martedì 26 agosto 2008

Bioetica, a chi spetta decidere?

l’Unità 26.8.08
Bioetica, a chi spetta decidere?
Di fronte alle continue ingerenze nelle libertà dei cittadini si assume che l’etica religiosa abbia «una marcia in più» e si trascura la presenza di voci laiche e indipendenti

Se proviamo a fare il punto sulle politiche pubbliche riguardo ai cosiddetti temi eticamente sensibili lo scenario è sconfortante per chi creda nell’importanza dei valori laici e secolari. Viviamo in un Paese a sovranità (morale) limitata e come cittadini siamo oggetto di continue ingerenze nei nostri stili di vita da parte di autorità o istanze di ordine religioso e confessionale. La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, non rinunciando all’idea che solo uno sia il modo naturale e consacrato di avere figli, è più un elenco di divieti che uno strumento di garanzia e regolamentazione degli accessi. L’idea da Torquemada di una moratoria dell’aborto spacciato per omicidio ha fatto fiasco, ma quella di un “tagliando” restrittivo alla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza è lì sempre pronta al decollo. I genitori di Eluana Englaro, nonostante due pronunciamenti giudiziari favorevoli alla volontà della figlia di non essere tenuta in vita nell'eventualità fosse caduta, come poi accadde, in stato vegetativo permanente, sono costretti per l’ennesima volta ad attendere gli esiti dei ricorsi promossi dalla Procura Generale di Milano e dal Parlamento che con fervore degno di miglior causa cercano di opporsi alle due sentenze. È poi bastato ventilare l’ipotesi che con la loro approvazione si sarebbero aperte le porte all’eutanasia che undici progetti di legge sul Testamento biologico sono stati affossati nella precedente legislatura; gli annunci di una ripresa del dibattito e dell’approvazione di una legge in materia per la fine dell’anno devono fare insospettire, perché sembrano solo un modo per mettere la mordacchia a una magistratura indipendente che interpreta norme e leggi già esistenti (caso Englaro docet) per tutelare diritti di libertà e di autodeterminazione costituzionalmente garantiti. I “patti di unione civile” (Dico, Pacs, Cus) sono da tempo sul viale del tramonto, consegnati a difesa della unicità della famiglia e del matrimonio alla mera curiosità degli storici. Riguardo alla Ru 486, la pillola che consente l’aborto chimico, nonostante l’Agenzia italiana del Farmaco abbia espresso parere favorevole alla sua commercializzazione anche in Italia, per una ragione o l’altra slitta di continuo l’atto autorizzativo finale. Usufruire della “pillola del giorno dopo” continua a essere per molte donne una corsa a ostacoli a causa di quei medici - ultimi quelli del Sannio - che, spacciandola per pillola abortiva, oppongono obiezione di coscienza alla sua prescrizione. Il Comitato Nazionale di Bioetica e il Consiglio Superiore di Sanità, in nome della sacralità della vita umana, si sono espressi per rianimare sempre e comunque infanti nati a bassissima età gestazionale, anche senza o contro il parere dei genitori e nonostante la previsione di vite segnate in futuro da gravi handicap e acute sofferenze.
Ultimo in ordine di tempo è l’attacco sferrato da un gruppo di neonatologi e ginecologi vicini al movimento Scienza e Vita e ad Avvenire, il quotidiano della Cei, contro la diagnosi prenatale (amniocentesi e villocentesi), accusata tra l’altro di fare da battistrada ad una società “eugenetica” che avrebbe in disistima i disabili e i genitori che decidessero, nonostante una diagnosi infausta, di farsi carico del prodotto del concepimento.
Al fondo di tutti questi tentativi di restringere opportunità e diritti sta un unico progetto: limitare e comprimere il più possibile la sovranità degli individui sul proprio corpo e sugli atti che all’uso del corpo conseguono. Esemplare al proposito proprio il tentativo di scoraggiare, complicandolo, l’accesso delle donne gravide alla diagnosi prenatale, una tecnica che, pur tra qualche rischio tipico di tutti gli atti medici, sottrae la nascita al caso e al mistero e rafforza la libertà di scelta riproduttiva. L’idea dei proponenti è di non dichiarare conclusa la diagnosi prenatale senza la previsione (o l’obbligo?) di una consulenza post-diagnostica da parte di uno specialista così da stimolare la donna a portare comunque a termine la gravidanza…
Di fronte a queste continue ingerenze nelle libertà dei cittadini in nome di astratte ideologie, lo sconcerto non viene solo dal constatare l’arrendevolezza o la sfiducia del Legislatore riguardo alla possibilità di far valere principi morali autonomi dai decreti delle autorità confessionali o dai pregiudizi e dai tabù antiscientifici. Lo sconcerto viene dal fatto che si dà fatalisticamente per scontato che le cose debbano andare così. Si assume direttamente o indirettamente l’idea (che già fu di un ex autorevole primo ministro della Repubblica) che l’etica religiosa - e quella cattolica in particolare - abbia una “marcia in più” e sia forse l’unica o comunque più prestigiosa voce capace di esprimersi su temi di grande rilievo morale. Si trascura che in Italia non mancano affatto voci ed elaborazioni autonome e indipendenti dall’etica religiosa, tutte ispirate a una linea di pensiero che fa leva su valori secolari come la tolleranza e la centralità dell’autodeterminazione degli individui in merito a decisioni che riguardano le loro proprie vite. Ignorare queste voci (e soprattutto i loro argomenti) significa ridurre le questioni bioetiche - che sono questioni eminentemente private, interessando il singolo individuo e le ricadute che gli atti di cura e di rifiuto delle cure hanno su di sé - a questioni di biopolitica, e soprattutto di una biopolitica nutrita di principi religiosi. Con tali principi si suole ripetere che i processi vitali sono indisponibili, che nascere malati e danneggiati è un sacro verdetto della natura e perciò è arrogante volerlo rovesciare, che il cittadino medio è sempre un po’ inetto e impreparato a affrontare materie così delicate, che la volontà individuale è “mobile” e inaffidabile, che meglio è affidarsi a esperti che intrattengono relazioni speciali con autorità morali superiori ecc. Il risultato che si ottiene è espropriare le persone della loro responsabilità decisionale.
Sarà difficile che il ceto politico italiano contribuisca alla modernizzazione del nostro Paese se non decide come affrontare, nel complesso, la cosiddetta “questione cattolica”. Anche l’intellettualità dovrà fare la sua parte. Alcune ispirate sirene della provincia filosofica italiana annunciano ad esempio acriticamente e con entusiasmo l’avvento di una società “post-secolare” prima ancora che nel nostro Paese si sia compiuta una effettiva, primaria, elementare secolarizzazione delle istituzioni. La posta in gioco è alta: si tratta di decidere a quale autorità fare riferimento nelle questioni bioetiche, se a quella laica di uno Stato di diritto che cerca al suo interno di contemperare l’esercizio di tutti gli orientamenti di valore, o a quella di uno Stato etico (e teocratico) che impone a tutti il modo di comportarsi che solo una tradizione religiosa ritiene giusto. Frange di opinione pubblica più informate, indocili e combattive riusciranno nell’impresa che sembra preclusa alla classe politica?
Dipartimento di Filosofia Università di Pisa - Consulta di Bioetica, Pisa

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