giovedì 2 ottobre 2008

La Chiesa in armi. Il Vaticano sul sentiero della guerra giusta

La Chiesa in armi. Il Vaticano sul sentiero della guerra giusta

di Alfonso Botti

Il Manifesto del 18/09/2008

Tra encicliche e discorsi, l operato dei pontefici che non hanno mai del tutto rinunciato alla legittimazione religiosa dei conflitti bellici. Un percorso di lettura a partire da un saggio dello storico Davide Menozzi

L'errore più grave in cui si cade a proposito della Chiesa cattolica è di non coglierne la dimensione storica, il suo divenire e trasformarsi nel tempo. Si finisce così, quasi inavvertitamente, anche in materia di diritti umani, di pace e guerra, per scivolare nell'anacronismo di pensare che la Chiesa sempre abbia difeso i diritti umani, sostenuto sempre gli organismi di mediazione internazionale e sempre lavorato a favore della pace. Tali posizioni, tra l'altro non ancora completamente assestate (come rivela il Catechismo del 1992, dove si ribadisce la validità della dottrina della «guerra giusta» e la possibilità di ricorrere alla violenza militare per la tutela del bene comune), sono invece il risultato di un tortuoso cammino nel quale mai (o quasi) la gerarchia ecclesiastica è stata alla guida del cambiamento, andando a rimorchio della lungimirante ricerca e attività di singoli credenti, gruppi e minoranze spesso invise ai guardiani dell'ortodossia e spesso anche a rimorchio di quella cultura laica e di quegli istituti secolari condannati e poi costantemente avversati. Questo il principale merito dell'ottimo saggio di Daniele Menozzi ( Chiesa, pace e guerra nel Novecento. Verso una delegittimazione religiosa dei conflitti , Il Mulino), docente di storia contemporanea alla Scuola Normale di Pisa e, assieme a Giovanni Miccoli e Guido Verucci, principale rappresentante di quella corrente che ha fatto dell'approccio critico, scientifico e non apologetico alla storia della Chiesa la principale cifra della propria ricerca storiografica.

Rifiuto della modernità
Il volume prende le mosse dal passaggio sulla nonviolenza contenuto nel discorso pronunciato da Benedetto XVI il 18 febbraio 2007 all' Angelus . Un passo nel quale la nonviolenza è definita come comportamento non meramente tattico, ma come modo di essere vincolante per i credenti. Lo spunto è anche il punto d'arrivo di una stringente analisi, che si dipana dall'ascesa al soglio pontificio di Benedetto XV alla vigilia della «Grande guerra», mossa da un duplice scopo: da una parte ricostruire il contraddittorio cammino che ha portato la Chiesa a prendere le distanze dalla legittimazione religiosa dei conflitti; mostrare, dall'altra, motivi e retaggi che ne hanno appesantito il cammino. Ragioni e retaggi individuati nell'ancoraggio al pensiero intransigente e a quel progetto di cristianità in base al quale la Chiesa si è rapportata al mondo dalla Rivoluzione francese in poi. Uno schema in base al quale la Chiesa ha tradizionalmente interpretato la guerra come una punizione per l'apostasia della società moderna, attribuendole una funzione catartica (da cui la lettura provvidenzialistica dei conflitti), stabilito un nesso tra ristabilimento della pace e «ritorno del pontefice a un ruolo direttivo nella vita internazionale» e fissato l'obbligo di obbedire alle decisioni in materia bellica assunte dai governi, in quanto presumibilmente dotati delle informazioni necessarie a operare per il bene comune («principio di presunzione»). Si tratta di uno schema al quale non si sottrae il pontificato di Benedetto XV, la cui Nota dell'agosto 1917 sull'«inutile strage» Menozzi riporta nel suo giusto contesto, rendendone comprensibile il vero significato. Come potevano i cattolici combattersi nel nome dell'unico Dio e del comune riferimento all'autorità pontificia? E come poteva il pontefice schierarsi a sostegno dell'uno o dell'altro? I cattolici di entrambi i fronti, infatti, legavano l'affermazione della propria parte al trionfo degli ideali di restaurazione cristiana propugnati dal papa. Il quale vi rimase imbrigliato, non potendo far altro che deprecare gli eccessi, auspicare azioni umanitarie e proporre la propria mediazione. Uno schema ribadito da Pio XI, il cui pontificato costituisce la cornice per significative conferme e importanti dibattiti sullo sfondo di avvenimenti decisivi per la storia del XX secolo: dalla nascita della Società delle Nazioni alle guerre d'Africa e di Spagna, passando per l'avvento al potere del fascismo e del nazismo. Note le diffidenze della Santa Sede di fronte alla Società delle Nazioni, Menozzi ne chiarisce cause, risvolti e conseguenze, fino alla sfiducia manifestata da Pio XI sulla possibilità di regolamentare le controversie tra gli stati per via politico-diplomatica prescindendo dal ruolo che poteva svolgere la depositaria della rivelazione divina; ruolo che aveva svolto nel Medioevo in «quella vera società delle nazioni che fu la cristianità» (enciclica Ubi arcano del dicembre 1922). Di contro, negli stessi anni qualche smagliatura veniva a mostrarsi tra gli intellettuali e sulle riviste cattoliche, oggetto della ricerca assieme all'insegnamento del magistero. In Svizzera, Francia, Belgio e Olanda, tra le due guerre fiorivano iniziative tese ad avviare la collaborazione con la Società di Ginevra, a una qualche apertura verso l'obiezione di coscienza e, più in generale, al rinnovamento della tradizionale posizione cattolica in materia di «guerra giusta», mentre vari episcopati e lo stesso pontefice mettevano in guardia contro i pericoli insiti nel pacifismo, nell'antimilitarismo e nell'internazionalismo. Una sconfessione che rallentava il dibattito, consigliava il ripiegamento su posizioni più caute, frenando in definitiva la presa di coscienza di ampi settori cattolici, rendendoli meno vigili e quindi più disponibili a essere coinvolti nelle tragedie che sarebbero venute di lì a poco. Nella seconda metà degli anni Trenta, osserva Menozzi, «l'avvento del bellicismo nazista, il fallimento della Società delle Nazioni, la ripresa dell'iniziativa internazionalistica del comunismo» avrebbero indotto a guardare con preoccupazione alle esenzioni dal servizio militare. «Tuttavia tale esito - conclude su questo punto - era anche il risultato di un percorso interno alla cultura cattolica che aveva cercato di giungere, dopo i disastri del primo conflitto mondiale, alla delegittimazione religiosa della guerra». Un percorso che la gerarchia aveva sbarrato costringendo quanti volevano scindere guerra e cattolicesimo a percorrere altre strade.

Il documento di Friburgo
La principale fu quella imboccata da otto autorevoli teologi svizzeri, francesi e tedeschi, che nel febbraio 1932 pubblicarono Le problème de la moralité de la guerre , noto come documento di Friburgo. Assecondando la corrente «internazionalista» emersa frattanto nel cattolicesimo e avvallata dallo stesso Pio XI nel discorso per il Natale del 1930, il documento appoggiava la Società delle Nazioni, dichiarava illecita la guerra che si fosse sottratta all'arbitrato degli organismi internazionali e si soffermava sulle caratteristiche delle armi contemporanee che, per portare non all'annientamento di un esercito, ma di nazioni intere, era considerata estranea «all'ambito della ragione». Non solo. Il ricorso alla guerra per legittima difesa era circoscritto alla necessità di rispondere a un'ingiusta aggressione ed era da considerarsi lecita solo dopo aver espletato le possibilità di ricorso a un arbitrato internazionale. Del documento di Friburgo l'autore ricostruisce la fortuna attraverso un'ampia ricognizione che gli consente di metterne in luce la modesta capacità d'incidenza, per il parallelo accresciuto timore per la minaccia comunista e per lo slittamento di molti vescovi francesi e tedeschi soprattutto verso posizioni patriottiche e di «giusto nazionalismo». Sicché alla metà degli anni Trenta la tradizionale dottrina della «guerra giusta», scalfita dalla riflessione teologica della prima metà del decennio e apparentemente recepita nel discorso del Natale 1934, nel quale il papa aveva parlato della «impossibilità morale» di una nuova guerra, poteva essere riproposta per le esigenze politiche della Santa Sede, dal magistero nella sua interezza, in occasione della guerra d'Etiopia. Menozzi si sofferma sull'esaltazione bellicista che ne seguì e sulla dilatazione della nozione di «guerra giusta» che gli obbiettivi dell'abolizione della schiavitù e dello sbocco alla presunta esorbitante pressione demografica, resero possibile. Un arretramento che sarebbe poi stato confermato dall'atteggiamento della Santa Sede di fronte al conflitto spagnolo del 36-39, dal Code de morale internationale (1937) preoccupato della moralizzazione dei conflitti anziché della loro incompatibilità con il cristianesimo, dal rilancio della dottrina della «guerra giusta» operato da La Brière ( Le droit de juste guerre , 1938) e da altri. Né si registrava un cambiamento con l'ascesa al soglio pontificio, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, di Pio XII, che fin dall'enciclica programmatica Summi pontificatus si attestava sulla tradizionale interpretazione della guerra come conseguenza degli errori moderni e della «laicizzazione della società». Un'interpretazione impotente di fronte al riarmo delle nazioni e dei cattolici, appesantita per giunta dal discorso ai dirigenti dell'Azione cattolica del settembre 1940 con cui il papa esortava gli iscritti, per amore di patria, «a dare per essa anche la vita, ogni qual volta il legittimo bene del paese riecheggia questo sacrificio».

Da Hiroshima al Vietnam
Il volume tratta poi del ritardo con cui gli ambienti ecclesiastici romani reagirono alle bombe atomiche su Hiroshima, Nagasaki e dei silenzi del pontefice al riguardo, condizionati dalla preoccupazione per la minaccia sovietica. Esamina il riemergere del dibattito sull'obiezione di coscienza e la breccia che presso alcuni cattolici europei aprì l' Appello di Stoccolma per il disarmo e la rinuncia delle armi atomiche, lanciato nel marzo 1950 dal Consiglio mondiale dei partigiani della pace. Affronta, con particolare attenzione alla lotta di liberazione algerina, le guerre coloniali e il diritto di rivolta delle popolazioni indigene che, pur fondato sulle categorie tomiste dell'insurrezione contro il tiranno, stentò a essere riconosciuto a causa del pregiudizio eurocentrico, che se da una parte continuava a fornire legittimazione religiosa alla guerra, dall'altra la negava alla guerra di liberazione. Affronta lo snodo decisivo rappresentato dalla Pacem in terris (1963) di Giovanni XXIII mostrando come, pur fortemente ridimensionata, l'idea che esistesse una «guerra giusta», sopravvisse al pontificato giovanneo per essere ribadita nel documento conciliare Gaudium et Spes di Paolo VI, di cui esamina la posizione di fronte alla guerra del Vietnam. Minori le pagine dedicate al lunghissimo regno di Wojtyla per il brevissimo lasso di tempo intercorso tra la sua fine e il presente nel quale lo storico si colloca per interpretarne il significato. Una mancanza di prospettiva che si aggiunge alla mancanza di fonti archivistiche e alla scarsità di studi preliminari. Pur con queste cautele, la lettura attenta delle encicliche e dei discorsi di Giovanni Paolo II, consente a Menozzi di considerare il suo magistero come ripresa, con alcune variazioni, della tradizione intransigente. Ripresa, per la reiterata convinzione che solo il perseguimento dell'ordine voluto da Dio potrebbe salvare il mondo contemporaneo dalla distruzione per la minaccia nucleare e portare a una pace autentica. Da cui anche la richiesta che la legislazione civile recepisca le regole della morale cattolica e la sua specifica concezioni dei diritti dell'uomo. Le variazioni individuate consistono nella rinuncia all'interpretazione provvidenzialistica dei conflitti e nell'estensione alle altre chiese cristiane e altre religioni non cristiane della capacità di interpretare quei valori spirituali dal cui riconoscimento dipende la pace. Non solo. L'autore scorge un'importante evoluzione nell'ulteriore restrizione delle condizioni di applicabilità del principio della «guerra giusta» operata da Wojtyla (grazie all'aggiunta di una fattispecie, quella di guerra preventiva) e soprattutto nel rifiuto della guerra santa, espresso in occasione del giubileo del 2000, in cui invitò al pentimento anche per la giustificazione religiosa della guerra. In conclusione un apporto storiografico imprescindibile e un modello per il lavoro di ogni storico che contrasta i semplicismi e le semplificazioni oggi in voga.

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