sabato 14 febbraio 2009

Parla il docente di Terni che oggi rischia il licenziamento. «Via il crocefisso dalle scuole,è una battaglia necessaria»

Liberazione 12.2.09
Parla il docente di Terni che oggi rischia il licenziamento. «Via il crocefisso dalle scuole,è una battaglia necessaria»
di Checchino Antonini

Singolare coincidenza quella di ieri, l'ottantesimo dei patti lateranensi, per la convocazione a Viale Trastevere di un docente di Lettere di Terni che, ogni volta entra in una delle sue quattro classi, rimuove il crocifisso dalla parete, svolge la sua lezione e lo riappende dove l'aveva trovato. Ieri, assistito da Nicola Giua, dell'esecutivo nazionale dei Cobas, è stato sentito dai cinque membri del consiglio di disciplina del Cnpi, il consiglio nazionale della pubblica istruzione. Ora rischia una sanzione: «Da un giorno a un mese di sospensione, fino alla destituzione - così spiega Giua - l'ex provveditore, oggi dirigente dell'Ufficio scolastico provinciale di Terni, ha chiesto al consiglio di disciplina di stabilire l'entità della sanzione. Il consiglio, però, può emettere un parere obbligatorio ma non più vincolante». «Era una battaglia necessaria», dice a Liberazione , il "mostro" Franco Coppoli, 43 anni, che insegna lettere e storia al Casagrande, istituto professionale di stato per i servizi. «Gestire una classe di sedicenni - dice - si può fare o ricorrendo al populismo o costruendo un percorso dialettico sul medio periodo che li faccia ragionare sull'importanza dei simboli e sul pluralismo di approcci».Tutto inizia alla fine di settembre quando entrando in aula dopo quasi un mese Coppoli si accorge di un crocefisso affisso da alcuni studenti senza interpellare i docenti. Chissà chi s'era accorto della mancanza. Nelle altre tre classi non c'è traccia del controverso simbolo. Coppoli sceglie di parlare con i ragazzi della laicità degli ambienti scolastici, della «neutralità dell'aula come precondizione per insegnare e della discriminazione pesante per un laico di dover insegnare con un simbolo sulla testa, non al collo di uno di loro». Per il prof vuole essere una scelta «didattica ed etica» oltre alla denuncia di quanto possa essere discriminante per un lavoratore, sottostare a un simbolo del genere in un luogo pubblico. Dopo quel gesto iniziale, un'assemblea di studenti, a maggioranza (Coppoli esce dall'aula per non influenzare la conta), decide di ripristinare il crocifisso. Da quel momento si scatenerà il preside con circolari, diffide e un esposto. «La presenza del crocefisso in classe viene così legittimata solo dalla volontà di una parte dei ragazzi». Ci sono norme, anzi c'erano, solo per le scuole elementari e medie. Probabilmente suo malgrado, il "delegificatore" Calderoli ha abrogato il regio decreto 965 del 1924 che stabiliva le tabelle per gli arredi scolastici (crocifisso incluso) alle scuole medie. Pure un altro regio decreto del 1928 obbligava l'esposizione della bandiera in ogni edificio scolastico e la foto del re e «l'immagine del crocefisso» ma solo alle elementari. E pure in questo caso si è in via di abrogazione.«La volontà degli studenti - prosegue il docente - non funziona per l'autogestione decisa dall'assemblea degli studenti. E comunque, cosa sarebbe accaduto se avessero votato a maggioranza per mettere una svastica? Non si può delegare alla maggioranza una cosa non prevista da alcuna norma. Non è democrazia, è dittatura della maggioranza».Coppoli riferisce di un rapporto coi colleghi fatto di «confronto aperto nel rispetto delle differenti posizioni»: in un consiglio di classe straordinario ognuno s'è pronunciato ma non c'è stata nessuna delibera. Invece il consiglio d'istituto, alla presenza del preside, ha votato una mozione che chiedeva l'intervento della ministra Gelmini. E' stata redatta senza ascoltare, e senza avvisare, il "mostro" che l'ha saputo dalla stampa a cui la mozione è pervenuta dal fax della scuola. «Una mediatizzazione che ho subito», insiste il professore che ringrazia per la solidarietà e l'appoggio sia i Cobas, sia l'Uaar (atei, agnostici e razionalisti), sia Civiltà laica, un'associazione ternana. Ora è allo studio un ricorso al tribunale di Terni per far rispettare il principio di laicità e la non discriminazione dei lavoratori per motivi religiosi: «La presenza di simbolo non è neutrale. Le sentenze europee vietano - com' è accaduto a Valladolid l'anno scorso - l'esposizione del crocifisso perché rappresenta un elemento troppo forte a livello simbolico che associa stato e religione. Ma in Italia, dove non c'è più la religione di stato,ci si scontra con un indecente presenza della chiesa nella vita pubblica, politica e nella sfera privata».«Sistematiche ingerenze di cui abbiamo avuto eclatanti dimostrazioni in questi giorni con il caso di Eluana - commenta Piero Bernocchi, portavoce nazionale dei Cobas - il modo decisamente migliore per "festeggiare" il concordato è affiancare il sostegno a Franco Coppoli con la partecipazione in massa del "popolo della scuola pubblica" alla manifestazione No Vat del 14 febbraio a Roma».

Carla Bruni: «L'Italia non è laica Vaticano Stato nello Stato»

Corriere della Sera 12.2.09
Carla Bruni: «L'Italia non è laica Vaticano Stato nello Stato»
di Federico Fubini

La moglie del presidente francese: «Ma non voglio giudicare l'Italia, so quanto conti la religione nel Paese»

OUAGADOUGOU (Burkina Faso) — Prima del suo arrivo, le donne nel cortile hanno già affondato la testa nei loro turbanti e nei grandi abiti a fiori. Alcune piangono. Non vogliono farsi vedere, ma non è vergogna: con Carla BruniSarkozy in visita, in questo centro per madri e bambini toccati dall'Aids, si addensa anche una piccola nube di cameraman locali. E con loro qui, i mariti potrebbero scoprire di avere una moglie contagiata dai tiggì di stasera: l'ultimo notiziario prima del ripudio.
Poi Carla arriva e per un'oretta le pazienti in attesa in cortile vengono lasciate in pace. Tutti gli occhi sono su di lei e sembra quasi che addosso le pesino, anche se si era preparata in ogni dettaglio: sobria in maglia e pantaloni blu scuri sulle ballerine chiare, non un gioiello oltre la fede, niente trucco, appena un filo di mascara e polvere sul viso, al petto la fascetta rossa incrociata simbolo della lotta al virus. Ma quasi subito la perfetta piega dei calzoni è insozzata nella polvere tropicale, il sorriso inizia a apparire forzato, la cipria non basta a nascondere un volto teso e scavato più che seducente.
Normale, per una donna al primo giorno di lavoro. Perché oggi qui lei non rappresenta nessuno dei suoi due Paesi: non l'Italia, che per lei «non è un Paese laico», né la Francia delle istituzioni repubblicane. Carla da gennaio è ambasciatrice mondiale «per la protezione delle madri e dei bambini dall'Aids- Hiv». È lei la nuova arma di Michel Kazatchkine, il direttore del Fondo mondiale per la lotta all'Aids, illuminista del ventunesimo secolo impegnato a trasformare la visibilità in fondi pubblici e donazioni private: è così che da qualche anno le terapie retrovirali sono arrivate anche nei Paesi più poveri.
Carla ad aiutare ci prova davvero, come si fa in un primo giorno di un lavoro di cui si sa ancora poco. In una corsia, chissà se ricordandosi del gesto di Lady Diana, stringe la mano a un uomo nel suo letto. In un'altra si trova di fronte a quattro bebé di pochi mesi, tre sieropositivi, tutti denutriti. «Come sono piccoli!», esclama Carla. Non li carezza, però si volta verso due gemelline infettate e in terapia: «Va meglio ora?».
Mentre la visita del mattino avanza, di sala in sala, la moglie del presidente francese non fa troppe domande. Guarda, ascolta, annuisce, incamera statistiche, chiede di più solo quando si accorge che in una confezione di cibo per bambini c'è del-l'estratto di noccioline. La intrigano i piccoli gesti concreti, non i grandi disegni. «È frequente che i mariti aiutino le mogli infettate?». «No, signora », è la risposta pudica del medico in camice bianco. Probabilmente per l'emozione, Carla infila persino un errore di francese nel libro degli ospiti: « Bravo pour cette travail... Complimenti per questa lavoro». In pubblico ripete che oggi vuole più ascoltare che parlare, vuole imparare, capire. Non appena lascia la prima clinica a metà mattinata, un'infermiera fa il verso al suo elegante saluto, la mano che si agita oscillando con molta misura, e tutti gli altri ridono ancora lì, in piedi sulla scala d'ingresso. «È bene che scopra la realtà e quello che noi viviamo », commenta l'infermiera 28enne, Rose Tiendrebeogo.
Ma quella di Carla non è né estraneità né cinismo. La moglie del presidente sa fin troppo bene cos'è la malattia, da quando ci ha lasciato un fratello. «Il ricordo di Virginio non mi lascia — dirà più tardi, fumando una strettissima e lunghissima Vogue al mentolo —. Ma oggi ho pensato a quanto siamo stati fortunati con lui: ha sempre potuto ricevere tutte le cure. Ora voglio aiutare a togliere lo stigma della vergogna a questa malattia».
Non che Carla Bruni-Sarkozy si sia scelta un mestiere facile. Anche nei capannelli che la circondano i francesi continuano a notare che la sua pronuncia è perfetta, ma i suoi giri di frase suonano esotici. Parte della sua identità resta italiana, assieme a uno dei passaporti (una volta chiarito, non subito, che poteva tenerli entrambi). Il problema è che il governo di Roma, proprio nell'anno della presidenza del G8, rischia di essere estromesso dal «board» del Fondo globale di cui lei è ambasciatrice: in finanziaria sono stati stralciati i 130 milioni promessi e per ora non versati. «Mi spiace che l'Italia abbia scelto così — commenta Carla —. Andrò al G8 della Maddalena per sollecitare che i grandi Paesi diano l'esempio. Bisogna dare un contributo ai più deboli, anche se l'Italia con la crisi ha problemi importanti».
Non vuole commentare, Carla, sull'apparente incoerenza dell'indignazione per Eluana condita dai tagli ai fondi contro l'Aids. Ma sulla morte della ragazza sì: «La sua vicenda mi ha toccato molto. La mia opinione la tengo per me, perché c'è un dibattito aperto. In ogni caso, Eluana ha smesso di soffrire».
Non sarà mica che fra Francia e Italia la differenza è la Chiesa? «Effettivamente bisogna dividere le dimensioni — osserva, attenta come camminasse sulle mine —. Non serve a nulla dire che l'Italia non è laica. È vero: non è laica. Però ci sono altre strade che si possono percorrere per il dialogo per esempio sulla prevenzione dei virus, che non rimettono in questione le credenze. Non voglio giudicare l'Italia, so quanto conti la religione nel Paese. Il Vaticano è uno Stato nello Stato: non è in Francia, non è in Spagna. È in Italia e non è un caso».
Per una donna che studia da «Première Dame» globale, una che il marito metterebbe volentieri in concorrenza diretta con Michelle Obama, più chiaro di così non si può. Michelle ama i colori sgargianti, lei si mette in tailleur celeste per andare dal presidente del Burkina, Blaise Compaoré. Michelle saluta la folla nel gelo di Washington, lei si nasconde impaurita dal sole africano anche solo per fare cinquanta metri a piedi. Michelle ringhia da avvocato, lei legge Lola di Maupassant abbandonata nel Falcon dell'Eliseo che la riporta, finalmente, a Parigi.

"Religiolus" contro i fanatismi "Usate la ragione, non la religione"

La Repubblica 12.2.09
Parla Bill Maher, attore e ideatore del documentario-inchiesta sulle fedi monoteiste
"Religiolus" contro i fanatismi "Usate la ragione, non la religione"
di Silvia Bizio

"Gli attacchi delle chiese? C´è tanta gente che mi ringrazia per quello che dico"
In sala da domani "Voglio mostrare la violenza dei fondamentalisti di ogni fede"

«Smettete di credere o ne soffrirete le conseguenze». Ecco la sintesi di un film-documentario divertente e tosto come Religiolus, che in Italia arriva domani, distribuito in 30 copie dalla Eagle Pictures. Diretto dal regista di Borat, Larry Charles, concepito e interpretato da Bill Maher, noto comico televisivo americano, il film è un´allegra inchiesta tra gli aspetti più controversi, inquietanti e talora ridicoli (da cui il titolo) delle tre religioni monoteiste, cristiana, ebraica e musulmana. L´obbedienza al dogma religioso, il fanatismo sono da anni bersaglio dei talk-show tv di Maher, da Politically Incorrect all´attuale Real time with Bill Maher. «Nel film mi premeva affrontare la demistificazione del tabù religioso - spiega Maher, 52 anni - Parlare di un argomento delicato, per molti addirittura incendiario, facendo al tempo stesso ridere».
Con Religiolus, Maher conduce lo spettatore dal cuore puritano dell´America "redneck" alla libertaria Amsterdam (turbata oggi da nuovi conflitti etnico-religiosi), dalla Terra Santa al Vaticano, intrattenendo conversazioni, spesso ilari, con seguaci di ogni fede e mettendo in discussione qualsiasi "prova" dell´esistenza di Dio, toccando anche temi come l´omosessualità. «C´è un prete - racconta Maher - che per mezz´ora ha proclamato davanti alla cinepresa l´inesistenza dell´omosessualità e poi confessa la propria tendenza sessuale...».
Maher, cosa spera di fare con un film come Religiolus?
«Voglio dimostrare che la religione è nociva alla società e potenzialmente in grado distruggere la nostra civiltà. Io spero che questo film possa sortire un effetto pari se non maggiore di quanto abbia avuto sull´ambiente Una verità scomoda di Al Gore. Spero solo che possa stimolare un dibattito civile e ragionevole».
Nel film lei dichiara esplicitamente che l´Islam è strettamente connesso alla violenza fondamentalista.
«Sì, ma spero che qualcosa possa cambiare in futuro. L´Islam si trova oggi dove il Cristianesimo si trovava nel 1400, quando cominciò gioco forza ad aprirsi e illuminarsi».
Teme che il film possa renderla bersaglio di attacchi da parte degli integralisti?
«Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio. Ma non crediate che tutti ce l´abbiano con me: c´è un sacco di gente che mi ringrazia per quello che dico. Basterebbe che gli agnostici si organizzassero un po´ meglio, come fanno i religiosi».
Lei ha realizzato Religiolus prima delle elezioni presidenziali Usa. È cambiato qualcosa?
«Il cambiamento epocale che tutti ci aspettiamo dal presidente Obama deve ancora avvenire. Detto questo, la tematica religiosa e il concetto di fede sono sempre attuali. Il fanatismo dogmatico non è mutato di una virgola da secoli e la tentazione fondamentalista sembra più forte che mai. Per me nessun fondamentalismo è migliore dell´altro: sono tutti aberranti».
Lei è ateo?
«Preferisco definirmi un realista. Sono figlio di un padre cattolico e di una madre ebrea, ma resto convinto che ai fenomeni della natura ci debba pensare la scienza, non la religione».
Anche col film lei sembra dire che il fondamentalismo avanza in America e nel mondo. Conferma?
«Certo. Mi fa ancora paura pensare che noi americani siamo stati guidati per otto anni da un presidente anti-intellettuale, anti-scientifico, maniaco di Gesù Cristo, che ci ha condotti in una palude putrida e stagnante. La separazione tra Stato e Chiesa promulgata dai nostri padri fondatori s´è persa per strada. E quanti altri paesi si trovano in situazioni simili? Il mio monito è soprattutto ai governanti: ricominciante di nuovo a governare con la ragione. Non con la religione».

Laicità, tutte le parole per ritrovarla

l’Unità 14.2.09
Laicità, tutte le parole per ritrovarla
di Bruno Gravagnuolo

Inutile girarci attorno. L’Italia è un paese a sovranità limitata. Non in chiave geopolitica, ovviamente, almeno da quando la divisione in blocchi è crollata. Semmai dall’interno, dall’intimo della sua costituzione formale. Limitata com’è da un Concordato - e non già da un semplice Trattato con la Chiesa Romana - che pone argini al dispiegarsi pieno delle sue prerogative sovrane. E stante che quel Concordato implica uno Stato sovrano - la Chiesa - dentro un altro stato, quello italiano. Con tutte le conseguenze del caso, di costume e giuridiche. E che comportano molti vulnera all’eguaglianza religiosa dei cittadini e all’universalismo dei diritti.
Sono verità non smentibili, corroborate da un lunga storia. Pacifiche per il senso comune e per la dottrina, e nondimeno niente affatto pacifiche e innocue, specie quando il paradosso delle «due sovranità» riesplode in modo plateale come oggi. Dai Pacs al testamento biologico negato. Allorché una destra di conio illiberale vecchio e nuovo - opposta alla destra storica - e cioè la nostra destra di governo, sceglie di cavalcare quel paradosso. Per riscrivere di fatto (e di diritto) l’equilibrio delle due sovranità: tutto a vantaggio del lato religioso.
È questa la riflessione centrale a cui ci induce un libro agile e svelto, ma ben documentato, che va in questi giorni in libreria: Da aborto a Zapatero. Un vocabolario laico (Laterza, pagine 205, euro, 15,00). Scritto da Vladimiro Polchi, un giornalista classe 1973, che scrive di politica e cronaca su Repubblica, coautore con Corrado Augias di Aldo Moro, una tragedia italiana (Roma 2007) e versato in drammaturgia storiografica. Come indica il titolo, è un glossario fatto di 63 lemmi, da quelli più concreti di bioetica a quelli più astratti e di dottrina (ma oltre a Teodicea e Guerra, passando per Embrione e Eutanasia, non mancano poi Ici, Opus dei, Otto per Mille, etc.). Il tutto a formare un prontuario laico. Attraverso il quale è possibile formarsi un’idea dei punti più controversi nella disputa «laicità e suo contrario». E anche ripercorrerne la storia minuta, inevitabilmente intrecciata al contesto italiano, dominata da quella che Antonio Gramsci definiva la «Quistione Vaticana». Quanto a storia intanto, storia recente, una prima e proficua indicazione ci viene dalla bella prefazione di Miriam Mafai al Vocabolario. Che ci ricorda come la grande spinta emancipazionista, apertasi in Italia negli ani 70, e culminata con la vittoria sull’aborto nel 1978, sia stata ricacciata indietro già a partire dagli anni 80 (anni edonistici e rampanti. A proposito di paradossi!). Quando, dopo il Nuovo Concordato di Craxi - blanda riforma che cancella l’idea della «religione di stato» ma non del tutto - Giovani Paolo II spegne sul nascere la possibilità di regolamentare civilmente le unioni di fatto.
Da allora - e il Vocabolario stesso in molte sue voci lo richiama - si afferma esplicitamente un principio che neanche negli anni più aspri del dopoguerra e nemmeno nel ventennio era stato teorizzato apertamente: la vera Grund Norm dello stato italiano è la legge naturale coincidente con la legge cristiana. La Chiesa romana in altri termini, riconosce certo la laicità come autonoma sfera dell’agire politico. Ma la assume appunto come sfera distinta e sotto-ordinata. Autonoma sì, ma non sovrana e rispondente alle regole della sovranità secolare. Di fatto quindi eteronoma, e priva di autonoma potestas.
È una rivoluzione teologica all’indietro, che fa saltare il fragile equilibrio tra le due sfere, raggiunto con fatica lungo il dopoguerra e codificato - benché con le contraddizioni del Concordato all’art. 7 - nella carta Costituzionale. E la contronovità via via si aggrava. Non solo per i problemi mondiali legati all’irruzione del conflitto identitario e religioso, dove la teologia planetaria della Chiesa reclama il suo ruolo di tutela globale. Si aggrava perché che salta la cultura sociale del cattolicesimo italiano, argine laico e di massa alle pressioni della Chiesa. Dopo il crollo infatti del popolarismo dc, il cattolicesimo politico è immediatamente esposto al richiamo Vaticano, che ai cattolici si riferisce uti singoli e non come forza politica autonoma. A questo punto è la nuova destra che salta in groppa al fondamento religioso, con un mix di decisionismo e integralismo (cinico e all’italiana). E la sinistra? Incerta anch’essa sul suo laicismo ed ecumenicamente dialogante, dinanzi a un Papa che reputa il dialogo inamissibile e fomite di Relativismo. Perciò consigliamo a questa sinistra la lettura del Vocabolario di Fochi. Contiene molte vitamine per la sua smorta identità.

mercoledì 11 febbraio 2009

Lite per crocifisso in aula, prof. rischia licenziamento

Lite per crocifisso in aula, prof. rischia licenziamento
Docente di Terni davanti al Cnpi, Cobas: Attacco discriminatorio

Roma, 11 feb. (Apcom) - Ha deciso in nome della "libertà di insegnamento e religiosa" di svolgere le proprie lezioni senza il crocifisso in aula, sulla parete alle spalle della cattedra, ma per i contrasti seguiti con colleghi e preside potrebbe essere licenziato. Protagonista della vicenda è Franco Coppoli, docente dell'Istituto professionale per le scienze sociali 'Casagrande' di Terni, esponente locale del sindacato Cobas scuola, che oggi a Roma sarà ascoltato dal Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione (Cnpi), l'ufficio ministeriale che formula pareri vincolanti su contenziosi che riguardano "casi culturali e didattici" o di disciplina.

Il caso è scoppiato nei mesi scorsi, poco dopo l'inizio dell'anno scolastico, quando una rappresentanza degli alunni ha stabilito a maggioranza che nelle aule dovessero apparire i crocifissi. Fino a quel momento, infatti, i locali dell'istituto ne erano privi. A quel punto Coppoli si è rivolto al preside Giuseppe Metastasio, chiedendo spiegazioni, e questi ha raccontato della decisione degli studenti.

Contrario alla disposizione, il professore ha trovato un compromesso con i ragazzi: durante le sue lezioni avrebbe staccato il crocifisso, rimettendolo al suo posto a conclusione degli insegnamenti. Il giorno successivo, però, ha trovato il simbolo religioso avvitato al muro con un anello, in modo che fosse difficile rimuoverlo: "Coppoli ha deciso lo stesso di svitarlo, ed è allora che sono nati i problemi", racconta oggi Nicola Giua, dell'esecutivo dei Cobas scuola, che accompagnerà il docente al Cnpi.

Coppoli è entrato in contrasto con altri docenti, in particolare con il preside, sono volate parole grosse, qualche accusa di troppo, e alla fine la sua condotta è stata denunciata al Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione: "In Italia è il primo caso del genere e bisogna ricordare che non esiste alcuna norma che preveda l'obbligo del crocifisso in aula", spiega ancora Giua. Per il leader nazionale dei Cobas scuola Piero Bernocchi invece "l'ordine del dirigente scolastico di non rimuovere il crocifisso e la minaccia di provvedimenti disciplinari si configurano come atti discriminatori sul luogo di lavoro", mentre "l'attacco discriminatorio a Coppoli si inserisce in un quadro caratterizzato dalle sistematiche ingerenze della chiesa cattolica nelle vita politica italiana".

Se dovesse essere giudicato 'colpevole', secondo i regolamenti in vigore il docente rischia quattro diverse tipologie di sanzioni: la sospensione fino ad un mese, la sospensione fino a sei mesi, la sospensione oltre sei mesi e la destituzione.

Le funzioni del Cnpi, istituito nel 1974 e modificato negli anni, sono state aggiornate dal precedente ministro dell'Istruzione Giuseppe Fioroni, che in questi casi ha reso i pareri non più vincolanti ma solo obbligatori: il Consiglio, cioè, emetterà una propria sentenza, ma sarà poi il direttore scolastico regionale (in questo caso dell'Umbria) a decidere sull'applicazione del dispositivo.

La riunione al Cnpi è fissata oggi alle 15.30: il Consiglio deciderà entro la giornata, ma ci vorranno 10-15 giorni per conoscere verdetto e motivazioni.

martedì 10 febbraio 2009

Farmacista obiettore: denunciato

Farmacista obiettore: denunciato

Corriere della Sera - ed. Roma del 10 febbraio 2009, pag. 1

di Lavinia di Gianvito

Ha rifiutato di vendere la pillola del giorno dopo ed è finito sul registro degli indagati con l`accusa di omissione d`atti d`ufficio. L`indagato è un farmacista di via degli Ammiragli, all`Aurelio, che ha motivato il «no» con l`obiezione di coscienza. Ma la cliente - una ragazza - si è rivolta alla ginecologa che le aveva prescritto il farmaco, Lisa Canitano, presidente dell`Associazione Vita di Donna. Ed è stata proprio la ginecologa, insieme ad Alessandro Capriccioli, dell`associazione Luca Coscioni, a denunciare il rifiuto del farmacista. Era il 22 novembre, un sabato, verso mezzanotte: «Ho portato in farmacia un`ulteriore ricetta - ha raccontato qualche giorno dopo Canitano - e una copia della dichiarazione dell`Ordine dei farmacisti secondo cui il diritto all`obiezione di coscienza non è riconosciuto alla categoria. Nonostante abbia consegnato questi documenti, il farmacista ha continuato a rifiutarsi». Quella sera la ginecologa ha pure chiamato la polizia, ma non c`è stato nulla da fare. Eppure la posizione della Federazione degli Ordini dei farmacisti è chiara: «I farmacisti - ha ribadito il presidente, Giacomo Leopardi - sono obbligati a consegnare nei tempi più brevi possibili il medicinale. L`obiezione di coscienza non è prevista». Altre due volte il rifiuto di dare la pillola dei giorno dopo è finito a piazzale Clodio. Con denunce contro il San Giovanni e il Sant`Eugenio. Finora nessuna indagine è sfociata in un processo, ma solo perchè la procura non è riuscita a individuare i medici che hanno rifiutato la pasticca. Nessuno dei magistrati che ha esaminato i fascicoli (due pm e due gup) ha sostenuto la validità dell`obiezione di coscienza. Una posizione che, se confermata, potrebbe dare a quest`ultima indagine un esito diverso.

Credeva nello Stato laico e non si è mai arreso

Credeva nello Stato laico e non si è mai arreso

Il Giorno del 10 febbraio 2009, pag. 5

di Roberto Pazzi

Giuseppe Englaro, detto Beppino, e Joseph Ratzinger, Benedetto XVI. Non , c’è dubbio che sia sorprendente il duello di valori a cui l`Italia ha assistito in questi giorni. Perché il minuto, fragile uomo, che da Udine ha difeso la libertà della figlia Eluana di uscire da un corpo diventato carcere da 17 anni, più passava il tempo più appariva ergersi come eroica icona, opposta a quella del maestoso uomo vestito di bianco che appare alla finestra del palazzo di Roma. Da una parte la maestà della libertà di coscienza, della fedeltà al diritto, secondo una concezione laica dello Stato, che è la casa di tutti e di tutti dev`essere spazio, anche di chi non crede nella Chiesa. Dall`altra la solenne maestà del vicario di Cristo, punto di riferimento di milioni di coscienze cristiane che in buonafede difendono fino agli estremi limiti la vita, nel rifiuto dell`eutanasia. I sondaggi di Mannheimer più recenti hanno rivelato quale immensa forza di trascinamento abbia avuto il piccolo Beppino, col suo esempio di coraggio, col suo sassolino lanciato contro il gigante. Il 47 % a favore della sua decisione di liberare Eluana, il 47 % contrario a quel che stava facendo l`équipe di medici di Udine. Il Paese cresce, non è più a maggioranza cattolica, o comunque non accetta più supinamente che la Chiesa cattolica intervenga in modo così pesante nelle sue decisioni politiche interne. Forse qualcuno in Vaticano si sarà pentito di tanta insistenza e oltranzismo sulla questione? Non possiamo non rimpiangere l`assenza di uomini politici al vertice dello Stato, della saggezza di Alcide De Gasperi, un credente che sapeva contenere le ingerenze della Chiesa, ai tempi di un papa della forte tempra di Pio XII. Nella nostra epoca, le cose di fede sono cose di coscienza individuale, che in quell`ambito vivono e si dibattono. Insistere a volerle tradurre su un piano politico in leggi oggi sortisce l`effetto di danneggiare chi accarezzi il sogno di far rivivere tempi in cui Inquisizione e Indice regolavano la vita pubblica. Ci si lamenta da varie parti che Giuseppe Englaro non abbia in silenzio e senza tanto rumore fatto staccare le macchine che tenevano in vita la figlia. Ma sta qui la grandezza di questo piccolo uomo, aver rifiutato una certa ipocrisia cattolica di questo Paese, e aver fatto della propria battaglia personale una battaglia laica di civiltà, a vantaggio di tutti noi.