martedì 11 ottobre 2011

Gli ultraortodossi e il rito (politico) dei polli redentori dello Yom Kippur

il Fatto 7.10.11
Gli ultraortodossi e il rito (politico) dei polli redentori dello Yom Kippur
di Roberta Zunini

Gerusalemme. L’odore di pollame e sangue è nauseabondo. Soprattutto al mattino presto, dopo il cappuccino. I miasmi si sentono già dopo aver attraversato la green line – la linea teorica di demarcazione tracciata nel '48 dall'Onu per dividere Gerusalemme Ovest da Gerusalemme Est e Israele dalla Palestina. Ma a Mea Shearim, il quartiere degli Haredim, gli ebrei ultraortodossi, che durante lo shabbath, estate e inverno, camminano per Gerusalemme con un enorme cappello di pelo di volpe e il cappotto nero di feltro, in ricordo della lunga diaspora dei loro avi, nei ghiacciati Paesi dell'Est, gli odori, i gesti, la vita stessa, sono solo un pallido riverbero della realtà. Sono un mezzo per riconnettersi a Dio.
IL GIORNO che precede la ricorrenza fondamentale, per tutti gli ebrei, di Yom Kippur – l'espiazione – nel quartiere dove vivono solo ed esclusivamente gli appartenenti a questa setta, è un lasso di tempo con un solo intermediario tra loro e Dio: un animale. Il pollo. E non vi è nulla di ironico. Questo animale, tra i più ordinari e prosaici del mondo, non solo occidentale, ha la funzione di assorbire tutti i peccati degli individui. È il motivo per cui lo fanno roteare sopra la testa e poi lo sgozzano. Appena entrati nei vicoli sporchi e maleodoranti del quartiere, ieri, in ogni angolo, abbiamo visto uomini e donne che cercano di asservire i polli al loro rituale di espiazione. Le donne però non lo possono fare da sole: il marito prende il pollo, la moglie si piega, abbassa la testa, coperta dal foulard a bandana, e fa roteare, come avesse un lazo in mano, il pollo sopra la sua testa. Sarà l'animale a risucchiare in sé tutti i suoi peccati. Quelli commessi nonostante le regole morali ferree, che scandiscono la vita degli Haredim. Nessuno vuole parlare con noi, anzi, siamo mal tollerati.
Dopo aver assistito ad alcuni scorci questi riti, apparentemente squallidi, agli angoli delle vie, i cui balconi si toccano, in un promiscuità che non lascia nemmeno un istante di privacy alle famiglie composte da almeno 10 figli, un gruppo di bambini si avvicinano ad Alessio Romenzi, il fotografo che ha permesso al Fatto di entrare a Mea Shearim, con un foglio scritto in ebraico. Romenzi traduce: “Questa donna non ha la gonna adatta per stare qua”. Avevo sperato che la mia gonna pantalone fosse sufficiente per assistere al rito. Ma dopo circa un’ora un Haredim si è accorto che la mia gonna lunga fino ai piedi non era in realtà una gonna, bensì una gonna pantalone. I bambini, anche loro con un lungo paltò nero e uno zuccotto bianco in testa, partecipano al rito, più attratti dall'efferratezza dello sgozza-mento dei polli, che dal significato della loro morte cruenta.
IN OGNI vicolo è stato allestito un bancone di legno dove una catena di ebrei macellai ultraortodossi, tagliano la gola ai polli e non appena scende la prima goccia di sangue, li infilano in buchi appositamente ricavati dalle tavole di legno. I bimbi si accalcano attorno i macellai e guardano, senza capire ma eccitati dagli starnazzamenti dei polli. Ricordano i riti dei nepalesi quando celebrano le loro cerimonie ai piedi dell'Everest . Ma qua la storia è andata diversamente e i riti sono diventati simboli di caparbietà e opposizione al mutamento della società israeliana.
Niente è più distante dalla vita a Mea Shearim della quotidianità di Tel Aviv, dove Yom Kippur è solo un momento di raduno con la famiglia di origine. Un digiuno da condividere con i genitori, i fratelli e i nonni, se ancora sono vivi. Devo lasciare il quartiere, non c'è verso, ormai la mia gonna pantalone è un segno di oltraggio. Impedirei loro di purificarsi per il digiuno di oggi. Imbocco un vicolo e incontro un'altra coppia intenta a roteare i polli sulla testa dei loro 14 figli. Tutti insieme.
RICORDANO un quadro di Bruegel, un momento di austera vita fiamminga. È difficile capire. Impossibile entrare in contatto con questo mondo fuori dal mondo. Ma, una cosa è certa, Yom Kippur è un momento fondamentale per la fede ebraica e non è difficile comprendere perchè nel 1973, Israele si fece sorprende, debole e senza difesa, dagli arabi. La guerra dello Yom Kippur è una data imprescindibile di questo popolo.

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