubblicana era ancora molto incerta e fu decisivo perla vittoria di McCain in Florida, certamente spera di essere il prescelto: ha addirittura deciso di sposarsi per evitare di essere criticato dalla destra cristiana, «allergica» alle unioni di fatto. Anche Pawlenty ha fatto qualcosa per non irritare i conservatori: ha accorciato la zazzera.



Poi ci sono i «vecchi» Joe Lieberman e Toni Ridge e la pattuglia delle donne, guidata dall’ ex capo di Hewlett Packard, Carly Fiorina. E c’è Bobby Jindal, il nuovo governatore della Louisiana: giovanissimo, di origine indiana, dinamico e con l’immagine del moralizzatore, è il personaggio che, «a pelle», piace dì più a McCain. Ed è anche il più stimato dai consiglieri del candidato repubblicano che, invece, non fanno mistero di detestare Romney.



«Ma un vicepresidente non deve essere né simpatico né giovane. Deve solo essere la persona che meglio può sostituire il presidente in caso dì necessità» spiega l’ex governatore dello Stato di New York, Mario Cuomo: un democratico, ma soprattutto un politico assai navigato. Da questo punto di vista Jindal è letteralmente privo di curriculum, mentre anche gli altri due governatori hanno poca esperienza a livello federale e nessuna sul piano internazionale.



Si torna, così, a Mitt Romney che, pur essendo giovane, ha già fatto molte esperienze come imprenditore, da governatore di uno Stato importante come il Massachusetts e come gestore di un grande evento internazionale: le olimpiadi di Salt Lake City. E’ un personaggio che piace alle imprese e che è competente in campo economico, il fianco scoperto di McCain, per sua stessa ammissione. I principali osservatori politici oggi scommettono su dì lui. «E poi - sottolinea Cuomo - anche dati alla mano è il più titolato a sostituire McCain in caso di suo impedimento», visto che nelle primarie repubblicane è stato il più votato, dopo il senatore dell’Arizona.



Tutto chiaro, insomma: le ragioni del pragmatismo politico sono dalla parte di Romney. Che, da giovane vicepresidente, si preparerebbe a subentrare a McCain alla fine dei suo mandato. Giochi fatti allora? Meglio aspettare: la prospettiva di ritrovarsi con a fianco il bel mormone con la faccia da attore hollywoodiano che dopo pochi mesi di presidenza McCain si metterebbe a parlare come l’erede designato fa venire l’orticaria all’eroe del Vietnam: uno che più volte, in passato, ha fatto prevalere il temperamento sulle ragioni della convenienza politica.



Certo, con l’America che sprofonda nella crisi, McCain ha bisogno di una stampella economica Ma proprio lui aveva definito l’ex governatore uno «che in Massachusetts ha aumentato le spese e le tasse e ha gestito lo Stato da incompetente» perdendo un sacco di posti di lavoro. Mica male come biglietto da visita per il proprio vice.

I nuovi evangelici pro Obama, la Jesus machine si divide

I nuovi evangelici pro Obama, la Jesus machine si divide

Il Riformista del 23 luglio 2008, pag. 5

di Paolo Rodari

Fu Ronald Reagan che, alla ricerca dell’appoggio dei conservatori religiosi, arrivò a dire: «You can’t endorse me but I can endorse you». È, più o meno, la medesima cosa che sta dicendo Barack Obama, forse il più reaganiano degli ultimi candidati alla Casa Bianca.



Un passo significativo, in questo senso, è quello che il leader dei democrats farà il prossimo 16 agosto nella Contea di Orange (California meridionale). In quella che è la casa di Rick Warren, fondatore della Saddleback Church (22 mila membri), egli parteciperà assieme a McCain a un forum religioso. Lo stile sarà quello sobrio proprio di Rick Warren: si parla nel tentativo di creare ponti e non fossati, unità e non divisione. Obama sa bene che la Saddleback Church non ha visioni e prospettive distanti dalle sue. E, per lui, riuscire a confermarsi davanti a quella parte di evangelici che già naturalmente sembra preferirlo a McCain, è un obiettivo da non mancare anche perché, chiesa dopo chiesa, è tutto l’elettorato evangelico che sarà determinate alle elezioni del prossimo novembre.



È sempre la solita regola: a seconda di chi votano gli evangelici - la Jesus Machine», come li ha definiti Dan Gilgoff -, si può conoscere chi sarà il vincitore delle elezioni negli Usa. E, infatti, non è per sport che Obama sta lavorando sodo con gli evangelici. Li vuole convincere, come un tempo ci riuscì Jimmy Carter, che di lui, loro, si possono fidare. Che potrebbe essere lui ciò che nel 2004 fu, per loro, George W Bush.



Obama, infatti, sa bene che, alle ultime elezioni, furono anche "le preghiere" e i voti degli evangelici, i faith voters, che consacrarono per la seconda volta Bush alla Casa Bianca. Loro, gli evangelici, l’avevano già votato in massa nel 2000 proprio per i suoi valori, per i suoi programmi incentrati sulla difesa della vita. Bush era l’uomo benedetto dalla destra religiosa americana. Era, in sostanza, quello che John Kerry non poteva e non voleva essere. Per questo, e non soltanto per la famosa sentenza della Corte Suprema, Bush vinse. E Kerry perse.



Può un simile elettorato abbandonare i repubblicani e votare per i democratici alla fine del 2008?



Sembrerebbe di no. Ma la sfida di Obama è proprio quella di riuscire laddove l’impresa pare impossibile. Della cosa, ne ha parlato recentemente anche Amy Sullivan in The Party Faithful How and Why Democrats Are Closing the God Gap (Scribner). Per avere il voto degli evangelici Obama deve saper puntare sulla necessità di dare al paese un welfare più equo, dove i protagonisti siano i gruppi intermedi, anche religiosi, un welfare che avvantaggi tutti e non soltanto alcuni e, insieme, deve essere in grado di non spaventare sulle cosiddette ethical questions. E John McCain, in questo senso, potrebbe aiutarlo perché, agli occhi degli evangelici, si presenta meno intransigente sui valori di quanto non lo sia Bush.



Quanto al welfare, Obama viaggia su binari dritti e sicuri. Il suo social activism è in sintonia con la dottrina sociale della Chiesa. E fa niente se c’è chi, come James Dobson, il leader di Focus on the Family, lo accusa di predicare bene ma razzolare male. Obama, sostiene Dobson, si dice vicino alla destra religiosa sui temi sociali ma poi assume posizioni controverse su aborto e ethical questions.



Nonostante Dobson, Obama va avanti per la sua strada e il tentativo, dichiarato pubblicamente, di unire cattolici, protestanti, musulmani ed ebrei puntando sul lavoro delle rispettive organizzazioni non profit nel sociale, piace e trova consenso in questi stessi movimenti. Ed è questo consenso, più che le non confermate voci di una sua possibile conversione al cattolicesimo in stile Tony Blair, che nel prossimo novembre potrebbe fare la differenza.



A inizio giugno il senatore dell’Illinois si è recato in Ohio per presentare una proposta per aumentare i fondi federali destinati alle iniziative contro la povertà organizzate dai gruppi religiosi. Per gli analisti, un chiaro messaggio. «I gruppi religiosi sono in grado di influenzare le elezioni», ha detto John C. Green, professore universitario, animatore del Pew Forum on Religion & Pubblic Life.



E anche se Green, rispetto al 2004, vede Obama in grado di accaparrarsi diversi voti tra i cattolici ma meno tra gli evangelici, non mancano gli analisti che pensano, invece, il contrario. Per Green, Obama faticherà a sfondare tra i gruppi vicini alla destra religiosa: «Anche se - ammette qualche voto, anche lì, lo prenderà». «Su questioni come aborto, o sesso extra-matrimonio, le distanze tra gli evangelici e il liberal Obama sono siderali. Ma su temi come l’economia, o la politica estera, i punti di incontro sono maggiori». Non a caso, infatti, Obama è riuscito a portare a casa un importante riconoscimento. E cioè l’endorsement del reverendo Kirbyjon Caldwell, leader della megachurch metodista di Huston il quale aveva sempre supportato Bush e, tra l’altro, ne aveva celebrato il matrimonio della figlia Jenna.



In favore di Obama gioca anche, come detto, McCain e, in particolare, la sua debolezza. Cresciuto nella Chiesa episcopale, passato poi a quella battista per seguire le orme della moglie Cindy, l’ex eroe del Vietnam non ha mai convinto i settori cristiani più conservatori. Anzi. Dopo aver, in passato, definito «promotori dell’intolleranza» figure storiche degli evangelici come Jerry Falwell e Pat Roberton, McCain ne ha cercato l’appoggio pubblico, ma ha ottenuto soltanto un timida dichiarazione di apprezzamento. «La grande incognita è proprio questa - ha affermato ancora Green : i leader religiosi mobiliteranno i loro fedeli per far vincere il candidato repubblicano? Io, penso di no». Anzi. In molti sostengono che tra i cattolici e gli evangelici, se qualcuno si muoverà in vista delle elezioni, lo farà per far vincere Obama. Esistono, tra l’altro, anche diversi gruppi religiosi - ad esempio il Catholics inAlliance for the Common Good, o i We believe in Ohio - conservatori nelle questioni "morali" ma progressisti in quelli sociali, che si dicono pronti a votare Obama come fecero, anni fa, gruppi simili in favore di Jimmy Carter.



In fondo Obama è rassicurante, anche per loro. E poi, come ha sostenuto recentemente il sociologo delle religioni statunitense Rodney Stark (un non cattolico), oggi, più che mai, la marginalizzazione della religione appare come un’ipotesi remota. Anzi, per vincere le elezioni la religione conta. Eccome.