mercoledì 5 ottobre 2011

Lo schiaffo della Procura agli uomini del Vaticano

Corriere della Sera 30.9.11
Lo schiaffo della Procura agli uomini del Vaticano
di Mario Gerevini

MILANO — Ora che arriva lo schiaffo della Procura e che un documento riservato racconta come sono stati nominati gli uomini della Santa Sede nel San Raffaele, è ancor più un mistero la ragione per cui il Vaticano si sia infilato nella missione di salvataggio di don Luigi Verzé. L'operazione, a quel che si dice, era avallata dal segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone. Ma è vista con sempre più freddezza dalle alte sfere vaticane.
Con l'arrivo del nuovo arcivescovo di Milano, Angelo Scola, la priorità sembra essere la «pacificazione» dell'Istituto Toniolo, porta d'ingresso all'Università Cattolica e al Policlinico Gemelli, sul cui controllo si sono scontrate le varie anime delle gerarchie ecclesiastiche.
L'affare San Raffaele si tinge subito di rosso e di tragedia con il suicidio (18 luglio) di Mario Cal, braccio destro di don Verzé. Un fatto che spalanca le porte alla magistratura. E già si sussurrava di presunte tangenti a uomini politici, del «nero» con i fornitori, di possibili disponibilità estere. I pm Luigi Orsi e Laura Pedio danno tempo fino al 15 settembre per un piano serio e concreto di salvataggio altrimenti minacciano il fallimento. Il 15 arriva sul tavolo della Procura un progetto Ior (banca vaticana)-Malacalza (imprenditori genovesi vicini al cardinal Bertone) che prevede 250 milioni cash. Però è una bozza zoppa: manca il sigillo degli esperti che devono dire se quel progetto è davvero in grado di salvare il San Raffaele. Ci vuole tempo. La Fondazione Monte Tabor, al vertice del gruppo, dice che presenterà il concordato (di cui il piano è presupposto essenziale) entro il 10 ottobre. Ma ogni giorno in più fa la differenza: le banche stanno facendo «saltare» uno dopo l'altro i fornitori che da mesi, se non da anni, aspettano i soldi.
Eppure il 23 marzo don Verzé aveva dichiarato urbi et orbi che era una nuvoletta passeggera, che entro aprile tutto è risolto e che i fornitori saranno pagati fino all'ultimo euro. Bugia della speranza. A giugno si presenta con i soldi in mano l'imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli a capo del gruppo San Donato. Respinto a favore delle promesse d'Oltretevere.
E ora i «vaticani» si sentono dire dal procuratore capo Edmondo Bruti Liberati che il fallimento viene chiesto anche per «arrestare ulteriori dissipazioni patrimoniali». Ulteriori? Ma non è in mano loro la gestione? La risposta è sì. Andiamo a vedere chi è formalmente il «mandante». Il documento è un verbale dell'Associazione Monte Tabor, consiglio di amministrazione dell'8 luglio scorso. Ordine del giorno: «Presa d'atto delle dimissioni dei consiglieri della Fondazione Monte Tabor e nomina del nuovo consiglio di amministrazione».
L'associazione è la culla del potere del San Raffaele, riunisce i Sigilli, ovvero la cerchia ristretta (10-15 membri) dei fedelissimi di don Verzé che vivono in comunità in una bella cascina a fianco dell'ospedale. I soci dell'associazione sono di più ma misteriosi. È in quella riunione che vengono nominati «a norma — si legge — dell'articolo 5 dello statuto della Fondazione Monte Tabor», i sei nuovi consiglieri (Giuseppe Profiti, Ettore Gotti Tedeschi, Vittorio Malacalza, Giovanni Maria Flick, Massimo Clementi, Maurizio Pini) e don Verzé indicato ancora come presidente. Così il 15 luglio, sette giorni dopo, nominati da don Verzé e dai suoi Sigilli, entrano gli uomini della Santa Sede. Nessuno finora ha pensato di modificare lo statuto. Anche perché per farlo occorrerebbe «il parere favorevole dell'Associazione Monte Tabor». Cioè di don Verzé. Alla fine il tappo è lì. E quelli del Vaticano hanno ricevuto il potere da quelli della Cascina.

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