martedì 3 febbraio 2009

Santuario bis a Leuca bufera sul "teomostro"

Santuario bis a Leuca bufera sul "teomostro"
MARTEDÌ, 03 FEBBRAIO 2009 LA REPUBBLICA - Bari

Obiettivo: accogliere un milione di pellegrini l´anno

Gli ambientalisti contro il progetto del parroco già approvato dalla giunta di centrodestra: meno cemento, più preghiere

"Teomostro" per gli ambientalisti, "luogo sacro" per il parroco di Santa Maria di Leuca. Sul progetto di un santuario da costruire al limite del "finibus terrae" infuria una guerra a colpi di raccolte di firme e reciproche accuse. L´opera, promossa da don Giuseppe Stendardo, sarebbe la prima pietra su cui far crescere il turismo religioso verso il promontorio fra l´Adriatico e lo Ionio, nel cuore del parco naturale e della zona archeologica. Un´idea condivisa al momento anche dal Comune di Castrignano del Capo, che ha appena approvato il progetto con il sì decisivo del centro-destra e l´astensione del partito democratico dichiarando il progetto "di pubblica utilità".
Il santuario da 22mila metri quadri dovrebbe sorgere a pochi metri da quello attuale, con mille posti a sedere contro i 250 di oggi e un mega parcheggio per accogliere il milione di pellegrini che ogni anno secondo il parroco arrivano a Santa Maria di Leuca. «Ma nel Salento servono più preghiere e meno cemento» si ribellano sugli striscioni di protesta gli ambientalisti, che contro quello che definiscono "teomostro" hanno anche avviato una raccolta firme alla quale il parroco ha risposto con una contro raccolta e le accuse agli "Atei ambientalisti" durante la messa. Il timore è che l´opera nasconda una nuova speculazione urbanistica ed edilizia, che farebbe lievitare gli appetiti e le quotazioni anche sui terreni confinanti. «Non siamo a San Giovanni Rotondo o a Santiago de Compostela» si ribella Legambiente Puglia: «Siamo contrari all´idea di far riversare un numero insostenibile di persone su Leuca, che ha un territorio con spazi ridottissimi e con problemi idrogeologici, strutturali, urbanistici e geografici». Un progetto che non convince neanche dal punto di vista simbolico: «Verrebbe oscurata la visione dell´Albania, e quindi di un altro mondo: un messaggio negativo».
(francesca savino)

lunedì 2 febbraio 2009

L'ecomostro di Dio

L'ecomostro di Dio
GIUSEPPE SALVAGGIULO
La Stampa 02/02/2009

INVIATO A LEUCA (Lecce) La Chiesa lo vuole, Dio forse, gli ambientalisti certamente no. Un nuovo megasantuario vista mare, adagiato sull`ultimo lembo d`Italia, a Santa Maria di Leuca, nel cuore del parco naturale e della zona archeologica, per far decollare il business del turismo religioso. Gli oppositori l`hanno ribattezzato «il teomostro» e organizzano «pellegrinaggi di protesta» al grido «In Salento più preghiere e meno cemento». Il parroco si appella al Concordato, raccoglie firme tra i fedeli, pronuncia omelie infuocate contro «agnostici, razionalisti
e atei ambientalisti». E ha appena vinto la prima battaglia, ottenendo il sì del Comune al progetto, grazie al voto del centrodestra e alla benevola astensione del Pd. Il santuario dovrebbe sorgere proprio qui, accanto alla vecchia basilica del Settecento, non a caso chiamata «De finibus terrae». Luogo dello spirito battuto dalla tramontana, dove s`incrociano due mari e tante leggende: antico tempio di Minerva, approdo di Enea, tappa di San Pietro verso Roma, teatro di furibondi assalti saraceni. Sacro e profano. Come l`ambizioso progetto da 7 milioni di euro, per edificare il nuovo santuario da mille posti, grande la metà di un campo di calcio e alto 13 metri. «Non vogliamo fare una guerra di religione, ma qui sbancheranno tutto il promontorio,
è assurdo», dice Marcello Secli di Italia Nostra, leader della protesta, indicando il costone di roccia. «Ma quale teomostro, l`impatto ambientale è risibile - si inalbera pochi metri più in là, in sagrestia, don Giuseppe Stendardo -. La verità è che c`è un pregiudizio anticattolico e anticlericale: vogliono impedire la
costruzione di un luogo sacro. La vecchia basilica con 250 posti è insufficiente per i pellegrini. Ogni anno ne arrivano un milione, ma non c`è posto. Sono costretto a dire 8 messe al giorno! Non si può andare avanti così».
La sfida sul sagrato Rettore del santuario da vent`anni e prossimo alla pensione, don Giuseppe coltiva il sogno di lasciare in eredità la grande opera. E di fronte al veto ambientalista, aveva pensato bene di far benedire la prima pietra nientemeno che a Benedetto XVI, venuto qui in visita otto mesi fa. Chi avrebbe poi potuto bloccare il santuario dopo la benedizione del Papa? Gli
è andata male perché è stata la stessa Curia a frenarlo, per evitare spiacevoli polemiche durante la visita del Santo Padre. «Volevo forzare i tempi, però il vescovo mi disse: lasciamo stare il Papa», ricorda don Giuseppe con visibile amarezza.
Ma il parroco insiste. Non si cura dei malumori di certi colleghi, perplessi dal desiderio di grandeur. Né rifiuta il guanto di sfida degli ambientalisti. I quali la domenica salgono al vecchio santuario, stendono sul sagrato gli striscioni contro «l`ecomostro di Dio» e raccolgono le firme - finora 1500 - per bloccarlo. Per nulla intimorito, il reverendo ha lanciato una contro-raccolta, sventolando durante la messa il sorpasso: «Siamo a quota tremila». La guerra è solo alle prime schermaglie.
La zona ha mille vincoli - urbanistici, paesaggistici, archeologici - e superarli non sarà facile, nonostante il Concordato preveda deroghe per le chiese e il Comune abbia dichiarato la «pubblica utilità» dell`opera. E se don Stendardo ha «molta fiducia nella provvidenza di Dio», il sindaco Antonio Ferraro mette le mani avanti: «Abbiamo ragionato da laici.
Il progetto non ha un impatto ambientale devastante e può rappresentare un`occasione per lo sviluppo del turismo religioso».
Più affari per tutti Già, perché in questa storia non tutto è spirituale. Il sogno nemmeno tanto nascosto è quello di fare di Santa Maria di Leuca un clone di San Giovanni Rotondo. E quindi bisogna pensare in grande: «Mille posti a sedere, ampio presbiterio con annesso palco per 40 sacerdoti concelebranti, penitenzieria con almeno 10 postazioni confessionali, aule per la catechesi e attività connesse, sala prove per il coro, prima
cappella per l`Annunciazione e seconda cappella votiva». E all`esterno «parcheggio per pullman, luoghi di accoglienza e ristoro, percorsi panoramici, giardino terrazzato, sagrato
allargato per ospitare un Festival internazionale di una settimana, attività commerciali per la vendita di prodotti tipici e oggetti religiosi». Lo dice perfino la relazione tecnica allegata al progetto: oltre ad assolvere a «improrogabili esigenze di culto», il santuario garantirebbe «un sensibile aumento delle presenze di pellegrini e turisti anche nell`hinterland». E quindi la possibilità di acchiappare una parte dei 4 miliardi di euro che il turismo religioso muove
ogni anno in Italia. Vecchie e nuove velleità Ambizione che ha non poche assonanze con quella che, qualche anno fa, aveva inebriato politici, imprenditori e perfino alcuni parroci: fare di
Leuca una nuova Montecarlo con santuario, pista per aerei privati nel porticciolo turistico e casinò. Si arruolò persino un fantomatico principe di Leuca con tanto di stemma, cerimonia
religiosa di investitura, bagno di folla e persino, recitano le cronache, «l`omaggio solenne dell`Ambasciatore dell`Ordine Teutonico di Kaliningrad (Russia)».
Finì in una bolla di sapone, con le ruspe fermate appena in tempo, mentre demolivano la costa e gettavano il cemento nel borgo dei pescatori per fare atterrare i mini jet della bella
gente di mezza Europa. Ora le velleità di Leuca sono a sfondo turistico-religioso. «Dio mi ha sempre aiutato», sospira don Giuseppe con gli occhi al cielo di fronte all`ipotesi di un ricorso al Tar. «Peccato che qui i pellegrini li veda solo lui replicano gli oppositori del megaprogetto -, in realtà il santuario si riempie solo due mesi d`estate. E poi a San Giovanni Rotondo hanno Padre Pio e i miracoli, mentre qui non abbiamo niente. Né reliquie né miracoli».

domenica 1 febbraio 2009

«Peccatrice, ti uccideremo» Minacce alla poetessa in tv

Corriere della Sera 30.1.09
«Peccatrice, ti uccideremo» Minacce alla poetessa in tv
Ma la saudita Aydah si avvia alla finale dello show
di Viviana Mazza

«Mi hanno imposto il burqa, ma io sono libera come un uccello. Anche la spada nascosta nel fodero non è meno tagliente»
La sagoma nera sta seduta su una grande poltrona rossa e dorata. Invisibile il volto — pure gli occhi. Si vedono solo le mani bianche, che tagliano l'aria con gesti ampi, e il microfono che spunta all'altezza della bocca. Dalla sagoma nera proviene una voce decisa, che recita i versi di una poesia: «Mi hanno imposto il burqa, ma io sono libera come un uccello. Anche la spada nascosta nel fodero non è meno tagliente».
Aydah Al Jahani, quarantenne saudita, è l'unica partecipante donna rimasta in gara nel concorso della tv di Abu Dhabi
Il poeta milionario. Il popolarissimo show, nato nel 2006, giunto alla terza edizione, vede 8 professionisti e dilettanti fronteggiarsi ogni giovedì sera recitando nel dialetto del Golfo composizioni da loro scritte di poesia nabati, un genere di tradizione beduina. Erano 48 all'inizio (altre due donne, entrambe giordane, sono state eliminate). Aydah ha superato la prima selezione a dicembre (partecipando con una poesia sui diritti delle donne), e ieri ha passato la seconda: è stato il pubblico da casa (oltre 7 milioni di spettatori) a sceglierla, con il 59% dei voti inviati via sms nel corso di una settimana. Ora è una dei 20 poeti rimasti nella fase finale (ancora 6 settimane) a contendersi i 5 milioni di dirham (1 milione di euro) in palio (e altri ricchi premi.
La tribù Al Jahani, cui Aydah appartiene, e il suo stesso padre però non sono d'accordo. Il sito saudita Elaph scrive che l'avrebbero minacciata di morte, perché poco importa che Aydah nasconda il proprio corpo: la voce femminile è in sé erotica e sufficiente a suscitare pensieri peccaminosi. Secondo un aneddoto sulla vita del Profeta, Maometto l'avrebbe definita
awra e cioé un'onta, raccomandando a un fedele dal quale era andato a pranzo di far abbassare la voce alla moglie che lo chiamava gridando dal reparto delle donne.
Hana Al Hirsi, PR della compagnia Pyramedia che produce lo show, conferma che Aydah «ha ricevuto pressioni dalla sua tribù», ma non minacce di morte. «Proviene dalla regione del Golfo. La tribù è come una grande famiglia e molti sono contrari che partecipi al programma. Ma il fatto stesso che lo abbia fatto è una conquista», dice Al Hirsi al Corriere. «E d'altra parte ci sono anche molti che l'appoggiano e che si sono sintonizzati ieri sera solo per vedere lei».
Aydah ha cominciato a comporre poesie da bambina, unendo dialetto e lingua colta. A 5 anni pubblicò la prima sul mensile culturale del Kuwait Al Yaqdha (il risveglio). La poetessa si definisce «wahida saudiya » (l'unica saudita) nella sua prima raccolta del 1999. Da allora ha conquistato premi letterari e alcuni cantanti del Golfo hanno messo in musica le sue poesie. Diverso però è apparire di persona in tv davanti a milioni di persone, con quella «voce incantevole» e quei «modi raffinati », scrive Elaph.
Ma Aydah ha due alleati: il pubblico e il marito. I giurati in studio (cinque uomini) selezionano ogni giovedì un poeta che passa al round successivo: in nessuno dei due round hanno scelto lei. Ma anche gli spettatori possono dire la loro: sono stati loro a promuoverla.
Ieri tre quarti della platea in studio era composta da donne, rigorosamente sedute in una sezione separata rispetto agli uomini. Aydah ha accolto la notizia di essere passata al terzo round (l'ultimo prima della finale del 26 marzo) dicendosi orgogliosa a nome di tutte le donne. La poetessa non scrive però solo sui diritti femminili, ma anche di questioni che riguardano tutti. «Molte delle composizioni in gara sono su Gaza, sul nazionalismo, sulla guerra, sulle difficoltà economiche», spiega Al Hirsi. L'ultima poesia recitata da Aydah, «Dedicato al piccolo Basem», è la storia vera di un bambino povero morto di fame e di freddo nel nord dell'Arabia Saudita.
E mentre lei siede sulla scena, nascosta nel suo involucro nero, il marito seduto tra il pubblico applaude. Prima di poetare, come tutti i partecipanti Aydah ringrazia sempre Dio. Poi, con quella sua voce matura e forte, rivolge al compagno parole tenerissime: «Mi inchino, con rispetto, con gratitudine e con amore, al più coraggioso degli uomini, mio marito».

domenica 25 gennaio 2009

Preti pedofili, gli orrori dell'Istituto Provolo

Preti pedofili, gli orrori dell'Istituto Provolo

Liberazione del 23 gennaio 2009, pag. 10

di Vittorio Bonanni
Un vero e proprio girone dell'inferno. Stiamo parlando dell'Istituto Provolo di Verona. Un simbolo della carità clericale per oltre un secolo. Un rifugio per i figli delle famiglie più povere del nord-est veneto, quando ancora doveva arrivare il boom economico degli anni '60. Ma dietro le mura grigie e tetre dell'edificio di Chievo, il cui aspetto evocava più il carcere che una centro di accoglienza, avveniva in realtà di tutto. Almeno fino al 1984 decine e decine di bambini ed adolescenti sordomuti sono stati violentati, molestati e picchiati per decenni. Ma solo ora le vittime di quella violenza efferata, che troppo spesso trova cittadinanza nella casa di Dio, sono riuscite a confessare i loro tormenti incancellabili dalla memoria. La notizia è stata diffusa ieri da Repubblica on line che, a sua volta, ha anticipato uno scoop de l'Espresso , in edicola oggi. Incoraggiati dalle recenti affermazioni di papa Benedetto XVII contro i sacerdoti pedofili, oltre sessanta persone hanno denunciato quei fatti, dichiarando di aver «superato la nostra paura e la nostra reticenza». Gli abusi si sarebbero protratti per almeno trent'anni e proprio per questo questi reati sono ormai prescritti. Ma l'obiettivo di questa loro denuncia è un altro: evitare il ripetersi di episodi del genere. Per questa ragione quindici di loro si sono rivolti a L'espresso , oltre che al vescovo di Verona e agli attuali vertici dello stesso istituto. Molti dei religiosi coinvolti, in tutto venticinque, sono ancora in servizio non solo nello stesso luogo ma anche nelle sedi di Verona e Chievo. Ecco il testo di una delle ultime lettere inviata il 20 novembre scorso a monsignor Giampietro Mazzoni, vicario giudiziale, ovvero il magistrato del Tribunale ecclesiastico: «I sordi hanno deciso di far presente a Sua Eminenza il Vescovo quanto era loro accaduto. Nella stanza adibita a confessionale della chiesa di Santa Maria del Pianto dell'Istituto Provolo, alcuni preti approfittavano per farsi masturbare e palpare a loro volta da bambine e ragazze sorde (la porta era in quei momenti sempre chiusa a chiave). I rapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle camere dei preti e nei bagni sia all'Istituto Provolo di Verona che al Chievo e, durante il periodo delle colonie, a Villa Cervi di San Zeno di Montagna. Come se non bastasse, i bambini e i ragazzi sordi venivano sottoposti a vessazioni, botte e bastonature. I sordi possono fare i nomi dei preti e dei fratelli laici coinvolti e dare testimonianza». Nella lista delle persone coinvolte in questa drammatica vicenda c'è anche un alto prelato veronese, sul cui nome c'è ancora riserbo.

Atti impuri. Esce un libro sulla violenza sessuale nelle diocesi americane

La Repubblica 24.1.09
Atti impuri. Esce un libro sulla violenza sessuale nelle diocesi americane
Quegli abusi nel mondo della chiesa
di Marco Politi

Cifre realistiche indicano tra i quaranta e i sessantamila casi negli Usa
Una delle autrici del dossier ha assistito alle riunioni a porte chiuse dei vescovi
Denunce che vengono dall´interno dell´area cattolica
Non è il celibato in sé a favorire le pulsioni trasgressive
Non è solo la descrizione di una catastrofe che ha scosso i cattolici ma la riflessione sull´istituzione e sulle vittime, in maggioranza ragazzi in età pre e post puberale

Le voci dall´inferno sono innumerevoli. «Accadde quando il sacerdote J. era chierichetto. Un giorno, dopo la messa, il prete si mise davanti a J. con il pene eretto e guidò le sue mani fino a raggiungere l´orgasmo� Quando entri in sacrestia, dopo aver servito messa, padre Bill ti dice che hai fatto un buon lavoro e tu sei felice e orgoglioso. Il tuo prete ti offre di aiutarti a sfilare la veste, scherzando. Ma appena l´ha sollevata, padre Bill la spinge sulla tua faccia con una mano mentre con l´altra si sbottona i pantaloni e si spinge dentro di te� Andai su e c´era il buon padre Donald, fumammo insieme (dell´erba) e poi mi fece delle proposte. Era la prima volta che qualcuno soddisfaceva me e mi piacque molto� Il dodicenne Julian fu abusato per tre anni da padre Scott, il quale gli aveva detto che per ricevere la cresima avrebbe dovuto partecipare a speciali sessioni di consulenza� All´età di cinque anni X cominciò ad essere prelevato da letto e portato sul divano del sacerdote (ospite dei genitori), che lo stendeva sopra di sé� I miei ricordi più terribili sono di noi due, io e padre Larry, che facciamo sesso nella mia stanza e dopo scendiamo al piano di sotto per cenare con la mia famiglia� La chiesa nella quale fui violentata era la stessa in cui i preti ascoltavano le confessioni, era la chiesa in cui tutti i figli della mia famiglia si sono sposati e alcuni nipoti battezzati, e in cui sono sepolti i miei genitori».
Il panorama è devastante. Quando papa Ratzinger è stato in America nell´aprile scorso il nuovo cardinale di Boston, Sean O´Malley, lo ha fatto incontrare con un piccolo gruppo di vittime di abusi che portavano con sé un libriccino con i nomi di altri mille abusati. Mille. Proviamo a trasporre la cifra in una diocesi come Torino, Bologna o Genova. Mille casi nascosti, insabbiati, negati e poi faticosamente portati alla luce. Ma basta già lo scandalo esploso ora a Verona, dove decine di ex allievi di un istituto per sordomuti, ormai adulti, hanno denunciato abusi sistematici da parte di esponenti del clero avvenuti nell´arco di un trentennio, per mostrare ciò che può nascondersi dietro la facciata della normalità quotidiana.
Le statistiche (come i processi) negli Stati Uniti sono impietose. Tra il 1950 e il 2004 si sono registrati undicimila casi documentati. Ma tutti i poliziotti sanno che le statistiche dei furti sono per difetto, perché riguardano solo gli episodi denunciati. Lo stesso vale per gli abusi sessuali. E così le cifre realistiche indicano in quaranta-sessantamila i casi di violenza subiti da minori da parte di predatori in tonaca. La media dei preti diocesani coinvolti è del 4,3 per cento. Certe annate di ordinazioni sacerdotali hanno prodotto tassi specialmente alti di preti-predatori. Otto per cento nel 1963, nel ´66, nel ´70, nel ´74. Addirittura 9 per cento nel 1975.
Atti impuri. La piaga dell´abuso sessuale nella Chiesa cattolica (a cura di Mary Gail Frawley-O´ Dea e Virginia Goldner, ed. Raffaello Cortina, pagg. 294, euro 20) non è solo la descrizione di una catastrofe che ha scosso i cattolici americani e portato alla bancarotta per risarcimenti più di una diocesi, ma è soprattutto un´analisi dell´istituzione in cui tutto ciò è potuto avvenire e una riflessione sugli individui colpiti, in maggioranza maschi tra gli undici e i diciassette anni nell´età pre o post-puberale, quando la psiche è maggiormente fragile. Riflessioni e denunce che vengono dall´interno stesso della Chiesa cattolica. Mary Gail Frawley-O´ Dea, una delle curatrici del dossier, è stata l´unica psicoterapeuta ammessa al vertice dei vescovi americani, quando a porte chiuse hanno discusso degli abusi sessuali. Hanno collaborato sacerdoti, religiosi, oltre ad esperti di problemi sessuali, docenti di religione e rappresentanti di altre confessioni cristiane.
Dal dossier emerge un quadro di analisi sfaccettato. Non è di orientamento omosessuale la maggioranza dei colpevoli, ma è l´«opportunità» che favorisce i rapporti con maschi dello stesso sesso. Non è il celibato in sé � come astensione da relazioni sessuali � a favorire le pulsioni all´abuso, ma una concezione del celibato come «integrità» ossessivamente ideologizzata e come «purezza» contrapposta ad una sessualità considerata peccaminosa o di inferiore. Non è tanto questione di trasgredire divieti, ma di personalità che scoppiano perché educate a idealizzare il sacerdozio e che non reggono l´urto con il quotidiano. Del tutto falso, poi, è che questi episodi siano frutto dello spirito libertino contemporaneo, poiché da diciotto secoli la Chiesa ha sancito norme e punizioni (il più delle volte rimaste teoriche) per combattere il fenomeno.
La vicenda non riguarda solo l´America, riguarda l´Italia, l´Irlanda, la Polonia, tutte le nazioni cristiane in misura variabile. L´America è solo il laboratorio di uno studio approfondito che interessa tutta la Chiesa. L´aspetto fondamentale è che le vittime sono «superstiti», carichi di ferite, segnati dall´orrore o dalla manipolazione della propria personalità. «Papa, funzionari del Vaticano e vescovi � scrive il domenicano Thomas Doyle � hanno mancato sistematicamente di accogliere le vittime come fratelli e sorelle in Cristo». Non è questione di brevi incontri dei papi con i «sopravvissuti» né di alcuni interventi, che condannano la mostruosità degli abusi. Il fatto è che finora né Giovanni Paolo II né Benedetto XVI sono arrivati a riconoscere fino in fondo le responsabilità dell´istituzione ecclesiastica e le sue manovre di occultamento. Se l´ex arcivescovo di Boston, cardinale Bernard Law, colpevole di non aver perseguito immediatamente i preti predatori, limitandosi a trasferirli di incarico, viene poi nominato (da papa Wojtyla) arciprete di una delle basiliche più venerande della cristianità, Santa Maria Maggiore, per sistemare lo scandalo dei vertici, l´esempio è assolutamente negativo.
Ancora di più pesa che la maggioranza dei vescovi non abbia saputo instaurare un rapporto umano con le vittime. Troppi vescovi, commenta il gesuita James Martin, hanno finito per anteporre alle vittime gli interessi dei preti violentatori.
Lo si coglie dalle strategie di fuga sistematicamente messe in atto dalla Chiesa allo scoppio di uno scandalo. La vittima ha enormi difficoltà a farsi sentire, i «superiori» invitano al segreto, il primo riflesso è di trasferire i colpevoli in altra parrocchia, poi si accusano i media, infine si pensa che il risarcimento economico chiuda la vicenda, magari concentrando l´attenzione sulla Chiesa «ferita».
Così rimane al centro l´istituzione e non la vittima. E invece gli abusi pongono interrogativi di fondo. E´ pronta la Chiesa a formare preti disposti a crescere con la propria comunità, ad ascoltarla, a considerarsi guide che «imparano» smettendo di autorappresentarsi in versione super-sacralizzata di «altro Cristo»? Il pastore che non è nutrito, sottolinea la pastora anglicana Anne Richardson, «divorerà la pecora».

«Impossibile indagare su questi fatti»

L'Arena, 25 gennaio 2009
«Impossibile indagare su questi fatti»
PEDOFILIA. Il procuratore Mario Giulio Schinaia chiude la porta su qualsiasi possibile sviluppo giudiziario sulla vicenda che sta coinvolgendo l'istituto sordomuti
«Bisogna smetterla di pensare che la magistratura possa risolvere tutti i mali della nostra società»

«Non possiamo fare indagini sui fatti di pedofilia, verificatisi al Provolo».
Il procuratore Mario Giulio Schinaia chiude subito la porta a qualsiasi sviluppo giudiziario sulla vicenda dell'istituto per sordomuti nel quale, secondo una lettera di una sessantina di frequentatori di quella scuola, sarebbero avvenuti abusi per una trentina d'anni fino al 1984. E proprio i 25 anni trascorsi da quando sono avvenuti gli ultimi episodi di quelle terribili violenze, rappresentano uno scoglio insuperabile per poter aprire un fascicolo, inserendo i nomi dei responsabili di quegli abusi. Oltrettutto mancano anche le querele delle vittime di quei soprusi e si tratta di fatti molto delicati per i quali servono sempre indagini molto scrupolose. Il procuratore, poi, invita a smetterla di pensare che «la magistratura possa essere sempre la soluzione di tutto ciò di male che accade nella nostra società».
In questa brutta vicenda, ci sono altri attori in campo ad iniziare dall'autorità ecclesiastica. «Se fosse vero», premette Schinaia, «che i vertici della chiesa non hanno fatto nulla per tutelare quei giovani sordomuti, ciò mi lascerebbe perplesso». Il procuratore poi ricorda che «le autorità ecclesiastiche non hanno i tempi di prescrizione come la giustizia ordinaria». I vertici della Chiesa veronese, insomma, potevano intervenire «se erano a conoscenza di queste violenze, adottando provvedimenti nei confronti dei responsabili».
Non va giù poi al procuratore che questi fatti siano stati denunciati ai mass media prima che all'autorità giudiziaria: «Mi rammarica che non sia arrivata nessuna segnalazione in procura se non a così tanto tempo di distanza con la pubblicazione di questi fatti sui giornali». D'altro canto, però, il procuratore ha parole di «apertura» verso le vittime di queste violenze: «È comprensibile che questi soggetti non hanno denunciato questi fatti per vergogna o per altri motivi».
Spettava a chi sapeva, insomma, denunciare gli abusi. Il procuratore esclude categoricamente, infine, di aprire un fascicolo per far luce sulle parole di monsignor Zenti, pronunciate due giorni fa.
Il Vescovo aveva affermato di sentirsi vittima di un ricatto dei vertici dell'associazione Provolo.
«Mi avevano minacciato di rendere pubblici questi episodi di pedofilia se non avessi accolto le loro richieste», aveva detto Zenti. Per il procuratore, però, mancano gli elementi fondamentali per parlare di estorsione. GP.CH.

sabato 24 gennaio 2009

Verona, abusi sessuali: 60 sordomuti accusano religiosi di un istituto

Verona, abusi sessuali: 60 sordomuti accusano religiosi di un istituto
Il Giornale di Vicenza, 23 gen 09

Un’inchiesta dell’Espresso rivela una serie di eventi che sarebbero accaduti al “Provolo” di Verona in 30 anni. Ma non ci saranno indagini

di Fabiana Marcolini

Gli ultimi episodi risalgono al 1984. I denuncianti, tra cui tre vicentini, indicano 25 religiosi. Oggi conferenza alla Camera, presenti le vittime---L’istituto Provolo, in passato, ha ospitato i ragazzi sordomutiDall’ultimo episodio di abuso sessuale su un ragazzino sordo sono passati 25 anni. Lo denunciano in 60 ex allievi. La vittima più giovane ora ha 41 anni ed è solo una delle 15 persone, tra cui tre vicentini, che hanno filmato e registrato le testimonianze di quel che subirono all’interno dell’istituto religioso di cui erano ospiti: l’Antonio Provolo del Chievo. Testimonianze agghiaccianti, racconti di violenze sessuali ma anche sodomia, sevizie e botte che rappresentavano la quotidianità per decine di bimbi sordi, figli di famiglie non abbienti affidate a quell’istituto gestito da religiosi che fino agli anni Ottanta era stato un modello internazionale. Venticinque i sacerdoti, alcuni ormai anziani ma ancora in servizio nell’istituto, indicati con nomi e cognomi quali autori delle brutalità. Ma oltre a loro, coinvolti negli abusi ci sarebbero anche alcuni fratelli laici presenti nella struttura. Tutto scritto e registrato e inviato a [FIRMA]L’Espresso che ieri ha anticipato parte del servizio che sarà pubblicato sul numero in edicola oggi.E sempre oggi, a Roma, chi ha raccontato di violenze e sevizie sarà presente alla conferenza stampa organizzata alla Camera dei deputati dall’onorevole Russo del Partito Democratico. Loro, gli ex allievi dell’istituto Provolo, non mancheranno. Ormai il muro del silenzio è stato abbattuto, dopo che quel che avveniva era stato comunicato sia all’Ens che alla Curia che a monsignor Giampietro Mazzoni, il magistrato del tribunale ecclesiastico della diocesi di Verona. Comunicazioni che non ebbero seguito nè reazioni. Quando poi due anni fa, in via Rosmini, venne istituita la casa famiglia (gestita dagli stessi religiosi) destinata ad accogliere bambini sordi con disagi familiari, negli ex alunni del Provolo scattò la ribellione. Fu il timore che qualcun altro bimbo potesse subire quel che loro avevano subìto a squarciare il velo del silenzio, e se è pur vero che ora la struttura è interamente gestita da laici al vertice ci sono sempre i religiosi della Congregazione della Compagnia di Maria che dipende solo dal Vaticano.Partì da qui la decisione drammatica di raccontare, di rivelare quanto segretamente custodito nell’animo e nella mente per anni, almeno trenta. Perché all’interno delle stanze di un collegio a metà strada tra un seminario e un istituto di detenzione, gli abusi sessuali sui piccoli ospiti avrebbero rappresentato la regola. Non scritta ma rimasta drammaticamente tale per decenni. E se fino a qualche anno fa hanno taciuto, cercando di ricostruire interiormente quelle lacerazioni senza coinvolgere i loro cari in un dramma mai cancellato, ora, dopo lo scandalo che in America ha costretto il Vaticano a prendere posizione contro la pedofilia all’interno delle istituzioni religiose, hanno parlato per «evitare che le stesse cose si possano ripetere». Questa la ragione di una confessione collettiva che parla di vicende vissute e non comunicate agli altri, patite senza che nessuno parlasse per vergogna e timore di quel che avveniva nella stanza adibita a confessionale della chiesa di Santa Maria del Pianto piuttosto che nelle camere dei sacerdoti. Anni di incubi, storie diverse ma quando riacquistarono il coraggio di parlare la scoperta fu drammatica: quello era stato un incubo condiviso.Troppi anni senza una denuncia, senza uno scritto inviato all’unico organo, a questo punto, in grado di intervenire: la magistratura. E il «ciclone Provolo» non porterà con sé indagini e avvisi di garanzia per fatti così datati. Amareggiato, il procuratore Mario Giulio Schinaia che nulla sapeva degli orrori avvenuti all’interno dell’istituto di Verona e del Chievo ha sottolineato che una segnalazione avrebbe dovuto essere fatta per ottenere giustizia. Loro, gli ex alunni, non sono interessati a condanne o risarcimenti, nulla potrà riparare il danno patito a livello psicologico ma, sostengono, una decina di religiosi sono ancora in servizio. Loro i nomi di quei preti li hanno fatti. E non vogliono che altri vivano il loro dramma. Un incubo.

«MAI SAPUTO». I responsabili della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti chiedono che venga fatta «chiarezza» e che emerga «la verità» sui fatti di violenza denunciati da ex allievi.Il superiore, don Danilo Corradi, dice di aver appreso «con costernazione le dichiarazioni» degli ex allievi. Corradi invita «chi fosse al corrente di fatti reali e circostanziati ad informare chi di dovere».