martedì 27 dicembre 2011

Il preservativo vietato da Radio Rai. Guai a citarlo nella giornata mondiale contro l’Aids

il Fatto 2.12.11
Il preservativo vietato da Radio Rai. Guai a citarlo nella giornata mondiale contro l’Aids
Ferruccio Sansa e Carlo Tecce

Vietato citare il preservativo. Divieto piuttosto strampalato per la giornata mondiale contro l'Aids, celebrata ieri con una maratona di programmi su Radio Rai. Anche la maratona è originale: forza con la lotta per la prevenzione, guai a nominare il preservativo.
Prima che sia troppo tardi, ieri mattina ore 8:54, la direzione di Radio Rai1 comunica ai giornalisti: “Carissimi, segnalo che nelle ultime ore il ministero ha ribadito che in nessun intervento - si legge nella mail interna - deve essere nominato esplicitamente il profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei comportamenti sessuali e alla necessità di sottoporsi al test Hiv in caso di potenziale rischio. Se puoi sottolinea questo concetto, ma comunque con gli esperti dovremmo andare tranquilli. Resto comunque a disposizione per qualsiasi chiarimento. Grazie e buon lavoro”. Firmato Laura De Pasquale, assistente del direttore di Radio Rai1 e dei Radiogiornali, Antonio Preziosi.
Dipendente di veloce carriera, la De Pasquale è la compagna di Roberto Gasparotti, da vent'anni uomo immagine di Silvio Berlusconi.
Qualche giornalista, obiettore di coscienza, rompe l'embargo e pronuncia sommessamente la parolina incriminata: profilattico. Chi avrà ispirato la coppia Preziosi-De Pasquale? Non certo il ministero della Salute che, per smentire, commette una gaffe mostruosa: “Nessuna interferenza. La giornata radiofonica è gestita da viale Mazzini. Anche il ministero, però, non usa il termine preservativo per le pubblicità e il manifesto studiati per la ricorrenza”. E difatti con le perifrasi sono maestosi.
La campagna di comunicazione del ministero è soltanto un'immagine surreale e di complicata interpretazione: un pugno chiuso contro una mano aperta su sfondo rosso, non certo un preservativo gigante come il cartonato esposto in piazza Montecitorio.
IL MOTTO punta la cura più che la prevenzione: “Non abbassare la guardia. Fai il test”. Il tradizionale e planetario condom è sostituito dal “concetto”, proprio come si augurava la De Pasquale. Obiettivi d’informazione del ministero, si legge sul sito ufficiale: “Aumentare la percezione del rischio. Contrastare l'abbassamento dell'attenzione della popolazione nei confronti del problema Aids. Promuovere un'assunzione di responsabilità nei comportamenti sessuali”. Perfettamente in linea con una campagna di comunicazione che, per rinnegare se stessa, deve farsi capire poco e male.
A Radio Rai protestano uno per volta, senza dare l'impressione di sconfessare il potentissimo Preziosi, già candidato per la successione di Augusto Minzolini al Tg1. Nessuno dei destinatari del divieto, firmato Preziosi-De Pasquale, segnala l'episodio al comitato di redazione. Quando il sindacato interno raccoglie le prime voci di corridoio e comincia a chiederne spiegazioni, interviene il direttore Preziosi che, giocando d'anticipo, scarica la responsabilità sull'assistente e di conseguenza sul direttore generale Rai, Lorenza Lei: “Non ne sapevo nulla. L'indicazione proveniva da viale Mazzini. La mia segreteria ha sbagliato a girare la lettera, e quindi mi sono incazzato con entrambi”. Non avesse spedito la lettera, avrebbe fatto bene. Anche per Preziosi vale la regola del “concetto”: mai dire le cose per intero, meglio fare il vago.

domenica 25 dicembre 2011

Anatema islamico contro Mahfuz. I salafiti bollano i libri del Nobel come «pornografia»

Corriere della Sera 4.12.11
Anatema islamico contro Mahfuz. I salafiti bollano i libri del Nobel come «pornografia»
Cecilia Zecchinelli

Il padre delle letteratura araba, l'unico Nobel tra gli scrittori del Medio Oriente, il maestro Nagib Mahfuz veneratissimo già prima della sua morte nel 2006, è tornato nel mirino dei fondamentalisti egiziani.
Nel pieno delle elezioni che a sorpresa stanno trasformandosi in una vittoria massiccia non solo per i Fratelli Musulmani (al 40% nei risultati parziali) ma per gli integralisti salafiti (al 20%), un leader di questi ultimi ha lanciato un anatema contro il grande scrittore che già nel 1994 fu quasi ucciso da un estremista. «Le opere di Mahfuz incitano alla promiscuità, all'ateismo e alla prostituzione. I suoi romanzi sono ambientati tra droga e bordelli», lo ha liquidato in un'intervista in tv Abdel Moneim Al Shahat, candidato qualificatosi per il secondo turno ad Alessandria per il partito Al Nur, il più importante tra quelli d'ispirazione wahhabita. E ancora: «Il suo libro Awlad Harretna (uscito nel 1991 in Italia come Il rione dei ragazzi) è propaganda per l'ateismo». Se Al Nur andasse al potere, è il messaggio, le opere del grande scrittore sarebbero bandite in Egitto, insieme a chissà quante altre a partire dalle Mille e una notte.
Shahat non è nuovo a proclami del genere, è autore tra l'altro di una campagna per coprire le statue dell'Antico Egitto perché «di una civiltà corrotta e infedele», cosa che ha suscitato i timori degli archeologi e di un Paese che vive sul turismo, seppur non adesso. E il suo attacco a Mahfuz è stato accolto con sdegno, nonostante il dibattito sui media e nell'élite abbia ora ben altre priorità.
Sui social network, le reazioni sono di allarme: «Finiremo come a Kandahar», qualcuno ha scritto, riferendosi non solo al caso Mahfuz. Dagli scrittori che hanno sempre difeso a amato il maestro, anche se qualcuno in passato notava con benevolenza che fosse «il solo tra noi ad aver evitato il carcere, per la sua cautela o forse perché lavorava all'ufficio censura», è emersa una generale condanna. Qualcuno come Ibrahim Abdel Megid su Al Ahram sostiene che «non vale nemmeno la pena di reagire a gente rimasta nel Medio Evo».
«È vero che nella Trilogia del Cairo e in molti altri libri di Mahfuz ci sono prostitute, drogati, perfino gay perché non è stato Alaa Al Aswany con Palazzo Yacoubian a rompere questi tabù — dice Isabella Camera d'Afflitto, professoressa di letteratura araba a Roma e la più nota traduttrice di autori in questa lingua —. Mahfuz parlava della vera umanità dell'Egitto, il suo messaggio era di tolleranza universale per il diverso. È pazzesco che il nuovo attacco avvenga alla vigilia del centenario della sua nascita, l'11 dicembre 1911, celebrato ovunque, dal nostro convegno domani e martedì alla Sapienza di Roma alla Fiera del libro di Algeri dedicata proprio a lui, riconosciuto da tutti gli autori arabi come il più grande e a cui tutti ancora oggi in qualche modo si ispirano».

martedì 20 dicembre 2011

La Rai va alla guerra. Del profilattico

l’Unità 4.12.11
La Rai va alla guerra. Del profilattico
Silvia Ballestra

La dirigenza di Radio Uno Rai ha diramato una nota perché nella giornata mondiale contro L’Aids non si dicesse in onda la parola «profilattico». È come se nella giornata mondiale contro gli incidenti stradali si proibisse di usa-re le parole «cinture di sicurezza», e il fatto si commenta da sé. Un buon dizionario dei sinonimi avrebbe potuto evitare la figuraccia. Condom (internazionale), profilattico (medico-farmaceutico), guanto (volgar-popolare), goldone (idem), contraerea (gergal-giovanile), impermeabile (anni 50), e ognuno continui come vuole, sbizzarrendosi nelle infinite declinazioni dialettali, regionali, metaforiche e immaginifiche del «profilattico» (qui si può dire). Ma fin qui siamo alla superficie.
Scavando un po’ la faccenda peggiora. Punto uno. In un primo momento dalla Rai hanno detto di aver seguito la linea del Ministero della Salute, ed è una prima scemenza: da quando un libero mezzo di comunicazione deve seguire le veline di un ministero? Punto due. Il ministero ha prontamente smentito dicendo di non aver emanato nessuna direttiva in proposito. Molto bene. Punto tre. Lo stesso ministero ha sottolineato che in effetti nella sua campagna anti-Aids (che suppongo predisposta dal precedente ministro) non si parla di preservativo. Molto male. Punto quattro, restiamo al Ministero. Né nel comunicato ufficiale dell’iniziativa né nella conferenza stampa sono state usate le parole “profilattico” o “preservativo”. Sempre peggio. Punto sei. Il Ministero ha fatto sapere che i suoi esperti hanno potuto parlare alla radio liberamente. E ci mancherebbe! Precisazione un po’ grottesca. Punto sette. Non fate i fessi: chiamatelo come vi pare e usate il preservativo.

sabato 17 dicembre 2011

Partiti e lobby. Chi tira i fili del governo tecnico. Dalle banche al Vaticvano, al Colle, altro che “indipendenti”

il Fatto 4.12.11
Partiti e lobby. Chi tira i fili del governo tecnico. Dalle banche al Vaticvano, al Colle, altro che “indipendenti”
Paolo Zanca

Il governo dei tecnici, tanto tecnico non è. Per mettere insieme l’esecutivo dell’emergenza, Mario Monti ha dovuto applicare alla lettera il manuale Cencelli e spartire gli incarichi tra partiti, lobby e poteri forti. Pdl, Pd e Terzo polo non hanno resistito alla tentazione di “suggerire” nomi: e se Monti ha chiuso la porta ai politici di professione, non ha potuto dire no a cattedratici, prefetti, ammiragli e funzionari di provata esperienza (e di provata fede).
Così la pattuglia di ministri e sottosegretari si popola di facce sconosciute al popolo, ma familiarissime ai potenti. Il sistema delle banche conta almeno 6 uomini, il Vaticano altrettanti. Dai Ciampi boys alle personalità internazionali anche l’area del Colle ha i suoi rappresentanti al governo. Senza parlare dei partiti che si sono divisi le poltrone con il bilancino degli attuali seggi in Parlamento. E la chiamavano “discontinuità”.

Gli italiani dicono basta ai santissimi privilegi del Vaticano

il Fatto 4.12.11
Gli italiani dicono basta ai santissimi privilegi del Vaticano
L’87% dei cittadini non ammette scappatoie della Chiesa sull’Ici
E solo il 33 vuole l’esenzione per parrocchie e conventi
di Marco Politi

Gli italiani vogliono che la Chiesa paghi l’Ici. Solo il 12% appoggia l’esenzione totale. Sarà bene che il governo Monti ne tenga conto. Perché sacrifici per tutti deve significare veramente per “tutti”. Non è il proclama di un bollettino ateo. È il risultato di una seria e ampia inchiesta sulla religiosità dell’Italia contemporanea, condotta da Franco Garelli uno dei più importanti sociologi cattolici, già autore negli anni Novanta di una fondamentale indagine per conto della Conferenza episcopale.
L’inchiesta rivela che gli italiani sono portatori di una fede molto individualizzata, flessibile, attenta ai grandi valori indicati dalla Chiesa cattolica. Ma sono fedeli dotati di grande realismo nel giudicare gli appetiti economici e politici della gerarchia ecclesiastica.
DUNQUE se l’inchiesta registra un’adesione di principio del 57% di interrogati al sistema dell’8 per mille per finanziare le varie religioni (pur mancando spiegazioni e risposte specifiche sul meccanismo distorto che non rispetto il “non-voto” della maggioranza degli italiani) sull’Ici l’italiano non scherza: l’87% non ammette scappatoie perché la Chiesa non paghi, approfittando di attività economiche agganciate a edifici religiosi. Il 54,8 afferma seccamente di essere “contrario a qualsiasi tipo di esenzione”. Il 32,9 l’ammette unicamente per “edifici a finalità religiosa”.
Finora la Cei non ha mai voluto scremare con una propria accurata inchiesta interna quanti siano i propri enti che approfittano di un’interpretazione capziosa delle legge attuale (che ammette una zona grigia basata sull’esenzione “anche” ad attività economiche legate a un edificio religioso), mentre i governi precedenti non hanno avuto il coraggio di limitare le esenzioni “esclusivamente” alle mura di chiese, cappelle o conventi. La grande maggioranza della società – lo testimonia F. Garelli Religione all’italiana ed. Mulino – non condivide nemmeno la continua richiesta di soldi delle autorità ecclesiastiche per le scuole confessionali. Il 43% è in linea con la Costituzione e sostiene che “chi vuole scuole non statali se le paghi”, mentre un altro 37% ritiene che la scuola “debba essere soltanto statale”.
Da questo punto di vista gli italiani, che al 70% (tra convinti e agitati da dubbi) affermano di credere in Dio e che al 65% sarebbero allarmati se chiudesse la parrocchia di quartiere e che invitano al 71% la Chiesa di tenere fermi i propri principi, esprimono poi nel concreto giudizi molto precisi. Il 63% ritiene che “la Chiesa predica bene, ma non mette in pratica ciò che afferma”. E due terzi degli italiani sostengono che “oggi in Italia la Chiesa e le organizzazioni religiose hanno troppo potere”.
LA RICERCA di Garelli è estremamente ricca e porta alla luce molte contraddizioni degli italiani e dei cattolici, suddivisi a loro volta in: convinti e attivi, convinti non sempre attivi, cattolici per tradizione ed educazione, infine persone che “condividono alcune idee del cattolicesimo”. La stagnazione del pontificato ratzingeriano, che non affronta nodi cruciali della vita ecclesiale, risalta dai giudizi espressi in merito ad alcuni tabù del Vaticano. Il 47% è favorevole ad abolire il celibato (contro il 33 che lo vuole mantenere). Paradossalmente è ancora minore l’opposizione al sacerdozio delle donne. Contrari 27%, favorevoli 43, sullo sfondo di un 28% incerto.
Papa Ratzinger da alcuni anni ha perso il consenso della maggioranza degli italiani. Il suo governo ha provocato una spaccatura netta. Il consenso nei suoi confronti si ferma al 49,4%.

giovedì 15 dicembre 2011

Parigi, gli ultrà cristiani all’assalto

La Stampa 25.10.11
Parigi, gli ultrà cristiani all’assalto di Castellucci
Contestato per blasfemia “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” L’autore provoca: “Li perdono, non sanno quello che fanno”
di Alberto Mattioli

La produzione della Societas Raffaello Sanzio s’intitola Sul concetto di volto nel figlio di Dio

Ci voleva uno spettacolo in italiano di un italiano per scatenare l’ira dei cattolici francesi più integralisti. E per riportare a teatro polemiche, scontri, scandali, lanci di uova, interventi della polizia, denunce e comunicati infuocati. Tutto molto parigino, con ghiotti aneddoti da raccontare ai nipoti («Io c’ero!») tipo «la bataille d’ Hernani » o la «prima» del Sacre du printemps .
L’italiano è Romeo Castellucci, la produzione della Societas Raffaello Sanzio s’intitola Sul concetto di volto nel figlio di Dio e il campo di battaglia è il Théâtre de la Ville. Lo spettacolo è già stato visto in Germania, Belgio, Norvegia, Gran Bretagna, Spagna, Russia, Olanda, Grecia, Svizzera, Italia, Polonia e, in Francia, al festival d’Avignone. Ma, una volta approdato a Parigi, ha scatenato il putiferio. Al debutto, giovedì, i contestatori hanno distribuito volantini, poi sono passati al lancio di gas lacrimogeni e bombolette puzzolenti e infine hanno tentato di incatenare le porte del teatro. Poi nove cristiani muscolari hanno fatto irruzione in scena bloccando lo spettacolo finché non sono stati portati via di peso da poliziotti più muscolosi di loro, molto applauditi dagli spettatori. Venerdì, il bollettino segnala lanci di liquami e di uova (come Capanna! Destra o sinistra, è sempre stessa frittata), oltre a slogan contro la «cristianofobia» e la République. Sabato, nuova invasione di palcoscenico, nuovamente respinta. Domenica, altro assalto alla scena, stavolta non riuscito. Ieri, pausa (il teatro era chiuso), si ricomincia domani. Intanto il ministro della Cultura, Frédéric Mitterrand, condanna, la polizia arresta, il Comune di Parigi e il teatro querelano per «atti di degrado del patrimonio pubblico» e «violazione» della libertà di espressione e di creazione artistica» e la direzione annuncia che the show must go on fino al 30, in nome dei sacrosanti principi di libertà, eccetera.
Chi protesta sono dei cattolici scandalizzati dal carattere giudicato blasfemo dello spettacolo, un padre e un figlio che affrontano insieme la decadenza fisica del primo davanti a un grande Cristo di Antonello da Messina che occupa tutta la scena. Apriti cielo. I blitz sono organizzati dall’Institut Civitas, già protagonista, il 17 aprile, dell’assalto a una galleria d’arte di Avignone dove fu presa a martellate l’ Immersion Piss Christ , la fotografia di Andres Serrano di un Crocifisso immerso nell’urina. Il segretario generale dell’Institut, Alain Escada, martella anche verbalmente: «Ci felicitiamo di constatare che, dalla prima rappresentazione di questi spettacoli osceni e blasfemi a Parigi, l’indignazione dei cristiani si sia manifestata con dignità e fermezza» (spettacoli al plurale perché i neocrociati promettono sfracelli anche per un Golgota picnic prossimo venturo). Ma ci sono anche i monarchici dell’Action française e i nazional-controrivoluzionari del Renouveau français, vicini ai lefebvriani, che rivendicano l’incursione «davanti ai 400 bobos (i detestati bourgeois-bohème, come dire i fighetti di sinistra, ndr ) venuti a dilettarsi con una pseudoarte scatologica».
Dall’altra parte della scena e della barricata, Castellucci getta olio sul fuoco paragonandosi a Cristo: «Li perdono perché non sanno quello che fanno. Non hanno mai visto lo spettacolo; non sanno che è spirituale e cristico, vale a dire latore dell’immagine di Cristo». Però poi Castellucci spiega che «è completamente falso che durante lo spettacolo si sporchi il volto di Cristo con degli escrementi. Chi ha assistito alla rappresentazione ha potuto vedere la colata finale di un velo d’inchiostro nero, che scende sul quadro come un sudario notturno».
In effetti viene il forte sospetto che tutto sia un grande equivoco e che si faccia, come diceva qualcuno del settore, molto rumore per nulla. La scena choc vista ad Avignone, un gruppo di bambini che lanciava giocattoli sul Cristo di Antonello, a Parigi molto semplicemente non c’è e non è nemmeno mai stata prevista, per la semplice ragione che non è facile gestire un pattuglione di bambini ad anno scolastico iniziato. Ma, accusa il Figaro , «il teatro non ha assolutamente fatto nulla per farlo sapere». Altrimenti, quando mai tutta Parigi ne avrebbe parlato?

lunedì 12 dicembre 2011

Sarà Ici anche per le società di comodo. Ma per la Chiesa è sempre esenzione

il Riformista 6-12.11
Sarà Ici anche per le società di comodo. Ma per la Chiesa è sempre esenzione
Gianmaria Pica

CARO CASA. Il viceministro Grilli afferma che l’imposta immobiliare la dovranno pagare tutti, anche le imprese. Intanto, sui beni gestiti dal Vaticano, il premier glissa: «È una questione che non ci siamo posti ancora».

Basta trucchetti fiscali. Se la villa, l’appartamento, o il capannone industriale sono intestati a società, il titolare dell’impresa non potrà più sfuggire e dovrà versare all’erario l’imposta Ici (oggi super-Imu) anche su questi beni immobiliari.
Così, come ha spiegato il viceministro Grilli, saranno chiamate a pagare tutte le imprese, anche le società di comodo e i trust. Il trust è un istituto giuridico attraverso cui è possibile creare in maniera piuttosto flessibile un rapporto fiduciario tra un primo soggetto che mette a disposizione i beni e un secondo soggetto che gestirà il patrimonio conferito nel trust. La società di comodo (o società non operativa), invece, si costituisce al solo fine di amministrare i patrimoni personali dei soci, anziché esercitare un’effettiva attività commerciale. Un esempio concreto? Il patrimonio di Silvio Berlusconi non è costituito solo di televisioni ed editoria. Anche le case sono nel cuore del Cavaliere-imprenditore. Così, anche Berlusconi custodisce i suoi gioielli immobiliari in una cassaforte del mattone: si tratta della Immobiliare Idra (controllata dalla Dolcedrago che appartiere al 99,5 per cento allo stesso Berlusconi). L’Immobiliare Idra ha in pancia una settantina di proprietà, tra cui le rimanenze di Milano 2, alcune case e ville a Roma e i beni più preziosi: Villa La Certosa (residenza estiva dell’ex premier), Villa San Martino (la dimora berlusconiana ad Arcore), e Villa Belvedere Visconti di Modrone a Macherio (castello ottocentesco, residenza dell’ex moglie Veronica Lario). Insomma, adesso anche Berlusconi sarà chiamato a pagare la super-Ici sui beni custoditi nell’Immobiliare Idra-Dolcedrago, un impero che vale centinaia di milioni di euro.
Ma a quale sacrificio economico saranno chiamati gli italiani? La manovra correttiva approva-
ta domenica dal Consiglio dei ministri prevede che l’Imu sostituisca la vecchia Ici. Dunque, l’Imu si pagherà anche sulla prima casa con un’aliquota dello 0,4 percento (con una detrazione di 200 euro), rispetto allo 0,76 per cento dell’aliquota ordinaria per la seconda casa. È prevista anche una rivalutazione degli estimi catastali del 60 per cento, che toccherà anche gli uffici. In sostanza, il decreto Monti prevede una rivalutazione dei valori catastali che passa da 50 a 80 per gli uffici (più 60 per cento), mentre non è ancora chiaro quale sarà l’incremento per gli immobili commerciali. Al di là dei tecnicismi, il Tesoro quantifica in 10-12 miliardi le entrate da Imu. Naturalmente, l’impatto del ritorno dell’Ici (previsto dal primo gennaio 2012) sarà molto forte sulle famiglie, il cui costo medio sarà pari a 1.680 euro l’anno. Equivalente all’8 per cento del reddito medio di una famiglia del Mezzogiorno e al 4 per cento del reddito annuo di una famiglia del Centro-Nord.
Ma ci sono sempre i soliti noti che non pagheranno un euro di Imu. Ieri, il presidente del Consiglio Mario Monti sulla questione Ici-Chiesa ha glissato: «È una questione che non ci siamo posti ancora». Per comprendere meglio il paradosso di quest’esenzione dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Nel 1992 il governo Amato stabilisce alcune esenzioni per le proprietà della Chiesa. La questione su quale tipo di edifici e proprietà dovessero essere esentati ha portato negli anni a diversi procedimenti giudiziari, fino al 2004 quando la norma viene in parte bocciata dalla Consulta che elimina le agevolazioni fiscali per gli immobili a scopo di lucro. L’esenzione, però, viene reintrodotta nel 2005 dal governo Berlusconi III che cambia la vecchia normativa, includendo gli immobili destinati ad attività commerciali tra quelli compresi nel diritto all’esenzione. Nel 2006, l’allora governo Prodi, modifica nuovamente la legislazione. Tuttavia un emendamento alla legge permise di mantenere l’esenzione per le sedi di attività che abbiano fini «non esclusivamente commerciali».
Oggi solo il 10 per cento circa delle proprietà della Chiesa paga l’imposta. Il mancato gettito annuale è stimato in 400-600 milioni di euro.

sabato 10 dicembre 2011

LA CEI non paga l’Ici e critica la manovra

il Fatto 06.12.11
LA CEI non paga l’Ici e critica la manovra

Per i Vescovi la manovra di Monti doveva essere più equa. Secondo monsignor Bregantini, dalla presentazione della manovra si ricava l’impressione che “si poteva fare di più sui redditi alti con l’Irpef” mentre, aggiunge, “bisogna essere molto attenti sulle pensioni e forse le misure andavano presentate in contemporanea con quelle per la ripresa. Sarebbe stato forse più opportuno mettere tutte e due le mani insieme, la mano sul fisco e sulla crescita”. “A questo punto – prosegue il responsabile Cei – si deve puntare sulla seconda fase organizzando molto bene l’aspetto della ripresa”, essendo “propositivi”. “Il mondo sindacale guarda con preoccupazione” alle mosse del governo, osserva ancora l’arcivescovo, “ma sarebbe opportuno dialogare per poter arrivare a delle proposte precise soprattutto nel settore dove tutti facciamo fatica, quello della precarietà giovanile”. Bregantini auspica inoltre nuove misure a favore della famiglia e il sostegno della politica al governo Monti. Ma i Radicali protestano perché la Chiesa, ancora una volta, pur protestando, resta immune dai sacrifici degli italiani. ''Ha davvero una gran faccia tosta la Cei a obiettare che la manovra avrebbe potuto essere più equa – dice Mario Staderini, segretario nazionale – Purché a pagare siano gli altri e non la Chiesa, evidentemente . Tanto per cominciare, infatti, sarebbe stata più equa se avesse abolito l’esenzione dell’Ici anche per le attività commerciali degli enti ecclesiastici e similari, piuttosto che fare cassa sulle prime case degli italiani”. “Da un primo esame delle misure risulta ancora troppo timido il ridimensionamento della spesa pubblica, che – conclude Staderini – avrebbe dovuto costituire il nucleo centrale dell’intervento di emergenza e che invece vede ancora prevalere le nuove tassazioni”.

venerdì 9 dicembre 2011

Edifici esenti. Un privilegio che vale 700 milioni l’anno

il Fatto 7.12.11
Edifici esenti. Un privilegio che vale 700 milioni l’anno
di Luca de Carolis

Un privilegio da 700 milioni di euro all’anno. Tanto vale il mancato gettito fiscale da Ici sugli immobili della Chiesa, secondo la stima dell’Associazione nazionale comuni. Valutazione più che prudente di un patrimonio enorme, pressoché incalcolabile. C’è chi parla di un 20-25% degli immobili nazionali. Secondo il settimanale Il Male, solo a Roma i beni ecclesiastici esenti da Ici sono 306, mentre a Milano sono 42. Proprietà spesso in zone centrali, dalla metratura importante, a conferma che l’Ici “mancata” sui beni della Chiesa è una voragine per i bilanci dei Comuni. Anche perché spesso gli enti religiosi, facendo leva su una normativa ambigua, pretendono di non pagare l’imposta anche su immobili che danno reddito. Nel suo libro I senza Dio, il giornalista Stefano Li-viadotti riporta un documento del 2009 del Comune di Roma, pubblicato da l’Espresso, dalle cifre significative. Rispondendo a un’interrogazione sul mancato incasso dell’Ici nel 2006, il sindaco Alemanno scrive: “Le stime indicano in circa 25,5 milioni la perdita di gettito parziale per l’Ici ordinaria. Va aggiunto il minor introito per arretrati, stimato in circa 8 milioni”. Nel marzo scorso, Alemanno ha fornito nuovi numeri: “Gli uffici dell’amministrazione capitolina hanno effettuato una ricognizione, a partire dal 2005, delle attività degli enti ecclesiastici. L’accertamento ha consentito un recupero dell’imposta pari a 9 milioni e 338 mila euro, comprensivi di interessi e sanzioni”. A colpire è anche la destinazione d’uso dei beni ecclesiastici che non conoscono Ici. Tra i 306 immobili romani elencati dal Male, abbondano gli alberghi. Come il Nova Domus, hotel a quattro stelle nei pressi della basilica di San Pietro, o l’Hotel Santa Prisca, alle pendici del colle Aventino, che dà il nome a uno dei quartieri-bene di Roma. Oppure la Villa Eur Parco dei Pini, rinomata per i congressi. Tante le strutture per turismo prevalentemente religioso: in molti casi spartane, quasi sempre dall’ottima ubicazione. Di frequente piene, perché Roma è pur sempre la città dei pellegrini, dove il Giubileo del 2000 ha fatto spuntare decine tra alberghi e pensioni per fedeli da tutto il mondo. Ovviamente, di proprietà del Vaticano. A margine della selva di istituti per suore e ordini religiosi, anche cliniche e case di cura: talvolta enormi, con molto verde e ampi parcheggi. Stesso spartito a Milano, dove tra gli immobili esenti da Ici c’è anche la Residenza universitaria Torrescalla. All’inaugurazione dell’anno accademico, lo scorso 26 novembre, presenziava l’ad di Finmeccanica, Giuseppe Orsi.

giovedì 8 dicembre 2011

Santa Ici, basta chiedere

il Fatto 7.12.11
Santa Ici, basta chiedere
Per la Cassazione i Comuni possono pretendere il contributo dal Vaticano anche ora, senza una nuova legge
di Marco Palombi

Far pagare l’Ici agli immobili commerciali proprietà di enti ecclesiastici? “È una questione che non ci siamo posti”, ha risposto Mario Monti alla stampa estera. La beata dimenticanza del governo non attenua però l’insostenibilità della situazione, aggravata dal fatto che, proprio mentre non si poneva la questione dei beni con cui la Chiesa genera reddito per sé e le sue mille articolazioni, l’esecutivo tartassava la prima casa degli italiani per un ammontare di 3,8 miliardi di euro l’anno. ''Ll'Ici è un problema da studiare e approfondire, però la Chiesa fa la sua parte a sostegno alle fasce più deboli”, ha detto ieri il cardinale Tarcisio Bertone.
Il fatto è che questa esenzione non è solo palesemente ingiusta, ma pure contraria all’articolo 108 del Trattato europeo: lo ha stabilito, da ultimo, una sentenza della Corte di cassazione (la 16728/2010), anche alla luce del fatto che le norme comunitarie hanno rilievo costituzionale. Cosa significa? A stare ad autorevoli esperti una cosa molto semplice: la Suprema Corte ha stabilito che l’esenzione Ici per gli immobili ecclesiastici che siano usati, anche in parte, per attività di impresa costituisce un aiuto di Stato illegale e quindi i Comuni non devono applicarlo. Insomma, i sindaci volendo potrebbero richiedere il pagamento del maltolto fin da ora.
CONVIENE FARE un piccolo passo indietro. La Chiesa, l’Ici, non l’ha pagata mai: quando il governo Amato introdusse l’imposta, nel 1992, esentò gli immobili degli enti ecclesiastici. Nel 2004, però, successe l’imponderabile: la Consulta bocciò la norma e il governo Berlusconi fu costretto a reintrodurre l’esenzione in tutta fretta. Anche lì la faccenda si complicò: la Ue mise sotto indagine l’Italia (e anche la Spagna per le agevolazioni Iva) per aiuto di Stato e il nuovo governo ( Prodi), modificò di nuovo la legge sostenendo che l’imposta fosse dovuta, tranne che per quegli edifici a carattere non “esclusivamente” commerciale. Su quell’avverbio si conduce tutta la battaglia. Che vuol dire? Nessuno lo sa e così l’albergo delle Brigidine a piazza Farnese, centro di Roma, non paga l’Ici e solo metà dell’Ires. Finito? Macché. La Commissione europea, dopo un ricorso dei Radicali, ha aperto una nuova indagine, il cui esito è ancora sospeso: i funzionari, dice una fonte , hanno già finito il lavoro, che è sfavorevole agli interessi d’Oltretevere, ma la pronuncia ufficiale della Commissione è bloccata “dalle pressioni politiche provenienti dall’Italia”. Non ci si deve stupire: quando l’Ue impose alla Spagna di cancellare le agevolazioni Iva alla Chiesa, il mangiapreti Zapatero si oppose per due anni per poi, quando fu costretto, aumentare la contribuzione diretta dal 4 all’8 per mille.
In attesa dell’Europa, però, c’è la Cassazione: spiegano i giudici di legittimità che gli aiuti dello Stato – che non siano preventivamente comunicati alla Commissione Ue e da questa approvati – nei confronti di chiunque offra beni e servizi sul mercato vanno considerati illegali, anche se il fattaccio avviene in edifici parzialmente adibiti a luogo di culto (è il problema dell’avverbio “esclusivamente”).
I SINDACI dovrebbero dunque chiedere il pagamento dell’I-ci agli enti ecclesiastici e i giudici dargli ragione in caso di ricorso. Purtroppo non è così: il comune di Verbania, per dire, lo ha fatto e, dopo aver ottenuto il via libera dalla commissione tributaria provinciale, s’è visto dare torto da quella regionale, sempre per via dell’avverbio. Difficoltà confermata dal presidente dell’Anci Graziano Delrio: “Noi non abbiamo la possibilità di interpretare quali immobili siano palesemente commerciali e quali no: saremmo anche felici di farlo visto che continuano a tagliarci i finanziamenti, ma tanto poi le commissioni tributarie ci fermano...”. E così i Comuni si perdono un bel gettito: a Quartu hanno fatto i conti e scoperto che gli mancano 148 mila euro l’anno. In generale, tra Ici e Ires, si stima che l’erosione del gettito potrebbe arrivare a 1,5 miliardi, un po’ troppo per chi contesta la non equità della manovra. D’altronde, nemmeno i sindacati pagano l’Ici.

mercoledì 7 dicembre 2011

Sostituito il cardinale Law travolto dal caso pedofilia

Corriere della Sera, 22.11.2011
Sostituito il cardinale Law travolto dal caso pedofilia
G. G. V.

CITTÀ DEL VATICANO — La sua nomina a Roma era motivo ricorrente di polemiche, specie negli Usa, da 7 anni. Da quando cioè il cardinale Bernard Law, costretto a dimettersi da arcivescovo di Boston per la sua gestione imbarazzante dello scandalo pedofilia, venne chiamato dal Vaticano e nominato, il 27 maggio 2004, arciprete di Santa Maria Maggiore, una delle quattro basiliche patriarcali della città. Posizione di grande prestigio che Law ha infine dovuto lasciare ieri: Benedetto XVI, al suo posto, ha nominato l'arcivescovo, e vicecamerlengo, Santos Abril y Castelló. L'occasione dell'avvicendamento è stata l'ottantesimo compleanno di Law, il 4 novembre. A quell'età i cardinali non sono più «elettori», cioè non farebbero più parte di un eventuale conclave. È «normale», dicono Oltretevere, che a 80 anni un porporato presenti al pontefice la rinuncia agli incarichi che ancora ricopre. La prassi, peraltro, non significa un termine tassativo: altri cardinali sono rimasti al loro posto anche dopo. Nel suo caso Benedetto XVI ha deciso altrimenti. Arcivescovo di Boston dall'11 gennaio 1984, il cardinale Law aveva dovuto lasciare la guida della diocesi nel 2002 per non aver denunciato i sacerdoti coinvolti nel drammatico scandalo pedofilia che l'aveva travolta. Specie negli Usa, divenne il simbolo di quella parte della Chiesa che aveva coperto gli abusi. Decise di lasciare durante un colloquio con Giovanni Paolo II. Lo accusavano di essere stato «debole», di aver spostato i pedofili da una parrocchia all'altra, preoccupato di loro più che dei bambini. Lui ammise gli «errori» e annunciò il «ritiro» in monastero: «Chiedo perdono a tutti coloro che hanno sofferto per le mie insufficienze». Finché, tra le polemiche, fu chiamato a Roma. Nel 2005, come arciprete di Santa Maria Maggiore, celebrò una delle solenni messe funebri per Wojtyla. Del resto in questi anni ha mantenuto un profilo basso. Alcune associazioni delle vittime anche di recente avevano chiesto fosse destituito da ogni incarico.

La Chiesa non fa sacrifici

il Fatto 7.12.11
La Chiesa non fa sacrifici
Esenzione dell’Ici, otto per mille, insegnanti di Religione diventati statali, fondi alle scuole cattoliche e altri privilegi che il Vaticano non vuole toccare: dov’è la sobrietà uinvocata dal cardinale Scola?
di Marco Politi

La Chiesa si autoesenta, sacrifici mai. Resta attaccata ai suoi privilegi, ma è prodiga di consigli sull’equità della manovra. È da agosto che l’opinione pubblica aspetta dalla Cei un segnale di disponibilità ad aiutare lo Stato a ripianare il suo debito colossale. In tempi passati i vescovi fondevano l’oro dei sacri calici per sostenere la difesa di un regno invaso. Ora che il nemico finanziario è molto più subdolo e spietato, non succede nulla. Dalla gerarchia non è giunto il più piccolo segnale di “rinuncia”. Solo la dichiarazione del Segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, che ha affermato: “Il problema dell'Ici è un problema particolare, da studiare e approfondire”. Eppure quello che pensano gli italiani è chiarissimo. Sono contrari all’esenzione dell’I-ci, sono contrari a spolpare le casse dello Stato ai danni della scuola pubblica, perché credono al principio costituzionale che chi fonda una scuola privata la paga con i propri soldi. Soprattutto gli italiani sono convinti a grande maggioranza che la Chiesa predica bene e razzola male. Vedere per credere l’indagine del professor Garelli sulla “Religione all’italiana”.
QUANDO si parla di soldi, la gerarchia ecclesiastica si rifugia subito nel vittimismo, accusa complotti da parte dei nemici della Chiesa, si attacca a errori di conteggio sbagliati per qualche dettaglio o di chi mette sullo stesso piano la Cei (organismo nazionale) e il Vaticano, realtà internazionale. Nessuno trascura l’aiuto sistematico che è venuto in questi anni alle fasce più povere da parrocchie, episcopato e organizzazioni come la Caritas o Sant’Egidio. Ma ora è il momento di gesti straordinari e di uno sfoltimento di privilegi come avviene in tutto il Paese. Ci sono fatti molto precisi su cui la gerarchia non ha mai dato risposta e che costituiscono privilegi inaccettabili specialmente nella drammatica situazione economica attraversata dal Paese. Ne elenchiamo alcuni, che indignano egualmente credenti e diversamente credenti. Non limitare l’esenzione Ici agli edifici strettamente di culto è un’evasione fiscale legalizzata. L’attuale sistema di conteggio dell’8 per mille è truffaldino perché non tiene conto del fatto che quasi due terzi dei contribuenti – non mettendo la crocetta sulla dichiarazione delle tasse – intendono lasciare i soldi allo Stato. In Spagna, dove è stato a suo tempo copiato il sistema italiano, si conteggiano giustamente soltanto i “voti espressi”. In Germania il finanziamento alle chiese luterana e cattolica avviene con una “tassa ecclesiastica” che grava direttamente sul cittadino. Se il contribuente non vuole, si cancella. L’attuale sistema dell’8 per mille è uscito fuori controllo. Doveva garantire una somma più o meno equivalente alla vecchia congrua data dallo Stato ai sacerdoti, ma essendo agganciata all’Irpef la somma che il bilancio statale passa alla Cei è cresciuta a dismisura. Nel 1989 la Chiesa prendeva 406 miliardi di lire all’anno, oggi il miliardo di euro che incassa equivale a quasi 2.000 miliardi di lire. Cinque volte di più!
L’8 per mille è stato pensato (ed è approvato come principio dalla maggioranza degli italiani) per finanziare il clero in cura d’anime e l’edilizia di culto in primo luogo. Ciò nonostante la Chiesa si fa pagare ancora una volta a parte i cappellani nelle forze armate, nella polizia, negli ospedali, nelle carceri, persino nei cimiteri. Si tratta di decine di milioni di euro. Nessuno ignora quanti splendidi preti siano impegnati specialmente nelle prigioni, ma è il sistema del pagamento aggiuntivo che non è accettabile. Lo stesso vale per le decine di milioni aggiuntivi versati dallo Stato, dalle regioni e dai comuni per l’edilizia di culto, che è già coperta dall’8 per mille.
PER NON PARLARE dei milioni di euro elargiti ogni anno attraverso la famigerata “Legge mancia”. Invitando a uno stile di vita più sobrio per la festa di san-t’Ambrogio in Milano, il cardinale Scola afferma che con gli anni si è stravolto il concetto di “diritti”. In un clima di benessere e “senza fare i conti con le risorse veramente disponibili si sono avanzate pretese eccessive in termini di diritti nei confronti dello Stato”. Verissimo. C’è da aggiungere che anche la Chiesa ha partecipato alla gara. Non è bastato che gli insegnanti di Religione venissero stipendiati dallo Stato, si è preteso che da personale extra-ruolo venissero anche statalizzati. Contemporaneamente si è iniziato a mungere le casse statali per finanziare le scuole cattoliche. Altrove in Europa lo fanno, ma non c’è l’8 per mille. È l’ingordigia nel ricorso ai fondi statali che spaventa.
Quanto al Vaticano, i Trattati lateranensi garantiscono ad esempio un adeguato fornimento d’acqua al territorio papale. Non è prepotenza il rifiuto di contribuire allo smaltimento delle acque sporche? Costa all’Italia 4 milioni di euro l’anno. Cifra su cifra ci sono centinaia di milioni che possono essere risparmiati. Il premier Monti può fare tre cose subito. Decretare che, come accade in Germania e altri Paesi, i finanziamenti statali vanno solo a enti che pubblicano il bilancio integrale di patrimoni e redditi: così gli italiani e lo Stato conosceranno il patrimonio delle diocesi. Limitare l’esenzione dell’I-ci esclusivamente agli edifici di culto. Attivare la commissione paritetica prevista dall’art. 49 della legge istitutiva dell’8 per mille per rivedere la somma del gettito. Sarebbe molto europeo.

Gesù a teatro scuote Parigi. Già arrestati 220 integralisti

Corriere della Sera 28.10.11
Gesù a teatro scuote Parigi. Già arrestati 220 integralisti
Piccoli, Lissner e la Binoche difendono la piéce: basta violenze
Stefano Montefiori

PARIGI — In una settimana circa 220 arrestati, molte uova e un po' di olio sul pubblico all'entrata del teatro, fialette maleodoranti lanciate in sala e urla in difesa della religione cattolica e contro la «cristianofobia». Le proteste degli integralisti per la pièce di Romeo Castellucci «Sul concetto di volto nel Figlio di Dio», al Théâtre de la Ville, sono cresciute con il passare dei giorni fino a diventare un problema di ordine pubblico e un caso politico.
Anche ieri sera la polizia è intervenuta per consentire agli spettatori di entrare nel teatro e per fermare i manifestanti, vicini alla frangia più estremista e ormai minoritaria del Front National. Abbandonati da Marine Le Pen, i giovani (molti con la testa rasata) difensori dei valori cristiani contro l'«arte degenerata» hanno ricevuto il plauso di Bruno Gollnisch, il capo dell'anima radicale del partito che sul suo blog ha difeso l'intervento dei ragazzi, militanti di «Renouveau Français» e «Action Française», «contro una vergogna pagata con le nostre tasse» (il Théâtre de la Ville gode dei finanziamenti pubblici, ndr).
Castellucci mette in scena un figlio che si prende cura del padre vecchio e malato, affrontando il tema della decadenza fisica, davanti a un grande ritratto di Gesù dipinto da Antonello di Messina. Alla fine un liquame nero — «inchiostro», spiega l'autore — scende a ricoprire l'icona sacra.
Per gli integralisti cattolici un'insopportabile blasfemia, possibile solo grazie al clima di «cristianofobia» che i pensiero dominante è pronto a tollerare, «a differenza di quel che accadrebbe se a essere insultato fosse Maometto o la religione ebraica».
«Una enorme sciocchezza, quella gente deve smetterla di disturbare e permettere a chi lo vuole di godersi lo spettacolo», dice al telefono Michel Piccoli, 85 anni, che è tra i primi firmatari di un appello in difesa della pièce assieme al direttore del teatro Emmanuel Demarcy-Mota e a Juliette Binoche, Bob Wilson, l'«indignato» Stéphane Hessel, Patrice Chéreau e il direttore della Scala Stéphane Lissner. «I padri o i nonni di quei ragazzi se la presero pure con me nel 1963, quando interpretai Pio XII nel dramma "Il Vicario" di Rolf Hochhuth, che denunciava le debolezze del Papa contro i nazisti — continua Piccoli —. È una violenza che non sopporto, l'arte e le idee non possono essere schiave del fanatismo. I musulmani reagirebbero con ancora maggiore violenza? Sbaglierebbero, e non capisco perché questa rincorsa al peggio. Viva l'Islam, viva la Chiesa. La censura è opera non dei credenti ma di estremisti che non devono averla vinta».
La conferenza episcopale francese, tramite monsignor Bernard Podvin, «condanna le violenze perpetrate durante le recenti rappresentazioni e promuove il dialogo tra cultura e fede», ma ricorda che «i cattolici aspirano, come cittadini, a essere rispettati nella loro fede».
Lo spettacolo di Castellucci — con la protezione della polizia — resterà in scena fino a domenica al Théâtre de la Ville, per poi passare al grande centro culturale Centquatre, e gli integralisti hanno già annunciato che lo seguiranno. A partire dall'8 dicembre poi i manifestanti prenderanno di mira, al Théâtre du Rond-Point, il «Golgota Picnic» di Rodrigo Garcia, altra rappresentazione giudicata irrispettosa. L'impressione è che la battaglia sia appena cominciata.

lunedì 5 dicembre 2011

Germania, accuse alla Chiesa «Fa affari con la pornografia»

La Stampa 29.10.11
Inchiesta del quotidiano «Die Welt»
Germania, accuse alla Chiesa «Fa affari con la pornografia»

Dopo i casi di preti pedofili un nuovo scandalo investe la chiesa cattolica in Germania: «Fa affari con la pornografia». È quanto ha denunciato il quotidiano «Die Welt», secondo il quale la società editrice Weltbild, di proprietà della chiesa, avrebbe nel suo catalogo decine di pubblicazioni pornografiche. Weltbild (6.400 dipendenti e un fatturato di 1,7 miliardi di euro) ha annunciato che intende difendersi e minaccia cause per diffamazione perché, spiegano alla casa editrice, quelle di cui parla Die Welt sarebbero «pubblicazioni erotiche, non pornografiche». Già nel 2008 alcune associazioni di fedeli avevano prodotto un documento critico di settanta pagine sulle pubblicazioni del gruppo editoriale, che oltre all’erotismo offre titoli su esoterismo, magia e satanismo.

venerdì 2 dicembre 2011

La violenza degli ultra-cattolici francesi

il Fatto 29.10.11
Parigi val bene una messa
Il Cristo dei fanatici
La violenza degli ultra-cattolici francesi che boicottano lo spettacolo della Raffaello Sanzio
Elisa Battistini

La notizia vera, probabilmente, è che si parli di una delle più importanti compagnie teatrali del mondo (non è un’esagerazione) solo quando c’è la notizia. Di cronaca. Ma, laicamente, è lo stesso regista della Socìetas Raffaello San-zio, Romeo Castellucci (che è stato anche direttore della Biennale Teatro), a non drammatizzare: “Il meccanismo dell’informazione funziona così. In Italia il teatro non interessa, è un’arte minoritaria, non ha a che fare con la vetrina della politica. La cosa positiva degli scontri e delle minacce di questi giorni è che, invece, in Francia è vero oggetto di dibattito”. Allora veniamo alla cronaca. Sul concetto di volto del figlio di Dio, produzione internazionale della compagnia di Cesena, va in scena dal 20 ottobre al Théatre de la Ville di Parigi, uno dei produttori dello spettacolo.
FINO A GIOVEDÌ sera (quando le forze dell’ordine sono riuscite a bloccare i manifestanti fuori dal teatro), tutte le rappresentazioni sono state interrotte da gruppi di estremisti. Giovani, molto giovani. “Hanno meno di 30 anni”, dice uno dei tecnici della compagnia, da Parigi. Appartengono a gruppi come Action Francaise (movimento monarchico), Renoveau Francais (nazionalisti di estrema destra), o Civitas Institut. Formato da “giovani cattolici che difendono l’onore di Cristo”, come si legge sull’hompage del loro sito. O l’associazione Agrif, che si batte per l’identità francese e cristiana. Questi ultimi due gruppi hanno cercato di impedire la messa in scena dello spettacolo per vie legali. Ma il 18 ottobre, il Tribunal de Grande Instance di Parigi ha respinto il loro ricorso e ieri ha respinto la richiesta di impedirne la messa in scena al Teatro 104, dove Sul concetto del volto di Dio “traslocherà” il 2 novembre. Il lavoro mostra a un figlio che accudisce il vecchio padre, con forte realismo. Il figlio gli cambia il pannolone, ad esempio, e ci sono chiari riferimenti agli escrementi. Alle loro spalle, però, c’è il ritratto di Gesù di Antonello da Messina. “E a un certo punto – dice il regista – sul volto di Gesù cola, dall’interno, dell’inchiostro nero. Unire Cristo e la materialità della vita non è però una provocazione. È la realtà umana, anzi è la verità ultima dell’uomo. Perché non dovrei accostare il corpo a Cristo, il cui volto rappresenta la bellezza dell’umano?”. Castellucci, che ha alle spalle decine di lavori formalmente molto potenti e ha sempre osato per quanto riguarda il linguaggio (nel Giulio Cesare metteva in scena due anoressiche per incarnare o forse disincarnare l’anima tormentata di Bruto, ma è solo un esempio tra i tantissimi), questa volta è davvero a disagio. Anche perché si trova a Senigallia, dove sta provando il nuovo lavoro (Il velo nero del pastore che debutterà il 10 novembre al Teatro Vascello all’interno del RomaEuropaFestival) e fa “decine di telefonate al giorno per sapere se a Parigi tutto va bene”. Certo, l’eco sollevata in Francia è grande. Tutti i principali giornali d’oltralpe hanno scritto del boicottaggio, Le Monde ha fatto una lunga intervista al regista ed è partita una petizione in difesa della libertà d’espressione. Primi firmatari: il regista Patrice Chéreau, l’indignatissimo Stéphane Hassel, gli attori Michel Piccoli, Juliette Binoche.
CHI È A PARIGI descrive una situazione folle, ma non pericolosa per attori e tecnici. “I dimostranti – continua il tecnico-attrezzista della compagnia – hanno fatto cose pazzesche, sono saliti in scena ma non ci hanno toccato. Piuttostoselasonopresaconilpubblico. La prima sera hanno iniziato a gridare: Vergognatevi! Andrete all’Inferno! e Abbasso alla Repubblica, viva il re. Il pubblico ha reagito a sua volta, urlando frasi in difesa della libertà d’espressione. Poi sono arrivati una decina di poliziotti e questi ragazzi si sono inginocchiati e hanno iniziato a cantare l’Ave Maria. Alla fine la polizia li ha portati fuori e lo spettacolo è proseguito. Le interruzioni sono durate una settimana, ma dal 21 ottobre, la direzione del Teatro ha chiesto agli spettatori di non reagire e mantenere la calma per far lavorare le forze dell’ordine”. I fondamentalisti cristiani e gli estremisti di destra, nel delirio, si sono dimostrati molto “creativi”: hanno sprangato le porte del teatro (il pubblicoè dovuto entrare dalle porte laterali), lanciato lacrimogeni, sono saliti su un balcone dello stabile e hanno gettato olio di motore e pece sulla gente. Giovedì 27, la prima sera in cui lo spettacolo è andato in scena senza disordini, circa 300 persona hanno manifestato fuori dal teatro (dove ci sono una decina di camionette della polizia) brandendo crocifissi e rosari.
IL PARADOSSO è che, secondo la vulgata, Castellucci – che 30 anni fa ha fondato con la sorella e la moglie la Socìetas, una specie di comunità teatrale più che una compagnia – sia credente. “A questo non voglio rispondere – dice – È un fatto del tutto privato. Di certo se c’è qualche cattolico in buona fede, tra questi manifestanti, non ha visto lo spettacolo. Gesù in questo lavoro è il modello dell'uomo: il suo volto è la cosa più bella che si possa immaginare. Sul concetto di volto del figlio di Dio riflette però sulla vecchiaia, sul timore di essere abbandonati. Chi crede dovrebbe avere un rapporto meditato con la propria fine”. Il regista è sinceramente sgomento, ma da Parigi l’impressione è che il “manipolo” di dimostranti abbia solo una gran voglia di visibilità. Eppure, se la Francia, in questa occasione, rivela un lato estremista, l’Italia rivela un certo provincialismo. Quello di parlare di una delle compagnie italiane più note al mondo solo quando gli lanciano i lacrimogeni. All’estero.

mercoledì 30 novembre 2011

"Rischiamo la vita ma non cederemo agli oscurantisti"

La Repubblica 1.11.11
L´intervista
Il regista Castellucci: "Contro di me e i miei attori gravi minacce"
"Rischiamo la vita ma non cederemo agli oscurantisti"
di Anna Bandettini

ROMA - «Non faccio che stare al telefono con Parigi, voglio essere vicino come posso ai miei attori. Ho paura, sì. Ho paura per loro che sono lì, che devono andare in scena. E ho paura per me. Ne me la sentirei proprio di andare in giro per la Francia in questo momento: la mia foto è sui blog dei fondamentalisti cristiani dove sono additato come terrorista islamico. A loro si sono aggiunti quelli dei nazisti e degli antisemiti. Come a dire: è lui. Chi lo vede, è suo».
Romeo Castellucci è sempre misurato, non si arrabbia mai, ma ora con voce preoccupata sottolinea: «Nel mio lavoro mi è capitata qualche denuncia, qualche contestazione individuale, ma qui c´è una vera e propria falange contro». Regista di Cesena, 51 anni, artefice della Societas Raffaello Sanzio, il più famoso gruppo teatrale italiano in Europa, artista inconfondibile che da sempre lavora con sguardo diverso nel grande bagaglio delle immagini collettive della nostra cultura, è lui il bersaglio dei militanti di Istitut Civitas che per giorni, da metà ottobre, lo hanno minacciato fuori dal Theatre de la Ville di Parigi con l´accusa di blasfemia, fino ad a interrompere il suo spettacolo, Sul concetto di volto nel figlio di Dio, che da domani, sempre a Parigi, si sposterà nel più periferico Le Centquatre e poi in tournèe in altre città francesi.
C´è il serio rischio che vadano avanti.
«Sì, temo ci perseguiteranno ancora. Anche se Le Centquatre è in una periferia dove ci sono molti musulmani e forse questo può tenerli lontano», dice Castellucci, al telefono dalle Marche dove sta preparando il nuovo spettacolo, Il velo nero del pastore, che debutterà a Roma il 10 novembre, e che sfiora a sua volta il tema del sacro.
Sul concetto di volto nel figlio di Dio, è stato visto in Italia, in Spagna, in Polonia: paesi cattolici dove non è successo nulla. Perché in Francia sì?
«In Italia alcuni mi hanno semmai incolpato di essere troppo cristiano, di aver rivelato troppo... La Francia? Gli integralisti hanno colto l´occasione per farsi pubblicità. Già al festival di Avignone, questa estate, c´erano state avvisaglie: una sera c´era stata una rissa tra spettatori, una cosa quasi futurista, ma era a fine spettacolo, che è anche legittimo. Ora invece siamo alle minacce di questi che mi dicono essere lefebreviani, seguaci dell´arcivescovo scomunicato dal papa. Ma la cosa tenebrosa è che si sono amplificati in rete e ora sono tanti, compresi nazisti e gruppi antisemiti, gente che grida fuori dal teatro "abbasso la repubblica", "Viva il re". Ebbene sì. Oscurantisti, medievalisti».
Cosa l´ha impressionata delle loro minacce?
«Le perquisizioni. Tutti gli spettatori devono passare il metal detector. Le minacce ci hanno obbligato a militarizzarci. È una cosa tremenda vedere queste cose in un teatro. Io credo che la polizia abbia avuto sentore di qualche seria minaccia, che non ci ha rivelato».
Mai pensato di dire basta, torniamo a casa?
«No, non è possibile. Bisogna mantenere le posizioni di fronte a tanto oscurantismo».
Ma perché farlo con l´immagine di Cristo?
«È difficile prescindere dal fiume in cui si è nati. Noi siamo nutriti dell´immagine di Cristo. E lo spettacolo è un "de profundis", una preghiera sulla caduta dell´uomo che si leva dal punto più basso, da un nadir dell´uomo che ho voluto rappresentare metaforicamente con le finte feci. Ed è falso che vengono gettate contro il Cristo di Antonello da Messina, in fondo alla scena, perché a quel Cristo lo spettacolo rivolge la domanda accorata "perché ci hai abbandonato?". Cioè l´esatto contrario delle accuse degli integralisti».
Se potesse incontrarli che direbbe loro?
«Convertitevi»
Sarebbe a dire?
«Li ho visti fuori dal teatro, spaventosi, paiono diavoli e da quello che urlano, si capisce: non conoscono le Sacre Scritture»

venerdì 25 novembre 2011

Francia, la bandiera integralista dei cristiani d´assalto

La Repubblica 1.11.11
Francia, la bandiera integralista dei cristiani d´assalto
Assediano piece teatrali giudicate blasfeme. Distruggono opere d´arte a colpi di martello. Ecco chi sono gli estremisti col crocifisso che spaventano la Francia
di Anais Ginori

Assalti per giorni al Théatre de la Ville al grido di "Basta cristianofobia". Opere distrutte a colpi di martello. E cortei nelle strade di Parigi avvolti in mantelli rossi e con il crocifisso in mano. Gli ultracattolici di Action Française compiono azioni sempre più clamorose. "La libertà di espressione non è più un argomento valido", dicono. E annunciano una guerra contro l´arte trasgressiva e le "bestemmie della società"
Gli artisti lanciano un appello: "Il nostro Paese si è sempre battuto per tutelare la laicità"
Il sacerdote Beauvais: "Non siamo cattivi, siamo fedeli alla nostra fede"
Il movimento fa riferimento alla Fraternità San Pio X fondata da Marcel Lefebvre
L´Arcivescovo li ha sconfessati. Duro anche il ministro della Cultura Frédéric Mitterrand

A vederla da vicino, dietro all´ingresso blindato del Théatre de la Ville, la scena è stata ancora più surreale. C´era qualcosa di terribilmente stonato, nelle decine dei sedicenti "crociati" che assaltavano una pièce nel nome del cristianesimo. Non è questa la Francia, la capitale moderna della laicità, il Paese tollerante e aperto a ogni forma d´espressione e d´arte? Invece è successo proprio qui, nel cuore di Parigi. Adesso che le auto della polizia sono andate via, e gli agenti in tenuta antisommossa pure, c´è un´aria di tregua. Ma giusto qualche giorno, perché lo spettacolo Sul concetto di volto del figlio di Dio del regista italiano Romeo Castellucci sta per riprendere in un altro teatro, inseguito dai contestatori. Poche centinaia di persone. La Prefettura di Parigi non fornisce dati ufficiali ma negli ultimi giorni ha fatto almeno cento controlli quotidiani per fermare la protesta dura dei gruppi cristiani. «Non li sottovalutiamo» avverte l´esperto di estrema destra Yves Camus. Alla vigilia della campagna elettorale, questo piccolo movimento di crociati, in polemica anche con la Chiesa ufficiale, riprende la tradizione di nazionalisti ultra cattolici di Action Française ma s´ispira all´uso dei media dei Tea Party americani.
Sigle vecchie e nuove, una galassia in rapida evoluzione. Da mesi i militanti di questi gruppi si muovono al motto di "Basta cristianofobia". Distruggono opere a colpi di martello come fossero organismi vivi, assediano innocui teatranti, sfilano con mantelle rosse, cantici e ceri nelle strade della capitale per riportare la Francia alle sue "radici". «Una serie di azioni così mirate e violente - ammette Camus - non si vedevano da tempo». Lo spettacolo di Romeo Castellucci è stato interrotto più volte, attori e pubblico sono stati colpiti dal lancio di uova, pomodori, olio per automobili. Un giovane è stato fermato mentre saliva sulla facciata del teatro per gettare fialette maleodoranti davanti al botteghino. Alcuni militanti hanno comprato i biglietti per condurre i loro attacchi dalla platea. Gli effetti si sono subito visti. Dopo i primi giorni, sono apparse delle porte scanner al Théatre de la Ville, e gli spettatori si sono dovuti sottoporre ai controlli di sicurezza prima di sedersi in poltrona.
Lo scandalo arriva solo agli ultimi minuti dello spettacolo, quando il volto di Cristo - una riproduzione gigante del "Salvator Mundi" di Antonello da Messina - sembra sporco di escrementi, espressione delle sofferenze dei due personaggi, un vecchio incontinente e il figlio che lo lava e lo cambia. Il bilancio, dopo dieci giorni di rappresentazioni, è di quasi trecento persone fermate, alcune in possesso di lacrimogeni. Una ventina di militanti sono stati denunciati per "atti di degrado del patrimonio pubblico" e "violazione della libertà di espressione", un reato che prevede fino a tre anni di prigione e 45mila euro di multa. Il Comune di Parigi si è costituito parte civile. Nonostante le minacce, il direttore del teatro, Emmanuel Demarcy-Mota, ha deciso di non fermare la pièce. «Perché non è giusto cedere alle intimidazioni di questi neo-fascisti» ha commentato.
La chiesa Saint-Nicolas-du-Chardonnet, nel quinto arrondissement, è considerata la casa di questo movimento che fa riferimento alla Fraternità San Pio X, fondata da Marcel Lefebvre negli anni Settanta. «Signori spettatori, oggi assisterete a una bestemmia e noi siamo qui per rimediare ai vostri peccati» ha urlato il sacerdote della chiesa Xavier Beauvais, mentre cercava di fermare la gente in Place du Chatelet. «Non siamo integralisti cattivi - ha aggiunto - siamo cattolici, fedeli alla fede cattolica, e veniamo a manifestare contro la bestemmia». Il cardinale André Vingt-Trois ha ovviamente preso le distanze da questi contestatori. «Sono gruppuscoli che si riferiscono alla Chiesa cattolica senza avere nessun legame» ha detto l´arcivescovo di Parigi e presidente della Conferenza episcopale francese. «Usano la fede come argomento per giustificare violenze ingiustificabili». Le parole del religioso si sono sovrapposte a quelle del laico Frédéric Mitterrand. «La Chiesa cattolica in Francia - ha commentato il ministro della Cultura - non è né integralista, né oscurantista».
Il portavoce del nuovo movimento, Alain Escada, riceve nella sede dell´Istituto Civitas, nella storica banlieue di destra, Argenteuil. «Dal momento in cui si offende e si umilia Cristo che è sacro per molti fedeli, la libertà di espressione non è più un argomento valido» spiega il segretario generale di Civitas, cittadino belga e titolare di una libreria a Bruxelles. È fermamente convinto che la Francia sia la culla di «una nuova cristianofobia». «Bisogna fare di tutto per fermare questa malattia». Il debutto è avvenuto, non a caso, ad Avignone, la città dei Papi. Il 17 aprile scorso gli integralisti hanno manifestato contro l´opera provocatoria dell´americano Andreas Serrano, "Piss Christ", un crocifisso immerso nell´urina, distrutto dai contestatori a martellate.
«Escada è solo l´esponente di facciata» osserva Camus. «Dietro di lui c´è una rete di personaggi dell´estrema destra legati al mondo universitario e militare». Nel movimento militano anche monarchici, nazionalisti, sigle come France Action Jeunesse, Action Française, Renouveau français. Non sono pochi gli osservatori convinti che la recente svolta a base di azioni sempre più clamorose sia legata al "voltafaccia" del Front National, guidato adesso da Marine Le Pen. La figlia del fondatore del partito di estrema destra ha preso le distanze dagli ultra cattolici e si è anzi schierata in difesa della laicità. Orfani di una rappresentanza politica, sabato scorso, questi gruppi si sono dati appuntamento davanti alla Piramide del Louvre. Hanno sfilato - un migliaio secondo la Prefettura - con crocifissi e raffigurazioni del Sacro Cuore, di Giovanna d´Arco, fino in Place André Malraux per una lunga veglia notturna di preghiere. Molti manifestanti contestano la tolleranza delle istituzioni nei confronti dei musulmani. «Il dibattito sulla laicità ci ha portato a favorire l´integrazione dell´Islam, cancellando le nostre radici cristiane» dice Escada. Il segretario di Civitas poi torna prudente. «Non siamo un movimento politico», precisa. Altri non la pensano come lui. L´abbate Régis de Cacqueray ha già proposto di creare delle liste civiche in vista delle elezioni amministrative del 2014. «Speriamo di conquistare alcune decine di comuni. Vogliamo degli eletti veramente cattolici che possano estendere il regno di Nostro Signore Gesù Cristo».
Lo spettacolo di Castellucci è stato rappresentato in Italia e altrove in Europa senza suscitare simili proteste. «Questi gruppi di individui violenti e organizzati fanno parte di movimenti religiosi e politici su cui è necessario indagare» scrivono diverse personalità della cultura in un appello. «Per noi, questi comportamenti sono il segnale di un crescente fanatismo religioso. La Francia si è sempre battuta per tutelare la libertà di espressione e il teatro è spesso stato al centro di queste lotte» dicono i firmatari, tra i quali gli attori Michel Piccoli e Juliette Binoche, lo scrittore Stephane Hessel, il direttore della Scala di Milano Stephane Lissner. Da domani lo spettacolo "Sul concetto di volto del figlio di Dio" sarà rappresentato in una sede più a rischio, il centro culturale Centquatre, nel diciannovesimo arrondissement. Le misure di sicurezza saranno ulteriormente aumentate. In Rete circolano inviti per contestare altri spettacoli giudicati blasfemi, "Le Vicaire" del tedesco Rolf Hochhut che sarà al Théatre 14 dalla settimana prossima e poi il "Golgota picnic" di Rodrigo Garcia che comincerà l´8 dicembre al Théatre du Rond-Point. La battaglia dei nuovi "crociati" contro le trasgressioni dell´arte è appena cominciata.

mercoledì 23 novembre 2011

Dopo lo scontro sui preti pedofili chiude l´ambasciata presso la S. Sede

La Repubblica 4.11.11
Irlanda
Dopo lo scontro sui preti pedofili chiude l´ambasciata presso la S. Sede

DUBLINO - Il governo irlandese ha annunciato la chiusura della sua ambasciata presso il Vaticano a Roma, una delle suoi sedi diplomatiche più antiche, aperta nel 1929. La motivazione ufficiale è la riduzione dei costi, ma le relazioni tra Irlanda e Santa Sede, un tempo solidi alleati, non sono mai state così tese dopo gli scandali di pedofilia esplosi nel Paese e le accuse di aver coperto gli abusi che il governo di Dublino aveva rivolto contro i vertici della Chiesa. Tanto che a luglio il Vaticano aveva richiamato "per consultazioni" il nunzio apostolico in Irlanda. Il ministro degli Esteri di Dublino, Eamon Gilmore, ha precisato che i due fatti non sono legati. «Per rispondere agli obiettivi del programma dell´Unione europea e del Fondo monetario internazionale e riportare la spesa pubblica a un livello accettabile, il governo è stato costretto a tagliare numerosi servizi pubblici» ha spiegato. Tra i tagli, c´è anche la chiusura delle ambasciate in Vaticano, in Iran e l´ufficio di rappresentanza in Timor Est. «La Santa Sede prende atto della decisione dell´Irlanda» ha commentato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. «Ciò che è importante sono i rapporti diplomatici fra la Santa Sede e gli Stati, e questi non sono in questione per quanto riguarda l´Irlanda».

sabato 19 novembre 2011

Fondi post terremoto Indagato il vescovo

La Stampa 10.11.11
Avviso di garanzia a monsignor D’Ercole
Fondi post terremoto Indagato il vescovo

Il vescovo ausiliare dell’Aquila Giovanni D’Ercole è finito sul registro degli indagati per le vicende relative ai cosiddetti fondi «Giovanardi» per il sociale per il dopo terremoto. L’inchiesta che coinvolge il presule è relativa alla tentata truffa messa in atto dalla Fondazione Abruzzo Solidarietà e Sviluppo i cui organizzatori, il professore romano Fabrizio Traversi e il medico aquilano Gianfranco Cavaliere, avrebbero cercato di appropiarsi di 12 milioni di euro provenienti dai «fondi Giovanardi» destinati ad attività sociali per il post terremoto.
Monsignor D’Ercole che inizialmente era tra i vertici della Fondazione, è accusato dal pm Antonietta Picardi, titolare dell’inchiesta, di aver rilasciato false dichiarazioni nel corso di un interrogatorio e di favoreggiamento per avere messo al corrente il professor Traversi che c’era un’inchiesta sulla Fondazione. Ai due principali indagati, Traversi e Cavaliere, il pm contesta il reato di tentata truffa aggravata ai danni dello Stato.
Monsignor D’Ercole dal 1987 al 1990 è stato vicedirettore della Sala Stampa della Santa Sede (allora diretta da Joaquín Navarro-Valls), noto al grande pubblico per essere uno dei volti dell’informazione religiosa su Raidue. «Mi si accusa di non aver detto la verità al giudice - ha spiegato ieri D’Ercole - . Posso solo ribadire la mia sincerità e confermare che ho piena fiducia nella Magistratura».

venerdì 18 novembre 2011

La lezione dell’abito talare

il Fatto 6.11.11
La lezione dell’abito talare
Marina Boscaino

In una Scuola Media Statale – ribadisco Statale – di Ladispoli (Roma), l’anno scolastico è iniziato in una maniera a dir poco singolare. Una circolare ha informato studenti e famiglie della Melone che gli alunni sarebbero stati salutati dal vescovo di Santa Rufina, monsignor Gino Reali. Programma dell’evento: colloquio con i ragazzi, benedizione dei crocefissi, consegna degli stessi ai presenti, benedizione finale della scuola. Alle vibrate proteste di Antonia Sani, del Comitato Nazionale Scuola e Costituzione, il dirigente scolastico Agresti rispondeva che la visita era stata inserita nel Piano dell’Offerta Formativa come i previsti altri incontri con “esperti”. “Il buon senso di tutti, ed in particolare di chi sia convinto che sia diritto inalienabile dell’uomo la libera espressione del pensiero farà sì che l’attività didattica contestata (in realtà un approfondimento critico di una disciplina insegnata nella nostra scuola, come già avvenuto per motoria, scienze, cittadinanza, italiano, eccetera) si svolgerà senza inutili e sciocchi strascichi polemici, lasciando che la parola di una persona, che riveste un ruolo specifico, resti quello che è: un momento di libero confronto intellettuale sulla figura di un grande pensatore, precursore di tutti gli illuminati (per chi non crede o crede diversamente) o del figlio di Dio (per chi crede)”.
SIA DETTO tra parentesi: il suddetto prelato (terza visita in un anno in quella scuola) assurse agli onori della cronaca perché – secondo alcune vittime, che lo hanno denunciato – avrebbe coperto l’ex parroco della sua diocesi, don Ruggero Conti, condannato in primo grado per abusi sessuali. Ma – alla luce della violazione del dettato costituzionale – è dettaglio quasi irrilevante. Il Comitato Insegnanti Evangelici Italiani informa che il sottosegretario all’istruzione Guido Viceconte ha invitato le scuole a partecipare all’udienza papale che avrà luogo il 28 novembre in Vaticano, in occasione della “Giornata per la tutela del Creato”, iniziativa organizzata dall’associazione cattolica Sorella natura: tutto ovviamente a carico del contribuente. L’esperto, stavolta, è niente meno che Benedetto XVI, nella funzione di studioso di ecologia. Il cerimoniale – è certezza – non potrà essere esente da aspetti liturgici: discriminatorio, cioè, dei diritti di alunni e docenti non cattolici. Non è un caso che gli atti di culto in orario scolastico siano espressamente proibiti dalla legge italiana. Come la kermesse romana dell’orientamento pre-universitario presso il santuario del Divino Amore, per la quale lo scorso anno furono offerti una serie di gadgets e il trasporto degli studenti del V anno delle superiori, anche in questo caso si reperiscono fondi – nel momento di più profonda crisi economica dello Stato e della scuola – per organizzare uscite e visite che non solo non ne sanano le drammatiche condizioni, ma creano addirittura discriminazioni e violazioni.
La persuasione (non occulta) è ormai pratica estesa, alla luce del sole, come se “pubblico, statale” fossero orpelli retorici, optional falso-pluralisti di uno Stato confessionale. Il progetto di clericarizzazione non si accontenta di una serie di regalie ormai istituzionalizzate. Su “Adista” – storica agenzia di informazione politico-religiosa dell’area della sinistra cristiana – nel suo articolo “Esenzioni, agevolazioni, finanziamenti. Tutti i numeri della casta Chiesa” alla voce scuola, editoria ed oratori, Luca Kocci rimarca che la scuola paritaria nel 2011 ha ricevuto dalla legge di stabilità 245 milioni di euro, a fronte dei tagli alla scuola pubblica.
ALL’EDITORIA cattolica, invece, sono stati erogati nel 2010 contributi statali diretti per 15 milioni di euro, con la parte del leone ad Avvenire, quotidiano della Cei: 5milioni e 871mila euro. Un altro quotidiano cattolico, Il Cittadino, controllato dalla diocesi di Lodi, ha goduto di un finanziamento pubblico di 2 milioni e 530mila euro. Ai settimanali diocesani – periodici ufficiali delle diocesi italiane – sono andati quasi 4 milioni di euro. Il resto, poco meno di 3 milioni di euro, alle riviste di congregazioni religiose, santuari, associazioni, movimenti e gruppi ecclesiali di varia natura. 8 per mille, (da dieci anni circa 1 miliardo di euro, nel 2011 cifra record di 1.118 milioni, di cui 467 milioni utilizzati per “esigenze di culto e pastorale”, 361 milioni per il “sostentamento del clero”, 235 milioni per “interventi caritativi”, 55 milioni accantonati “a futura destinazione”); entrate per cappellani ospedalieri, carcerari e militari; infine esenzioni (Ici, Ires, canone tv e acqua) ci danno la mappatura di un’egemonia culturale ed economica che potrebbe fare a meno di manipolare coscienze. Qual è il contributo dei privilegi concordatari al nostro debito pubblico e allo spread?

giovedì 17 novembre 2011

“Divorzio” dalla Santa Sede Dublino chiude l’ambasciata

La Stampa 4.11.11
“Divorzio” dalla Santa Sede Dublino chiude l’ambasciata
“È una scelta dettata da motivi economici”. Padre Lombardi: liberi di decidere
di Giacomo Galeazzi

Dublino «divorzia» dal Vaticano e, tra le proteste dei vescovi dell’isola, la cattolicissima Irlanda lascia la Curia Romana. Il governo chiude l’ambasciata presso la Santa Sede e assicura che è una scelta dettata da motivi economici legati alla crisi e non dal «grande freddo» nei rapporti diplomatici con la Santa Sede. Rapporti, però, che attraversano una fase molto difficile. Tre mesi fa sia il premier Enda Kenny sia il Parlamento avevano severamente censurato la Chiesa di Roma, tacciandola di «sabotare le inchieste sui preti pedofili». Non era mai successo che Dublino parlasse con tanta forza contro il Vaticano, accusandolo di mettere i propri interessi davanti a quelli delle vittime degli abusi.
La decisione dell’esecutivo irlandese (che ha chiuso anche le rappresentanze in Iran e a Timor Est) è stata presa «per rispondere agli obiettivi del programma dell’Ue e dell’Fmi e riportare la spesa pubblica a un livello accettabile». Replica il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi: «La Santa Sede prende atto della decisione dell’Irlanda. Naturalmente ogni Stato che ha relazioni diplomatiche con la Santa Sede è libero di decidere, in base alle sue possibilità e interessi, se avere un ambasciatore presso la Santa Sede residente a Roma oppure residente in un altro Paese». Ma «importanti sono i rapporti diplomatici fra la Santa Sede e gli Stati, e questi non sono in questione».
In seguito alle polemiche sullo scandalo-abusi, il 25 luglio la Santa Sede aveva richiamato a Roma il nunzio apostolico a Dublino «per consultazioni». Un fatto rarissimo, che ha fatto ancora più rumore perché coinvolge un Paese d’incrollabile tradizione cattolica. Al momento il posto di «ambasciatore del Papa» a Dublino è vacante in quanto il nunzio Giuseppe Leanza, prima richiamato in Vaticano, ha poi avuto un nuovo incarico a Praga. La nunziatura è comunque regolarmente aperta.
A settembre la Santa Sede ha inviato una lettera al governo di Dublino, riconoscendo la gravità degli abusi sui minori. Ma il Vaticano ha respinto seccamente, come infondata, l’accusa del governo irlandese di aver ostacolato le indagini e impedito all’episcopato nazionale di denunciare i preti pedofili alle autorità civili. Il governo irlandese ha riconosciuto «la serietà» della risposta vaticana, pur ribadendo che le sue passate posizioni «hanno dato il pretesto ad alcuni per non collaborare» con le autorità del Paese. Ieri, infine, la decisione di chiudere l’ambasciata romana.
«Profondo disappunto» per la «serrata» è stata espressa dal cardinale Sean Brady, arcivescovo di Armagh e Primate d’Irlanda, avvisato con una telefonata del ministero degli Esteri. Brady ha detto che «molti altri condividono questa delusione», ricordando che le relazioni tra i due Stati risalgono al 1929. «Questa decisione sembra mostrare poca considerazione per l’importante ruolo svolto dalla Santa Sede nelle relazioni internazionali e per i legami storici con il popolo irlandese», lamenta il porporato. «Spero che, nonostante questo passo deplorevole, la stretta e reciprocamente vantaggiosa collaborazione tra l’Irlanda e la Santa Sede nel mondo della diplomazia possa continuare» e che Dublino nomini al più presto «un nuovo ambasciatore residente presso la Santa Sede». Per la Segreteria di Stato la delicatezza dei rapporti che intercorrono in questo momento tra la cattolicissima Irlanda e il Vaticano «merita una particolare attenzione».

mercoledì 16 novembre 2011

Da Oltretevere arriva la benedizione al candidato premier

La Stampa 11.11.11
Da Oltretevere arriva la benedizione al candidato premier
Andrea Tornielli

CITTÀ DEL VATICANO. La Caritas in veritate sembra quasi un documento guida di governo tecnico della società, in cui l’economia ha un ruolo fondamentale, come esito naturale della riflessione etica, con la quale concordano anche coloro che non condividono la visione etica cattolica». Così parlava Mario Monti in San Giovanni in Laterano, la cattedrale del Papa, il 23 febbraio 2010, presentando l’enciclica sociale di Benedetto XVI, invitato dal cardinale Vicario di Roma Agostino Vallini. In quella occasione, il presidente della Bocconi disse pubblicamente di «essere cattolico».
Il governo guidato da «SuperMario» sembra essere un’idea che non dispiace nei sacri palazzi. Ieri pomeriggio L’Osservatore Romano ha elogiato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricordando che «diverse forze, politiche, e non solo» gli «riconoscono un equilibrio e una sapienza esemplari nella guida di questo difficile passaggio della vita del Paese».
Il giornale vaticano ha anche dato notizia della nomina di Monti a senatore a vita, e ha significativamente riportato il telegramma del premier Silvio Berlusconi nel quale si citano gli «altissimi meriti acquisiti nel campo scientifico e sociale» e si augura al nuovo senatore «un proficuo lavoro nell’interesse del Paese». Sugli sviluppi della crisi, L’Osservatore Romano osserva che «sembra accreditarsi sempre di più l’ipotesi di un nuovo governo rispetto a quella di uno scioglimento anticipato delle Camere, ipotesi che comunque rimane ancora in piedi. Sembra quindi probabile che Napolitano verifichi ulteriormente la possibilità che il Parlamento sia in grado di esprimere una nuova e sufficientemente ampia maggioranza parlamentare».
Non ha voluto invece commentare le concitate vicende delle ultime 48 ore il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, che a un giornalista che gli chiedeva qualcosa in merito ha risposto: «Oggi non parlo del caso Italia». Chi ha parlato a tu per tu Bertone negli ultimi giorni racconta di averlo trovato non solo preoccupato ma anche contrariato per l’«arroccamento» manifestato nelle ultime settimane da Silvio Berlusconi. Oltretevere, come pure al vertice della Conferenza episcopale italiana, non c’è mai stato alcun desiderio di ribaltoni, ma la consapevolezza che il declino della stagione berlusconiana e il baratro a cui l’Italia si sta avvicinando avrebbero richiesto una responsabilità diversa e la disponibilità da parte del Cavaliere di fare «un passo di lato» favorendo la nascita di un governo guidato da un premier da lui indicato. Invece «è prevalsa invece la logica del muoia Sansone con tutti i filistei», sussurra uno dei più stretti collaboratori del Papa, «ora però le elezioni, in questa fase delicatissima per il Paese, rischiano di essere un salto nel buio…».
Anche i vertici della Conferenza episcopale sono contrari alle elezioni come pure a ribaltoni con governi sostenuti da maggioranze diverse da quella uscita dalle urne nel 2008. Monti ha buoni rapporti con il rettore dell’Università Cattolica Lorenzo Ornaghi, uomo notoriamente molto vicino prima al cardinale Camillo Ruini e ora al suo successore Angelo Bagnasco. E non è un caso se anche dalle associazioni del mondo del lavoro che hanno dato vita al Forum di Todi siano arrivati segnali di assoluta contrarietà all’ipotesi delle elezioni anticipate e aperture verso l’ipotesi del governo Monti. È probabile che sia in Vaticano come ai vertici della Chiesa italiana si sarebbe preferito un passaggio più soft, con un nuovo governo politico sostenuto dalla stessa maggioranza ma allargata al centro. Ipotesi praticabile fino a poco tempo fa, oggi non più.

martedì 15 novembre 2011

Se il vento della crisi arriva al vertice della Chiesa cattolica

l’Unità 15.11.11
Se il vento della crisi arriva al vertice della Chiesa cattolica
Nel libro del vaticanista Marco Politi su Joseph Ratzinger un’analisi severa su qualità e limiti dell’attuale Pontefice
di Lorenzo Scheggi Merlini

Un Papa che suscita «tenerezza». Da ammirare per la tenacia con cui affronta le fatiche del pesante ministero petrino; decisamente morigerato nei costumi e quasi ascetico nello stile di vita; uno studioso appassionato; un intellettuale che raggiunge mirabili vette di pensiero e che, come tale, fa breccia negli ambienti intellettuali soprattutto europei. Un ottantaquattrenne coerente che ha già fatto sapere, in caso di impedimento per motivi di salute fisica o mentale, che non esiterà a dimettersi.
Ma anche intransigente nel riaffermare il corpus tradizionale della dottrina cattolica, incurante (o impermeabile) dei segnali che vengono dall’interno dalla Chiesa stessa in materia di morale sessuale, bioetica, sacerdozio femminile, celibato, e che gridano ormai come sia tempo di aprire una discussione senza pregiudizi su tutti questi fronti. E ancora: un uomo che pur essendo stato un protagonista da posizioni innovatrici del Concilio, si colloca ora alla testa di tutti coloro che caparbiamente negano la portata rivoluzionaria che ebbe.
Un Papa eurocentrico, terrorizzato dagli «ismi» che vive come una minaccia mortale per la Chiesa e mai come una occasione. E per questo fu in fondo eletto. Un Papa, ed è il motivo ricorrente di ogni capitolo, incapace e forse anche disinteressato al governo concreto di una comunità mondiale di un miliardo e duecento milioni di fedeli sparsi in tutto il mondo, che per di più si è circondato di collaboratori non all’altezza del compito e non lo aiutano nemmeno ad evitare errori diplomatici.
L’ultima fatica di Marco Politi forse il più acuto, informato e colto fra i vaticanisti italiani giunta da pochi giorni in libreria (Joseph Ratzinger Crisi di un papato, Edizioni Laterza, pagine 328 , euro 18) è un libro che merita tutta l’attenzione richiesta dalla sua complessa, anche se scorrevolissima e appassionante, lettura.
Si presenta con un titolo netto ma non gridato, parla di un papato in «crisi». Ma a ben vedere, nel ripercorrere gli episodi più salienti del settennio ratzingheriano, tutti documentati in maniera certosina, con una messe di materiali davvero imponente, degna di uno storico più che di un giornalista, viene fuori un affresco impietoso che fa spesso pensare ad un vero e proprio fallimento. Sfilano capitolo dopo capitolo la crisi col mondo islamico, quella, ricorrente, con gli ebrei, la revoca della scomunica comminata agli ultraconservatori negazionisti anticonciliari di Marcel Lefebvre, nomine inopportune di vescovi indegni e, il cancro della pedofilia, tollerato, occultato per tanti, troppi anni.
Politi dà atto ovviamente a Benedetto XVI delle ultime, durissime posizioni e dei provvedimenti conseguentemente adottati contro la pedofilia e i preti pedofili ma, constata suffragando l’affermazione con moltissimi documenti, con colpevole ritardo. Ecco, questi aspetti negativi hanno ormai caratterizzato il papato e prevalgono, sostiene il vaticanista, su quelli, pure importanti, positivi.
Una tesi certamente opinabile che ovviamente non è da tutti condivisa. Da parte soprattutto di chi pensa che debba prevalere, nel giudizio, il ruolo di denuncia del Papa contro il capitalismo finanziario impazzito, contro il liberismo che produce miseria e povertà, contro la deriva di un mondo che sembra avere smarrito i valori forti e che si muove senza bussola. Ma certamente le argomentazioni e i fatti sciorinati da Politi, sono macigni che non possono assolutamente essere elusi.

venerdì 21 ottobre 2011

Il boom degli obiettori "Tra cinque anni in Italia non si potrà più abortire"

La Repubblica 20.10.11
Il boom degli obiettori "Tra cinque anni in Italia non si potrà più abortire"
Allarme dei medici per la 194: "Siamo rimasti in 150"
"Costretti a fare solo interruzioni di gravidanza, la legge deve essere cambiata"
di Maria Novella De Luca

ROMA - Ha fatto dimezzare gli aborti e reso le coppie più consapevoli verso la maternità. Ha spezzato la clandestinità e spinto fuori dal silenzio il dramma secolare di milioni di donne. Adesso però la legge 194 rischia di scomparire. Nell´arco di cinque anni o poco di più. Travolta da un esercito di obiettori (il 70,7% dei ginecologi) che hanno desertificato i reparti di interruzione volontaria di gravidanza, mentre per i pochi medici non obiettori la vita è diventata una trincea: emarginati, vessati, costretti a fare soltanto aborti e a turni massacranti, penalizzati nella carriera. «Ho smesso perché non ce la facevo più - racconta M. G. ginecologa - lavoro in un ospedale pubblico delle Marche, dove la direzione sanitaria ha fatto dell´obiezione di coscienza la sua bandiera. Otto anni senza ferie, senza potermi occupare di né di parti né altri interventi, solo e soltanto aborti. Nel gelo e nel disprezzo degli altri colleghi, come fossi una ladra. Ho avuto un esaurimento. Ho detto basta. Adesso il servizio Ivg è chiuso». Infatti. I non obiettori sono ormai uno sparuto drappello il cui numero si assottiglia sempre di più. E se in Italia diventerà difficilissimo assicurare le interruzioni di gravidanza entro il terzo mese, sarà quasi impossibile effettuare gli aborti terapeutici. Ossia quelli più difficili e dolorosi, che seguono alla diagnosi di una malformazione del feto.
È l´allarme che arriva dai ginecologi della «Laiga», (Libera associazione italiana ginecologi per l´applicazione della 194) che domani si riuniranno nel primo convegno nazionale a Roma. «Nei prossimi cinque anni - spiega Silvana Agatone presidente della Laiga - molti di noi, medici non obiettori, andranno in pensione. Già adesso non siamo più di 150, ci sono interi ospedali del Sud privi di reparti di interruzione di gravidanza, perché la totalità di ginecologi, anestesisti, paramedici ha scelto l´obiezione di coscienza». E se per effettuare gli aborti nelle prime 12 settimane gli ospedali ricorrono a personale esterno, questo non è possibile quando si tratta di aborti oltre la ventesima settimana, per i quali servono medici "strutturati", ossia in organico all´ospedale stesso. «Ma quasi tutti i nuovi assunti - aggiunge Agatone - subito dopo aver ottenuto il posto fanno obiezione di coscienza, alcuni per scelta ma molti per la carriera e per non finire in un "confino" dove si fanno soltanto aborti. Così i servizi si svuotano, le donne emigrano o approdano di nuovo alle cliniche clandestine».
Con il paradosso che mentre cresce sia la ricerca che il business della medicina prenatale, in grado di diagnosticare le anomalie del feto, aggiunge Anna Pompili, ginecologa e docente all´università «La Sapienza», «le donne dopo aver saputo che il loro bimbo sarà affetto da gravi patologie, restano sole, non sanno dove andare». Spesso infatti gli stessi medici che hanno fatto l´indagine sono obiettori e dunque se ne disinteressano…. Non solo. «Nelle scuole di specializzazione - sottolineano i medici della Laiga - non si insegna più come fare una interruzione di gravidanza, quasi non se ne dovesse parlare, così i ginecologi imparano uno dall´altro, in modo empirico, e questo crea seri pericoli per le donne».
E i rischi per le donne sono testimoniati dai dati: mentre gli aborti entro le 12 settimane diminuiscono di anno in anno, (52,3% in meno dal 1982), il numero degli aborti terapeutici cresce, passando dal 2,7% del 2007, al 3% del 2009, ma, dice ancora Anna Pompili, «la percentuale potrebbe essere addirittura doppia, visto il numero delle donne che abortiscono all´estero». E a 30 anni dal referendum che nel 1981 confermò la legge 194, oggi in Italia la situazione è assai peggiore di allora. Basta ascoltare le denunce delle donne. «Sono stata lasciata sola e in travaglio perché il medico non obiettore aveva finito il suo turno, e gli obiettori non mi hanno assistita» (Napoli). «Schernita e aggredita da un´infermiera del Movimento per la Vita». (Roma). «Senza antidolorifico perché il medico di guardia era obiettore» (Milano). «Costretta a vedere il mio bambino» (Ascoli Piceno). Ma anche testimonianze positive: «Ho abortito alle ventiduesima settimana, l´ostetrica mi teneva la mano, l´infermiera mi abbracciava, non le ringrazierò mai abbastanza» (Napoli). Storie e voci che non si dimenticano. Di una legge ormai però quasi inapplicabile. Spiega infatti Marilisa D´Amico, docente di Diritto Costituzionale. «Domani annunceremo un ricorso contro l´interpretazione troppo rigida della norma sull´obiezione di coscienza, che oggi viola diversi punti della Costituzione. Dall´articolo 3 sulla ragionevolezza della norma, all´articolo 32 sulla salute della donna, fino alla dignità della persona».

martedì 11 ottobre 2011

Gli ultraortodossi e il rito (politico) dei polli redentori dello Yom Kippur

il Fatto 7.10.11
Gli ultraortodossi e il rito (politico) dei polli redentori dello Yom Kippur
di Roberta Zunini

Gerusalemme. L’odore di pollame e sangue è nauseabondo. Soprattutto al mattino presto, dopo il cappuccino. I miasmi si sentono già dopo aver attraversato la green line – la linea teorica di demarcazione tracciata nel '48 dall'Onu per dividere Gerusalemme Ovest da Gerusalemme Est e Israele dalla Palestina. Ma a Mea Shearim, il quartiere degli Haredim, gli ebrei ultraortodossi, che durante lo shabbath, estate e inverno, camminano per Gerusalemme con un enorme cappello di pelo di volpe e il cappotto nero di feltro, in ricordo della lunga diaspora dei loro avi, nei ghiacciati Paesi dell'Est, gli odori, i gesti, la vita stessa, sono solo un pallido riverbero della realtà. Sono un mezzo per riconnettersi a Dio.
IL GIORNO che precede la ricorrenza fondamentale, per tutti gli ebrei, di Yom Kippur – l'espiazione – nel quartiere dove vivono solo ed esclusivamente gli appartenenti a questa setta, è un lasso di tempo con un solo intermediario tra loro e Dio: un animale. Il pollo. E non vi è nulla di ironico. Questo animale, tra i più ordinari e prosaici del mondo, non solo occidentale, ha la funzione di assorbire tutti i peccati degli individui. È il motivo per cui lo fanno roteare sopra la testa e poi lo sgozzano. Appena entrati nei vicoli sporchi e maleodoranti del quartiere, ieri, in ogni angolo, abbiamo visto uomini e donne che cercano di asservire i polli al loro rituale di espiazione. Le donne però non lo possono fare da sole: il marito prende il pollo, la moglie si piega, abbassa la testa, coperta dal foulard a bandana, e fa roteare, come avesse un lazo in mano, il pollo sopra la sua testa. Sarà l'animale a risucchiare in sé tutti i suoi peccati. Quelli commessi nonostante le regole morali ferree, che scandiscono la vita degli Haredim. Nessuno vuole parlare con noi, anzi, siamo mal tollerati.
Dopo aver assistito ad alcuni scorci questi riti, apparentemente squallidi, agli angoli delle vie, i cui balconi si toccano, in un promiscuità che non lascia nemmeno un istante di privacy alle famiglie composte da almeno 10 figli, un gruppo di bambini si avvicinano ad Alessio Romenzi, il fotografo che ha permesso al Fatto di entrare a Mea Shearim, con un foglio scritto in ebraico. Romenzi traduce: “Questa donna non ha la gonna adatta per stare qua”. Avevo sperato che la mia gonna pantalone fosse sufficiente per assistere al rito. Ma dopo circa un’ora un Haredim si è accorto che la mia gonna lunga fino ai piedi non era in realtà una gonna, bensì una gonna pantalone. I bambini, anche loro con un lungo paltò nero e uno zuccotto bianco in testa, partecipano al rito, più attratti dall'efferratezza dello sgozza-mento dei polli, che dal significato della loro morte cruenta.
IN OGNI vicolo è stato allestito un bancone di legno dove una catena di ebrei macellai ultraortodossi, tagliano la gola ai polli e non appena scende la prima goccia di sangue, li infilano in buchi appositamente ricavati dalle tavole di legno. I bimbi si accalcano attorno i macellai e guardano, senza capire ma eccitati dagli starnazzamenti dei polli. Ricordano i riti dei nepalesi quando celebrano le loro cerimonie ai piedi dell'Everest . Ma qua la storia è andata diversamente e i riti sono diventati simboli di caparbietà e opposizione al mutamento della società israeliana.
Niente è più distante dalla vita a Mea Shearim della quotidianità di Tel Aviv, dove Yom Kippur è solo un momento di raduno con la famiglia di origine. Un digiuno da condividere con i genitori, i fratelli e i nonni, se ancora sono vivi. Devo lasciare il quartiere, non c'è verso, ormai la mia gonna pantalone è un segno di oltraggio. Impedirei loro di purificarsi per il digiuno di oggi. Imbocco un vicolo e incontro un'altra coppia intenta a roteare i polli sulla testa dei loro 14 figli. Tutti insieme.
RICORDANO un quadro di Bruegel, un momento di austera vita fiamminga. È difficile capire. Impossibile entrare in contatto con questo mondo fuori dal mondo. Ma, una cosa è certa, Yom Kippur è un momento fondamentale per la fede ebraica e non è difficile comprendere perchè nel 1973, Israele si fece sorprende, debole e senza difesa, dagli arabi. La guerra dello Yom Kippur è una data imprescindibile di questo popolo.

lunedì 10 ottobre 2011

Così la Chiesa si riprende i voti

La Stampa 29.9.11
Così la Chiesa si riprende i voti
di Fabio Martini

I peana della sinistra per la prolusione del cardinal Angelo Bagnasco - così severa nel fustigare le esuberanze del presidente del Consiglio - si sono prima affievoliti e alfine spenti, non appena ci si è resi conto della svolta che sta maturando nella Chiesa italiana: la tentazione di lanciare un’Opa cattolica sul centrodestra del dopo-Berlusconi. Raccontano che il cardinal Bagnasco, sfogliando i giornali che recensivano la sua prolusione, abbia sussurrato la sua sorpresa.
Sul Presidente del Consiglio ci eravamo già espressi un anno fa, la novità era altrove...». Come dire: il sipario su Berlusconi la Cei aveva iniziato a calarlo già nel Consiglio permanente di gennaio, ma la svolta vera sta nel passaggio finale del documento dei vescovi, là dove la Chiesa italiana individua senza perifrasi curiali, lo «stagliarsi all’orizzonte», di «un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che coniughi l’etica sociale e l’etica della vita».
E’ finito il tempo dei Family day. Della lobby cattolica che faceva muro sulle leggi sgradite. I Dico. O la fecondazione assistita. L’appello della Cei, stavolta, è più arioso, è rivolto a tutti i cattolici: impegnatevi di nuovo in politica e fatelo a tutto tondo. Non soltanto a difesa - ecco la novità - dei cosiddetti valori non negoziabili. Con la fine di Berlusconi, la Chiesa prova a riprendersi i suoi voti. E così può finalmente affiorare in superficie il cantiere che la Cei ha aperto con grande riservatezza da più di un anno. E che produrrà due eventi senza precedenti: il 17 ottobre la galassia cattolica tutta intera - le associazioni e i movimenti ecclesiali, da Cl a Sant’Egidio, dai catecumeni ai focolarini - si ritroverà a Todi con il cardinale Bagnasco, che aprirà i lavori. E sull’onda di un evento così ecumenico che unirà «sinistra» e «destra» della Chiesa italiana, i promotori di Todi hanno intenzione di convocare - prima di Natale - un grande evento di massa, più ampio di quello che nel nome del «Family day», fece ritrovare il 12 maggio 2007 quasi un milione di persone davanti alla basilica di San Giovanni.
Attraverso il Forum delle associazioni, la Cei sta lavorando ad un obiettivo ambiziosissimo: imporsi, sia pure in modo felpato, come socio fondatore del centrodestra che prenderà forma dopo l’uscita di scena di Silvio Berlusconi. Lo fa capire la nota della Sir - ufficiosa ma autorevole - dedicata alla prolusione di Bagnasco: «Dopo quasi venti anni di alternanze», «l’alternativa non è l’alternanza, cioè la sostituzione dell’attuale maggioranza con l’attuale opposizione, ma la ristrutturazione del sistema». Una ristrutturazione che assegni di nuovo ai cattolici un ruolo di prima linea e si può immaginare che l’approdo sia la «sezione italiana del Ppe», «il progetto attorno al quale possono scomporsi e ricomporsi gli attuali equilibri politici italiani», come fa osservare Giorgio Tonini, già presidente della Fuci.
Dunque, una sfida che interpella anzitutto il centrodestra, ma anche la sinistra. Il mondo cattolico e anche una parte del mondo laico. A Todi, a metà ottobre, assieme alle associazioni, ai movimenti, a Cisl e Coldiretti, ci saranno alcuni «special guest», come Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa San Paolo o come Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo. Oltre, ed è ovvio, chi ha lavorato in cabina di regia, in primis il leader di Sant’Egidio Andrea Riccardi. Dal cantiere di Todi dovrà cominciare a delinearsi quella che Bagnasco informalmente definisce «una nuova classe dirigente e nuovi leader» e Oltretevere la prima scelta va ad Angelino Alfano. Purché - ecco il punto - sappia guidare lui l’accompagnamento fuori dalla scena di Silvio Berlusconi.
E dall’altra parte? Pier Luigi Bersani, anziché unirsi ai peana pro-Bagnasco che si sono alzati nel Pd, ha chiosato: «Non mi permetto di commentare la prolusione». Bersani, che ha fatto il chierichetto e si è laureato con una tesi su Gregorio Magno, ha capito l’antifona. Ma l’ambizioso progetto del cardinale Bagnasco di tornare ad una gestione politica degli elettori cattolici per il momento incontra praterie a destra, ma coglie il Pd mai così spostato a sinistra. Come dimostrano le immagini del leader democratico, impegnato a stringere mani nel corteo della Cgil e a sorridere a Di Pietro e Vendola nel comizio a tre in quel di Vasto.