giovedì 1 maggio 2008

La politica interventista di papa Benedetto XVI

Michel Onfray: Ratzinger è un politico temibile
La politica interventista di papa Benedetto XVI

L'intellettuale francese interviene sulla politica vaticana dall'arrivo di Ratzinger. Se Wojtyla era un papa ecumenico, l'attuale pontefice è un politico raffinato che crea consenso pur facendo concessioni ai settori più integralisti della Chiesa


Giovanni Paolo II era un papa mediatico che, una volta spente le telecamere, viveva un pontificato da mistico: qualcuno, a volte, lo ha sorpreso immerso nell'estasi, che pregava disteso sul pavimento della sua cappella privata. Ecumenico, mediatico, apostolico, militante planetario, voleva tornare ad avere le chiese piene e non badava troppo alle forme purché si riprendesse il cammino del confessionale. Giovanni Paolo II era "Vaticano II più elettrificazione" (per la televisione...).
Con Benedetto XVI, abbiamo a che fare con un politico temibile, che non nasconde la propria vocazione reazionaria, nel senso etimologico del termine: per lui, infatti, si tratta di ritornare alla Chiesa di prima del Vaticano II. Questo uomo, che quando era cardinale ha preparato il famoso concilio rinnovatore, e che poi ha vigilato sulla conservazione del dogma in compagnia della frangia più reazionaria della Chiesa, mostra ora la sua vera natura: concessioni fatte alle frange radicali della destra più dura, complicità con l'Opus Dei, mano tesa ai fautori dell'integralismo, fino alla messa celebrata di recente girando la schiena al pubblico, cosa che, per questo uomo che padroneggia i simboli alla perfezione, era una maniera eccellente per dire che girava la schiena al Vaticano II, al pubblico e che lui non ha conti da rendere se non a Dio, vale a dire a se stesso, perché Dio non si azzarda a venire a chiederglieli...
Benedetto XVI è temibile in quanto è un intellettuale d'alto bordo. Quando Nicolas Sarkozy, il Presidente della Repubblica Francese che passa disinvolto dal Vaticano a Disneyland, offre al papa un libro di Bernanos (scommettiamo che Sarkozy ignorava persino il nome dell'autore del "Diario di un curato di campagna"...), si è sentito dire (in francese) dal Sommo Pontefice che aveva già letto Bernanos nella Pléiade - e cioè nella lingua originale e nel volume edito dalla prestigiosa collana Gallimard.
La lettura del suo recente "Gesù di Nazareth", zeppo di riferimenti alla ricerca teologica contemporanea, quella dell'intervista di Paolo Flores d'Arcais nel nostro comune libro "Dio esiste?", oppure il suo incontro con Jürgen Habermas pubblicato dalla rivista Esprit , ci mostrano un dialettico sottile, un filosofo con una grande conoscenza della scuola ermeneutica tedesca, un pensatore di alto livello, conoscitore perfetto della filosofia occidentale, soprattutto dell'idealismo tedesco; in altri termini, un temibile avversario, che rischia di fare non pochi danni.
Benedetto XVI rifiuta infatti con particolare finezza la contrapposizione fra "fede" e "ragione". Rivendica alla pari dei filosofi l'uso della ragione, che non commette l'errore di criticare o di disprezzare, e che anzi colloca a un livello molto alto come strumento che proviene da Dio per poi ritornarvi. Rifiuta parimenti la contrapposizione tra "religione cristiana" e "filosofia illuminista", appropriandosi cristianamente dell'Illuminismo, visto che sostiene che senza la Chiesa cattolica non ci sarebbe mai stato (si tratta di un vero e proprio hold up intellettuale!).
Il suo ingresso in politica è avvenuto con l'insolenza di un altro colpo di mano, che dimostra come egli possieda un'arte consumata della "politica politicista": in occasione del referendum italiano sulle questioni della bioetica, il Papa è riuscito a dirottare la totalità delle astensioni verso il proprio progetto, avendo fatto appello agli elettori cristiani ad astenersi. In questo modo, il numero degli astensionisti, al cui interno il cristianesimo era minoritario, si è tradotto, per grazia di quel sofistico colpo di Stato, in incidenza totale dell'espressione cristiana. Si è trattato di un modo scaltro, abile, politicista, per dirla tutta gesuitico, di segnare il proprio ingresso sulla scena politica come Papa ben deciso a pesare nelle faccende di Stato, con in mano un progetto cristiano di civilizzazione.
Ed eccolo dunque all'Università di Roma: normale, Benedetto XVI procede nella sua riconquista ricusando le classiche contrapposizioni. Ad esempio, l'antinomia tradizionale laicismo/religione. Benedetto XVI compie, infatti, l'elogio del laicismo (cristiano) e della religione, cosa che rappresenta un doppio vantaggio per lui e per i suoi e, al tempo stesso, un vero e proprio pericolo per i laici, che non si sono invece preoccupati di ripensare la propria concezione. Infatti il papa, da buon gramsciano (suppongo che abbia anche dovuto leggere Gramsci...), ha capito che la riconquista politica passa in primo luogo per la riconquista degli animi: nel suo linguaggio, delle anime...
Se i laici e la sinistra vogliono condurre la battaglia, devono sfoderare armi pesanti, intellettuali conseguenti, non le mezze cartucce della politica politicista. Benedetto XVI è infatti un osso duro! Per essere all'altezza della battaglia del pontefice, il laicismo dovrà pensarsi chiaramente rispetto alla permeabilità e alla radicalità. Il laicismo permeabile dichiara di tollerare tutte le religioni, senza distinzione alcuna, il che apre il varco al predominio delle religioni più imperiose, di quelle più consistenti dal punto di vista demografico, di quelle più determinate a vincere lo scontro. In questa ipotesi, il cattolicesimo è minacciato nella sua leadership, donde il senso del discorso di Ratisbona, che era un modo (la sua tattica) di marcare il territorio cristiano (la sua strategia), nella prospettiva di un'immancabile prossimo scontro intellettuale e ideologico.
Vi è poi un laicismo radicale che, ad esempio in Francia, presuppone la separazione franca e netta tra la Chiesa e lo Stato. Una prerogativa alla quale Nicolas Sarkozy, sostenitore della laicità permeabile, sembra disposto a rinunciare (si veda il discorso tenuto al papa nella sua recente visita in Vaticano). Il laicismo radicale non scende a patti con la religione, perché la rinvia rigorosamente alla sfera privata e impedisce a una credenza di produrre effetti diretti, pubblici e politici.
Benedetto XVI è certamente un laico nella prima accezione del termine. Se si vuole combattere il papa, non bisogna impedirgli la rivendicazione di disporre del diritto al laicismo, ma sottolineare come questo laicismo permeabile non sia una nuova forma del laicismo stesso, ma un modo abile di distruggere quest'utimo restaurando abilmente la teocrazia, che consente di riservare a coloro che si richiamano a Dio, quindi al suo clero, il potere di immischiarsi nelle faccende dello Stato, e a volte di dirigerle - su problemi quali la clonazione terapeutica, il matrimonio degli omosessuali, l'adozione da parte di genitori dello stesso sesso, l'aborto, il divorzio, la legalizzazione delle droghe leggere ed altri terreni sociali che implicano un'etica che un fautore del laicismo radicale deve pretendere post-cristiana.
Giovanni Paolo II non voleva scontri aperti, portava avanti la sua crociata meno "prussianamente" e più da apostolo, con un esercito di televisioni e di giornalisti. Benedetto XVI gira la schiena al popolo e pretende di essere in presa diretta con Dio. Il suo obiettivo? La prosecuzione dei due millenni cristiani attraverso la decisa inaugurazione di un terzo. Egli persiste in qualità di custode del dogma restaurandolo nella sua purezza, per poi indurirlo nella sua pratica. Il suo è un gramscianesimo senza ipocrisie, fa il suo mestiere di papa. In compenso, visto che è lui a prendersi cura di dichiarare la guerra, i laici degni di questo nome e la sinistra - se vuole ancora meritare di chiamarsi così - devono anch'essi pretendersi gramsciani. La prospettiva per l'Europa del prossimo secolo non è, allora, quella del ritorno dell'aspetto religioso, nella sua forma cristiana via Roma. o in quella musulmana via Istanbul, ma la prosecuzione dell'Illuminismo ateo del XVIII secolo ripensato per il nostro XXI secolo. Per quanto riguarda me, è questo il senso della mia battaglia di filosofo francese ed europeo...

Traduzione dal francese di Titti Pierini
Liberazione, 18/01/2008