venerdì 29 ottobre 2010

Nei forzieri dello Ior i conti della “cricca”

il Fatto 21.10.10
Nei forzieri dello Ior i conti della “cricca”
Nelle carte dell’inchiesta spunta il nome di don Evaldo Biasini, il “Don Bakomat di Anemone
di Rita Di Giovacchino

Dalle carte dell’accusa sul presunto riciclaggio di denaro allo Ior, spunta il nome di Evaldo Biasini, il famoso “padre bancomat”, presidente dell’ente missionario Congregazione del Preziosissimo Sangue, cui ricorreva il costruttore Diego Anemone quando aveva bisogno urgente di contanti (ed era meglio che non risultassero prelevati dal suo conto in banca). Non ci sono soltanto i 23 mln di euro prelevati dal conto del Credito Artigiano, nell’ottobre scorso (nonostante fosse già stato bloccato dall’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia) a dimostrare il disinvolto “modus operandi” dell’Istituto per le opere di Religione, o Banca vaticana, come viene definito. Per vincere il primo round di fronte al Tribunale del Riesame contro il ricorso, presentato dal presidente dell’istituto Ettore Gotti Tedeschi e dal direttore generale Paolo Cipriani (entrambi indagati per violazione della normativa antiriciclaggio della Ue, divenuta legge nel 2007) è bastata ai pm Nello Rossi e Stefano Rocco Fava una memoria in cui sono descritte in modo dettagliato tre operazioni sospette della “valanga” già accertata. La valutazione è di investigatore.
C’È, ad esempio, un’operazione del novembre del 2009, che fa riferimento ad assegni per 300 mila euro, negoziati su un conto Ior presso la filiale di Unicredit in via della Conciliazione, da tal Maria Rossi indicata dalla banca come la mamma di un anziano reverendo, titolare del conto medesimo. Peccato che la signora, per motivi anagrafici, non potesse essere la madre del prelato. Infatti le indagini hanno poi dimostrato che la donna usava un nome di fantasia e che i fondi provenivano da una una banca di San Marino. Il vero destinatario era un noto faccendiere, utilizzatore finale di ingenti somme che gli pervenivano presso lo stesso istituto.
LA SECONDA operazione riguarda invece un prelievo di 600 mila euro presso una sede di Intesa San Paolo, sempre nei pressi del Vaticano. Una somma non astronomica, comunque sostanziosa, di cui lo Ior non indicava la precisa destinazione fatto salvo un vago riferimento a missioni religiose. Non c’è da stupirsi perché sullo stesso conto, hanno poi scoperto gli investigatori, sono transitati con analoghe modalità nel solo 2009 ben 140 milioni di euro in contanti.
PER TORNARE a Don Evaldo Biasini, personaggio ormai noto dopo lo scandalo che ha travolto la Protezione civile, va ricordato che veniva indicato nell’inchiesta della procura di Perugia sui Grandi Eventi: come custode dei “fondi neri” del costruttore Diego Anemone. Anche se in questa vicenda non sembra coinvolto in operazioni sospette. Ma il fatto che sia stato citato è sospetto. Quasi un segnale ai giudici del Riesame, su cosa può emergere dal monitoraggio a tappeto che la Procura di Roma ha già disposto su tutti gli istituti bancari per rintracciare conti Ior e ricostruire tutti i movimenti finanziari che fanno capo alla Banca vaticana. Molti personaggi coinvolti nello scandalo, a partire da Angelo Balducci, disponevano di un conto presso la Banca vaticana o comunque di un corridoio privilegiato per operazioni finanziarie.
PADRE FEDERICO Lombardi, il portavoce della Santa Sede, ha manifestato grande stupore per la decisione presa dal tribunale del Riesame, che ieri nel respingere il ricorso di Gotti Tedeschi e Cipriani, ha confermato il sequestro cautelativo dei 23 milioni di euro sul conto del Credito Artigiano. “Certamente si tratta di un problema interpretativo informale”, ha spiegato padre Lombardi. Una linea di difesa ribadita anche in una nota ufficiale della Santa Sede. Insomma lo Ior non intende recedere da quanto ha sempre affermato: “Nessuna irregolarità, è soltanto un equivoco, chiariremo tutto”. Ma come abbiamo visto le cose non stanno così. E la decisione del collegio, composto dai giudici Claudio Carini, Giovanna Schipani e Alessandra Boffo, sembra preoccupare il presidente Gotti Tedeschi che al momento si trincera con un secco “no comment”.
Anche se, qualche ora dopo, parlando con i giornalisti, lancia un laconico messaggio: “Mi sento un po' depresso”.

giovedì 28 ottobre 2010

I conti sospetti dello Ior. L’ipotesi dei pm: riciclaggio e prelati prestanome

Corriere della Sera 21.10.10
I conti sospetti dello Ior. L’ipotesi dei pm: riciclaggio e prelati prestanome
di Fiorenza Sarzanini

La Procura di Roma ha scoperto una serie di operazioni bancarie sospette effettuate sui conti dello Ior aperti in banche italiane. Per i magistrati sono servite a riciclare il denaro di alcuni clienti dell’istituto di credito della Santa Sede. I pm ipotizzano l’esistenza di prelati prestanome. Restano sotto sequestro 23 milioni che dovevano finire in Germania. Indagini su altri 140 milioni. Il Vaticano: chiariremo

ROMA — Non solo i 23 milioni di euro depositati al Credito Artigiano. Nell’inchiesta sullo Ior la procura ha individuato altre tre operazioni sospette, cioè movimenti finanziari che potrebbero aver violato le norme antiriciclaggio. I trasferimenti in questione risalgono a ottobre e novembre dell’anno scorso: le verifiche sono concentrate su operazioni realizzate su conti Unicredit e Intesa San Paolo. Nella prima banca sono oggetto di verifiche alcuni assegni incassati dallo Ior per 300 mila euro. Nell’altra si indaga su un prelievo di 600 mila euro. E a Intesa San Paolo il Nucleo valutario sta accertando anche la regolarità di una transazione di don Evaldo Biasini, ribattezzato «don Bancomat» nell’inchiesta sulla «cricca» dei Grandi Appalti.
Il procuratore aggiunto Nello Rossi e il pm Stefano Rocco Fava hanno descritto le tre operazioni sospette in una memoria depositata al Tribunale della libertà per dimostrare che il caso del Credito Artigiano non è isolato. Ieri i giudici del Riesame hanno confermato il sequestro del gip Maria Teresa Covatta, che a settembre ha bloccato due bonifici diretti alla JP Morgan Frankfurt (20 milioni) e alla Banca del Fucino di Roma (tre milioni). In tutto sono 15 le banche al centro dell’inchiesta per violazione delle norme antiriciclaggio, in cui sono indagati il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, e il direttore generale, Paolo Cipriani. Ancora maggiore il numero dei conti correnti che potrebbero essere stati utilizzati per transazioni irregolari, poiché in alcune filiali l’Istituto per le opere di religione ha più di un deposito.
Ora è probabile che l’avvocato Vincenzo Scordamaglia ricorra in Cassazione. Intanto il Vaticano esprime «stupore» per la mancata revoca dei sigilli: «Si ritiene - sottolinea il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi - che si tratti di un problema interpretativo e formale». Tanto che, aggiunge il gesuita, «i responsabili dello Ior ritengono di poter chiarire tutta la questione al più presto nelle sedi competenti». Gotti Tedeschi (che ha preso possesso della presidenza dello Ior alla fine del 2009), ieri era all’Auditorium di Via Veneto, a Roma, per un convegno su «Etica e finanza» organizzato dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena e dall’Osservatore Romano: non ha voluto commentare la decisione del Tribunale della libertà. Però si è concesso una battuta: «Cercherò di fare un intervento anche spiritoso, perché stasera sono un po’ depresso». Il direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, presente allo stesso dibattito, l’ha difeso: «Quella di Gotti Tedeschi è stata una nomina innovativa».
Invece per il capogruppo dell’Idv in Senato, Elio Lannutti, «i giri di denaro e i movimenti finanziari che emergono dalle indagini dei magistrati romani sono inquietanti. Governo e Bankitalia devono dimostrarsi vigili ed effettuare i controlli previsti».

mercoledì 27 ottobre 2010

Ior, quei conti sospetti usati da «Maria Rossi» e don Bancomat

l’Unità 21.10.10
Ior, quei conti sospetti usati da «Maria Rossi» e don Bancomat
Il Riesame conferma il sequestro dei 23 milioni depositati al Credito Artigiano. Il Vaticano: sorpresi
Per i pm c’è stata omissione delle norme antiriciclaggio. E si usa un nome falso per le operazioni...
Sotto la lente. 143 milioni di euro movimentati senza causale nell’ultimo anno
Uno dei conti sospetti è intestato al famoso don Evaldo Biasini, soprannominato dai giornali “padre Bancomat” perché in una cassaforte segreta custodiva il “tesoretto” di Diego Anemone.
di Angela Camuso

Un conto Ior aperto in Intesa San Paolo e intestato al famoso don Evaldo Biasini, economo della Congrega del Preziosissimo Sangue, soprannominato dai giornali “padre Bancomat” perché in una cassaforte segreta custodiva il “tesoretto” di Diego Anemone, l’imprenditore al centro dell’inchiesta sugli appalti truccati della Protezione Civile. Più un altro deposito, presso l’Unicredit di via della Conciliazione a Roma, di cui risulta titolare un anziano reverendo e da cui nel 2009 hanno prelevato assegni, provenienti da fondi localizzati a San Marino, un avvocato di Roma che non esercita la professione e viene definito dagli investigatori, piuttosto, un “faccendiere”, e una donna misteriosa. Una donna che è stata presentata ai vertici dell’istituto di credito dallo stesso prelato titolare del conto, con un nome falso, “Maria Rossi”, nonché come la madre dell’intraprendente avvocato, quando in realtà la signora con quest’ultimo non è legata da alcun vincolo di parentela. Sono queste alcune delle operazioni definite “sospette” dagli investigatori del nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza di Roma, che su delega del procuratore aggiunto Nello Rossi e del pm Rocco Fava stanno monitorando le movimentazioni effettuate sui conti correnti aperti dalla banca della Santa Sede presso le agenzie delle più importanti banche italiane: movimentazioni sulle quali, com’è noto, secondo la procura lo Ior avrebbe omesso di applicare le norme antiriciclaggio previste dalle disposizioni in materia emanate dalla Ue nel 2007, tant’è che per violazione di quella legge sono stati indagati il presidente della banca vaticana, Ettore Gotti Tedeschi ed il direttore generale Paolo Cipriani.
In merito alla stessa inchiesta, proprio ieri è stato reso noto che il tribunale del Riesame ha confermato il sequestro disposto dal gip in via preventiva dei 23 milioni di euro dello Ior depositati su un conto del Credito Artigiano Spa, 20 dei quali destinati all'istituto di credito tedesco J.P. Morgan Frankfurt e i restanti tre milioni alla Banca del Fucino. E dell’esistenza delle operazioni sospette sul conto Unicredit del reverendo e riconducibili al faccendiere e alla sedicente Maria Rossi, nonché di quelle effettuate da “padre Bancomat”, hanno scritto, non a caso, i magistrati Rossi e Fava nella memoria presentata al tribunale del Riesame per motivare l’esigenza del mega-sequestro. «Queste operazioni sospette dimostrano che gli omessi controlli da parte dello Ior non sono affatto una questione pro-forma, come afferma la Santa Sede”, dichiarano in sintesi dalla procura, evidenziando, in particolare, l’entità delle movimentazioni di denaro finite nel mirino degli investigatori. Sul conto del reverendo, ad esempio, l’avvocato-faccendiere risulta avere incassato, in un’unica tranche, assegni per 300mila euro, mentre la sedicente Maria Rossi circa 50mila euro. E se invece il chiacchierato don Biasini ha incassato sul suo conto in Intesa San Paolo somme definite dalla procura poco ingenti, c’è da considerare che presso la medesima agenzia (sempre con sede a Roma, nei pressi della Santa Sede) la stessa banca vaticana, con i suoi conti, risulta aver movimentato, senza specificare causale alcuna, ben 143 milioni di euro nel solo ultimo anno solare. Di queste transazioni, proprio perché la causale è rimasta generica, soltanto una ovvero un prelevamento in contanti di 600mila euro, senza indicazione del beneficiario, indicato soltanto come correntista Ior è per ora finita all’attenzione della Banca d’Italia attraverso il sistema di segnalazione automatico delle operazioni sospette da parte della Uif (Unità Informazioni Finanziarie). Questo probabilmente perché, è il parere degli investigatori, c’è stata una svista da parte di qualche funzionario, il quale, a differenza della prassi, ha indicato il tipo di operazione di cui si trattava. Per questi motivi, l’indagine è destinata ad allargarsi: la Guardia di Finanza si appresta a scandagliare una valanga di giro-conti Ior su Ior senza indicazione degli effettivi beneficiari.
«I responsabili dello Ior ritengono di poter chiarire tutta la questione al più presto nelle sedi competenti», ha affermato il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, dopo avere espresso “stupore” per la conferma del sequestro.

martedì 26 ottobre 2010

Tutti i movimenti sospetti sui conti dello Ior

Corriere della Sera 23.9.10
Tutti i movimenti sospetti sui conti dello Ior
di Fiorenza Sarzanini

La banca vaticana
Tre operazioni di accredito, due conti correnti estinti, un elenco di «soggetti» che hanno incassato assegni o ricevuto bonifici. Su questo si concentra l’indagine della Procura di Roma sui depositi aperti presso il Credito Artigiano di Roma e intestati allo Ior dopo il sequestro dei 23 milioni avvenuto due giorni fa. Perché, nonostante il blocco operativo deciso dai vertici dell’istituto di credito il 19 aprile scorso, due settimane fa il presidente Ettore Gotti Tedeschi e il direttore generale Paolo Cipriani hanno tentato di trasferire quel denaro in parte in Germania (20 milioni di euro presso la JP Morgan di Francoforte), in parte presso un altro conto (3 milioni presso una filiale della Banca del Fucino sempre nella capitale). E per questo sono accusati di violazione della normativa antiriciclaggio. I vertici dello Ior erano stati avvisati della necessità di mettersi in regola con la normativa che impone a tutte le banche extracomunitarie di comunicare le informazioni sulla propria clientela prima di effettuare qualsiasi operazione. Si tratta dei cosiddetti «obblighi rafforzati» che riguardano la fornitura di assegni, l’esecuzione di bonifici e le operazioni contanti. Avevano assicurato di avere attivato la procedura e di essere pronti a consegnare le informazioni richieste. Ma non è accaduto quanto promesso ed è intervenuta la magistratura.
La riunione riservata tra i vertici delle banche
È proprio il provvedimento firmato dal giudice per «sigillare» la somma a ricostruire le movimentazioni degli ultimi tre anni. Ma anche a rivelare che il 23 aprile scorso, dunque quattro giorni dopo la decisione di «congelare» il conto, ci fu «un incontro tra i vertici dello Ior e del Credito Artigiano i cui esiti però non sono noti» e di cui sarà adesso chiesto conto ai due indagati. Bisognerà infatti verificare come mai, nonostante l’impegno a mettersi in regola, i responsabili della banca vaticana abbiano eluso le richieste formali che invece secondo quanto previsto dalle legge dovevano essere soddisfatte sin dal gennaio scorso e in base a un decreto legislativo entrato in vigore nel 2007. Nell’attesa degli interrogatori, i pubblici ministeri stanno esaminando la documentazione finanziaria già acquisita.
Entrando nel dettaglio delle operazioni si scopre che quelle «censite come "Accrediti e incassi connessi a effetti" per un totale di 72 milioni e 440 mila euro corrispondono a tre distinte operazioni in avere effettuate il 17 marzo, il 17 giugno e il 16 settembre del 2009 rispettivamente da 22 milioni di euro circa la prima e 25 milioni di euro circa le altre due». Ed è a questo punto che si entra nel dettaglio rivelando come i 22 milioni provengono «dall’estinzione del conto 11231 acceso sempre presso il Credito Artigiano, che in contropartita viene censita impropriamente come "prelevamento con moduli di sportello”».
I controlli sui beneficiari di assegni e bonifici. Simile procedura viene seguita anche negli altri casi. Gli accertamenti condotti dal nucleo valutario della Guardia di Finanza hanno consentito di verificare come i due versamenti da 25 milioni «si riferiscono all’accredito per "estinzione di deposito" da ritenere verosimilmente remunerato presso il medesimo istituto (circostanza ancora da verificare nel dettaglio con la banca). Tali operazioni trovano contropartita in altrettante operazioni in dare di analogo importo».
I magistrati dovranno adesso accertare quali siano i reali motivi di questi "giroconto", ma soprattutto identificare i "soggetti" che hanno Indagine Il provvedimento del gip del Tribunale di Roma che vede indagati Ettore Gotti Tedeschi e Paolo Cipriani, rispettivamente presidente e direttore generale dello Ior. Sotto, alcuni dei movimenti che sono oggetto dell’inchiesta ricevuto bonifici o incassato assegni in modo da verificare la natura di questi rapporti. E dunque stabilire se le movimentazioni servissero in realtà a riciclare i soldi. E lo faranno partendo dall’analisi degli estratti conto già acquisiti. In base ai documenti è stato accertato che «al momento del blocco sul conto erano depositati 28 milioni e 300 mila euro, ma tra il 31 dicembre 2007 e il 30 novembre 2009 ci sono state movimentazioni nella colonna "dare" per 116 milioni e 300 mila euro e nella colonna "avere" per 117 milioni e 600 mila euro».
Le contestazioni di Bankitalia sul deposito Unicredit
L'esame di tutte queste operazioni deve partire, secondo il giudice, dalla relazione della Banca d'Italia che alla fine di un'ispezione effettuata «per approfondire il funzionamento di un conto corrente che risultava intestato allo Ior presso una dipendenza di Unicredit ha evidenziato alcune criticità e in particolare: il mancato rispetto degli obblighi di adeguata verifica della clientela, di norma non sono stati infatti individuati i titolari effettivi delle operazioni poste in essere dallo Ior; fino al 31 gennaio non risultano assolti gli obblighi di registrazione nell'archivio unico informatico delle operazioni di versamento di contante sul conto intestato allo Ior; in materia di negoziazione dei titoli di credito è stata riscontrata una prassi tendente ad escludere la tracciabilità dei fondi trasferiti oltre che violazioni alla legge sull'assegno».
Nella richiesta di sequestro del denaro che doveva essere trasferito dal Credito Artigiano i pubblici ministeri evidenziano come «la condotta dell’esecutore di un’operazione che omette di comunicare la generalità dei soggetti per conto dei quali eventualmente esegue l’operazione stessa o non fornisce informazioni sullo scopo e sulla natura prevista dal rapporto continuativo integra gli estremi di reato previsti dal decreto 231 del 2007, appunto quello sulle norme antiriciclaggio, dunque non può che concludersi, esclusa evidentemente ogni indagine ulteriore volta a verificare la natura e gli scopi delle operazioni di trasferimento di fondi, che allo stato nei fatti di cui si tratta si ravvisano le fattispecie di reato delineate». Una tesi che il giudice ha accolto con un provvedimento motivato che adesso costituisce la base per effettuare i nuovi accertamenti.

lunedì 25 ottobre 2010

Sconti Ici alla Chiesa, l'Ue indaga

Sconti Ici alla Chiesa, l'Ue indaga

Marco Zatterin, La stampa, 12/10/2010

L'esenzione dell'Ici concessa dal governo italiano alla Chiesa cattolica rivela, «a prima vista, un carattere discriminatorio». Ecco perché la Commissione Ue ha deciso non senza aver riflettuto quasi quattro anni - di approfondire il caso, e aprire un'inchiesta formale sugli immobili dalle finalità «non esclusivamente commerciali» appartenenti alla Santa Sede a cui è stato permesso di non versare l'intera lei e di pagare la metà dell'Ires. Un lungo carteggio con Roma non ha persuaso Bruxelles della legittimità del provvedimento. Oggi l'indagine diventa un procedimento a tutto tondo che potrebbe costringere l'Italia a ripristinare le tasse sospese pena il deferimento alla Corte di Giustizia Ue.
La storia risale al 2005, quando nel pieno della volata elettorale il governo Berlusconi ha sospeso l'imposta comunale sulle proprietà degli enti ecclesiastici. Il voto della primavera 2006 consegnò Palazzo Chigi al centrosinistra e a Romano Prodi che però modificò solo parzialmente il provvedimento scritto dal predecessore, aggiungendo la formula «non esclusivamente», che alla fine - secondo chi contesta la norma - non ha cambiato il quadro. In pratica, qualcosa come 100 mila immobili avrebbero finito per aggirare legalmente i loro doveri fiscali. Si tratta di esercizi attivi non solo a fine benefico - come scuole, alberghi, agenzie di viaggio, club sportivi amatoriali e ospedali che potevano risultare più concorrenziali grazie ai minori gravami impositivi. Avviato sulla base della denuncia di uno studio di avvocati italiano e del radicale Maurizio Turco, il confronto fra Roma e Bruxelles ha consumato carta e linee telefoniche. Bruxelles si è mossa con cautela. Poi ha ritenuto che non si potesse più indugiare.
L'esenzione dall'Ici - osserva la Commissione nella lettera che si appresta a spedire - costituisce in ogni caso un aiuto di Stato poiché si tratta di un vantaggio derivante da una minore esborso nei confronti del Fisco. In tal quadro costituirebbe un aiuto pubblico ingiustificato. Semplice la spiegazione. La Commissione osserva che molti dei servizi offerti dalla Chiesa in regime di esenzione «sembrano essere in competizione con quelli analoghi offerti da altri operatori economici». Secondo più fonti, il sistema di esenzioni avrebbe consentito ogni anno alla Santa Sede di risparmiare due miliardi di euro di contribuzione. L'inchiesta attesa per oggi è qualche misura un ripensamento da parte dell'esecutivo comunitario che, nel febbraio 2009, aveva deciso di chiudere il caso ritenendo che non ci fossero le premesse per portare avanti un'indagine per aiuti di Stato (era stata l'olandese Kroes a firmare l'armistizio).
Il quadro è mutato con l'intervento della Corte di giustizia Ue che ha chiesto di chiarire in modo più concreto la disputa. Nel frattempo, a Palazzo Berlaymont sono piovute nuove carte. Alla fine si è deciso di ricominciare «perché non può escludere di essere in presenza di un aiuto di Stato». Con un nuovo annacquamento. Un mese fa si pensava ad un'immediata apertura di procedura. Ora è diventata un'inchiesta.

domenica 24 ottobre 2010

Addio esenzione Ici per la Chiesa dal 2014

Addio esenzione Ici per la Chiesa dal 2014

Alberto D'Argenio, La Repubblica, 19/10/2010

Pressato dalle esigenze di bilancio per lanciare il federalismo e dalla procedura per aiuti di Stato della Commissione Ue, il governo si appresta a cancellare parte delle esenzioni fiscali concesse alla Chiesa. La porzione più corposa, ovvero quella che ogni anno permette agli enti ecclesiastici di non pagare l'Ici per circa un miliardo di euro. Per intenderci: dal 2014 ospedali, scuole, alberghi e circoli della Chiesa dovranno operare in regime di concorrenza versando le stesse tasse imposte agli altri imprenditori privati. Il taglio ai privilegi - introdotti dallo stesso governo Berlusconi nel dicembre 2005 in vista delle elezioni della primavera successiva - è contenuto in un oscuro comma infilato nel decreto sul federalismo fiscale municipale approvato dal governo lo scorso 4 agosto e mai pubblicizzato.
Il testo, a saperlo leggere, è chi aro: l' articolo 5 del decreto che introduce l'imposta unica municipale (Imu) cancella alcune esenzioni fiscali accordate dalla vecchia Ici (che dall'Imu verrà inglobata). Tra le quali quelle comprese dalla lettera "i" della 504 del 1992 (legge istitutiva della tassa sulla casa) che contempla i soggetti «destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive». Tradotto, si tratta degli enti ecclesiastici che operano nella sanità (ospedali e cliniche legate alla Chiesa), nell'educazione (scuole private), nel turismo (alberghi e resort - spesso a cinque stelle - del mondo cattolico) e i circoli. Continueranno invece a non pagare le tasse (cosa mai contestata dall'Unione europea) chi ai sensi dei Patti Lateranensi gode dello status di zona extraterritoriale (ad esempio Castel Gandolfo,l'Università lateranense o il vicariato), nonché i luoghi di culto (le chiese) e le loro pertinenze (i chiostri, il sagrato o la canonica), le parrocchie e gli immobili utilizzati peri servizi sociali in convenzione (mense, centri di assistenza e volontariato).
Dal Tesoro da un lato si conferma che resteranno in vigore solo le esenzioni previste dai Patti, ma dall'altro si fa capire che il testo potrebbe ancora essere modificato prima della adozione definitiva. Fatto sta che il provvedimento, se confermato, cancellerebbe metà della procedura Ue per aiuti di Stato illegittimi concessi dal governo agli enti del Vaticano. Resterebbe in piedi la parte che riguarda l'esenzione del 50% delle imposte sui redditi (Ires) per le centinaia degli enti ecclesiastici attivi nella sanità e nell'istruzione e quella che chiede la cancellazione dell'articolo 149 (quarto comma) del Testo unico delle imposte (Tuir) che riconosce agli enti ecclesiastici lo status perenne di enti non commerciali, norma in virtù della quale accedono ai benefici fiscali. E comunque prevedibile che il governo continuerà a difendersi di fronte a Bruxelles per evitare la condanna al recupero delle tasse fin qui non pagate (con tanto di interessi). Roba da vari miliardi di euro.
La partita - aperta su denuncia del radicale Maurizio Turco e del fiscalista Carlo Pontesilli (segretario di anticlericale.net) assistiti dal legale Alessandro Nucara - vale infatti circa due miliardi all'anno. Metà dei quali arrivano dal mancato pagamento dell'Ici. Con la nuova legge lo Statone dovrebbe recuperare subito 400 milioni, ovvero i soldi non versati dagli enti che ad oggi sono registrati al fisco. Per l'altra metà abbondante dei 100 mila fabbricati della Chiesa che hanno approfittato della possibilità concessa dall'Ici di non registrarsi, invece, dovrebbe scattare l'obbligo ad emergere per il pagamento dell'Imu. E se non lo faranno, assicurano gli esperti, per i Comuni sarà più facile scovarli rispetto ad oggi.

sabato 23 ottobre 2010

Le frecce d'oro di Arcus.

Le frecce d'oro di Arcus.
EDEK OSSER
IL GIORNALE DELL’ARTE – 28 settembre 2010

Dure critiche sui criteri dei finanziamenti elargiti in modo discrezionale a destinatari privilegiati. Dopo lo scandalo dei soldi a Propaganda Fide (edificio fuori dal suolo nazionale, secondo il Concordato), sempre più in crisi la società che gestisce il 3 per cento dei soldi di Stato per le grandi opere infrastrutturali

In sei anni di vita la società Arcus, nata per «sostenere e avviare progetti ambiziosi riguardanti i beni e le attività culturali», ha erogato soldi dello Stato per 400 milioni di euro, 200 dei quali per il triennio 2010 -12, distribuiti a iniziative di ogni tipo, soprattutto restauri edilizi ma anche a teatri, collegi, fondazioni (compresa quella del Banco di Napoli, 500mila euro per il suo archivio storico digitale), istituti, accademie, associazioni e poi mostre, festival, etc. L'assegnazione di questa considerevole quantità di denaro avviene da sempre in modo giudicato poco trasparente attraverso Arcus, società formalmente privata, ma di proprietà del Ministero dell'Economia, gestita da quello delle Infrastrutture in accordo con il Mibac. Nel depresso panorama di tagli e risparmi all'osso imposti alla cultura, Arcus è una ricca anomalia: incassa infatti il 3 per cento delle «grandi opere», i finanziamenti pubblici alle infrastrutture del Paese. Funzionamento ed esistenza della società sono sotto accusa dalla nascita, nel 2004. Pesanti critiche sono arrivate dal Consiglio Superiore per i Beni culturali, da associazioni come Italia Nostra e da ogni relazione annuale della Corte dei Conti. Fino al 2008 la destinazione dei fondi veniva decisa direttamente dai Ministeri in modo del tutto discrezionale. Arcus eseguiva. Poi il Mibac ha finalmente deciso che chi vuole i soldi di Arcus deve presentare una domanda motivata e passare attraverso una istruttoria. Dovrebbe presto essere varato un vero «piano di indirizzi», sollecitato dal Consiglio Superiore per i Beni culturali, per vincolare le scelte. Da notare che nessun atto della società è mai passato in Parlamento negli ultimi due anni. È stato così anche per i 200 milioni dell'ultimo stanziamento triennale di Arcus (2010-12). Su circa 1.200 domande, sono stati finanziati 206 progetti: ragioni e criteri di scelte e bocciature restano vaghi, affidati a «estratti» di poche righe. Ha suscitato scandalo il mancato finanziamento all'Abruzzo del terremoto. Tre i progetti approvati (un convento a Tagliacozzo, archeologia al Fucino e ad Amiternum). Italia Nostra aveva proposto di destinare tutti i 200 milioni di Arcus al restauro del patrimonio artistico abruzzese. Pochissimi soldi alla Calabria (2 progetti: 1 milione), al Friuli Venezia Giulia (3 progetti: 4,6 milioni), al Molise (3 progetti: per 2,6 milioni). Superfavorito il Lazio con 38 finanziamenti per 30,907 milioni di euro, oltre a ben 15,8 milioni per valorizzazione e rilancio di Cinecittà. Spiccano due strutture romane: la Pontificia Università Gregoriana (1 milione e mezzo, oltre ai 2 milioni già stanziati da Arcus nel 2005 e ad altri 900mila sempre di fondi statali dell'8 per mille tra 2007 e 2008) e il Palazzo di Propaganda Fide (ristrutturazione finanziata con 5 milioni nel 2005 e 2006 non ancora interamente versati), entrambi inseriti per il Concordato nell'elenco degli edifici del Vaticano considerati territorio straniero in Italia. A giugno il caso Arcus è espIoso con fragore mediatico intrecciandosi agli scandali immobiliari legati alla Protezione Civile (cfr. lo scorso numero, p. 4) prendendo spunto proprio dal palazzo romano di Propaganda Fide. Secondo la Procura di Perugia, la sua ristrutturazione è stata finanziata da Arcus con 5 milioni sulla base di uno scambio di «favori» con l'allora ministro alle Infrastrutture Pietro Lunardi, cogestore di Arcus. Per avere quel finanziamento, afferma la procura, il cardinale Crescenzio Sepe, prefetto di Propaganda Fide, ha venduto a Lunardi un edificio della Congregazione a prezzo stracciato. Lunardi e Sepe sono ora indagati per corruzione. Alla vicenda giudiziaria si è aggiunto l'intervento della Corte dei Conti. In giugno ha notificato ai vertici di Arcus la richiesta di risarcimento del «danno erariale» per «finanziamento improprio» (Io Stato non poteva finanziare la ristrutturazione di un palazzo all'estero). La decisione di quel finanziamento spettava ad Arcus. Ma lo stesso direttore della società, Ettore Pietrabissa, ha chiarito che i tecnici di Arcus non possono mettere in discussione le scelte dei politici». Dopo lo scandalo, Bondi ha bloccato l'ultima tranche di 500mila euro a Propaganda Fide almeno fino a quando nel palazzo non sarà aperta al pubblico (pare a fine ottobre) la pinacoteca (prevista della convenzione del 2007 con Arcus), la cappella dei Re Magi e la biblioteca di Borromini. Bloccata da Bondi anche l'erogazione del milione e mezzo di euro per il rifacimento del cortile della Pontificia Università Gregoriana (anch'essa territorio estero). L'esistenza di Arcus, ente pagatore senza potere, soggetto a decisioni discrezionali, appare sempre meno giustificata. Per la Corte dei Conti si limita a distribuire denaro a pioggia, secondo la vecchia logica delle sovvenzioni statali, senza né coordinamento né visione strategica. Intanto restano un rebus le verifiche e i controlli, soprattutto cartacei, sull'esito dei finanziamenti e i risultati raggiunti. Arcus ha un organico molto ridotto e si fa aiutare sul campo dalle direzioni regionali del Mibac. «E un carrozzone da smantellare», dice Gianfranco Cerasoli, componente del Consiglio Superiore per i Beni culturali, segretario Uil del settore: la gestione del denaro andrebbe trasferita al Mibac. Si risparmierebbero così anche il costo della sede e gli stipendi: 2 milioni all'anno. Da luglio Arcus ha un nuovo presidente, l'ambasciatore Ludovico Ortona, che sostituisce Salvatore Italia dimissionario a marzo poco prima delle inchieste. Intanto il Governo non ha ancora presentato la relazione sull'attività di Arcus nel 2009, come vuole la legge.