lunedì 5 gennaio 2009

Il Vaticano e le leggi

Il Vaticano e le leggi

Corriere adriatico del 5 gennaio 2009, pag. 1

di Fulvio Cammarano

Finalmente una buona notizia: l’anno si apre con una positiva novità nell’ambito delle relazioni internazionali. Lo Stato della Città del Vaticano, dal 1° gennaio, ha mandato in soffitta la vecchia legge risalente al 7 giugno 1929, con cui il minuscolo stato recepiva automaticamente le leggi italiane. In sostituzione di quella ce n’è una nuova sulle fonti del diritto, approvata lo scorso ottobre da Benedetto XVI. Mentre nella legge precedente – scrive l’organo ufficiale della santa Sede, “L’Osservatore Romano” – operava una sorta di recezione automatica che si presumeva come regola, solo eccezionalmente rifiutata per motivi di radicale incompatibilità con l’Ordinamento canonico, nella nuova disciplina si introduce la necessità di un previo recepimento da parte della competente autorità vaticana. Insomma, mentre noi continuiamo a prendere atto di quanto deliberato in Vaticano (vedi ad esempio le decisioni della Sacra Rota), il Pontefice non si fida più delle nostre leggi e prima di considerarle proprie ci vuole guardare dentro con più attenzione.

Il Vaticano, inoltre, controllerà la compatibilità morale anche dei trattati internazionali sottoscritti dall’Italia, prima di considerarli conformi alle posizioni della Santa Sede. Tutto ciò era già avvenuto in qualche caso. Tuttavia, l’importanza di questa drastica presa di posizione va letta nel più generale contesto del nuovo protagonismo politico della Chiesa cattolica. Chi vuole giocare un ruolo di primo piano non può certo subire passivamente il dettato legislativo di un Paese che da troppo tempo arranca in materia di coerenza e stabilità legislativa, sia dal punto di vista del contenuto sia da quello della forma. Le leggi italiane, secondo “L’Osservatore”, sono troppe, mutevoli e spesso contraddittorie tra loro, per non parlare di quelle norme che di fatto contrastano con la morale cristiana. Gli argomenti addotti, come si vede, non sono certo campati in aria: la nostra legislazione, da tempo, non è un modello di chiarezza e coerenza e dunque appare del tutto legittimo che lo stato “pontificio”, per quanto peculiare possa essere la sua collocazione geografica e il percorso storico, voglia rinunciare a ottant’anni di tradizione per riacquistare la propria libertà. Non dimentichiamo infatti che il grande dissidio tra Stato italiano e Chiesa cattolica, dopo la breccia di Porta Pia, è sorto proprio dall’urgenza rivendicata da tutti i Papi, a cominciare da Pio IX, di avere una totale indipendenza territoriale: il potere spirituale, secondo la convinzione dei vertici cattolici, si può esercitare solo in presenza del concreto esercizio di quello temporale. Il fatto che dal 1929 ad oggi tale potere si sia presentato come un pro forma, nulla toglie alla sua sostanza efficace: il Papa è tale solo in quanto Papa re.


Il concordato fascista sembrava aver messo la sordina a questo principio. Paolo VI, poi, aveva persino benedetto i bersaglieri il cui ingresso nella Città Eterna aveva tolto alla Chiesa il fardello del potere temporale. Si è trattato di un’illusione, poche pagine di storia nel millenario percorso della Chiesa. Il presidente del tribunale del Vaticano, Giuseppe Dalla Torre, ha invece ricordato a tutti ciò che molti preferivano ignorare: “essendo la Città del Vaticano uno Stato indipendente e sovrano, può modificare tutte le sue leggi come vuole”. Ratzinger, quindi, non solo è nel suo diritto quando rivendica tale autonomia legislativa, ma compie, a mio avviso, anche una meritoria opera di chiarificazione in un campo in cui i governi italiani si sono spesso mossi con imbarazzo. Una chiarificazione che, stranamente, è stata contestata proprio da Marco Pannella, da sempre in prima fila nelle lotte dell’Italia laica. Credo, invece, che tutti debbano rallegrarsi che si vada, dal punto di vista degli ordinamenti e dei rapporti istituzionali, verso una più netta separazione tra Italia e Vaticano. Un po’ alla volta, non ci sono dubbi, il Vaticano comincerà a mettere in discussione, vista la timidezza dei nostri governanti in merito, anche i molti privilegi e le numerose franchigie di cui gode grazie al, sinora, troppo stretto e sbilanciato rapporto con lo Stato italiano. Vantaggi e favori che indubbiamente umiliano il desiderio di autonomia del piccolo Stato Oltretevere.

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