martedì 16 dicembre 2008

Aborto, la pillola indigesta al governo

Aborto, la pillola indigesta al governo

Il Manifesto del 16 dicembre 2008, pag. 6

di Eleonora Martini

Il governo ci aveva quasi rinunciato a fermare l’arrivo anche in Italia della pillola abortiva Ru486.

Ma, incalzata dal Vaticano, la pasionaria pro-life Eugenia Roccella, sottosegretaria al Welfare, si fa sotto di nuovo e fa l’ultimo tentativo. Se ci sarà riuscita o meno lo sapremo presto, forse oggi stesso. E’ prevista infatti per questa mattina l’ultima riunione della Commissione tecnico scientifica dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) che dovrà dare il via libera definitivo alla registrazione italiana del farmaco a base di mifepristone, usato principalmente per rendere meno rischiosa e dolorosa l’interruzione di gravidanza, sia quella volontaria ammessa dalla legge 194 entro il primo trimestre, sia quella terapeutica. Un sì che non dovrebbe essere in discussione, soprattutto perché già nel febbraio scorso la Commissione aveva autorizzato l’iter finale per il mutuo riconoscimento del Mifegyne - è il nome commerciale del farmaco prodotto dalla casa francese Exelgyn - essendoci già stata l’approvazione da parte dell’agenzia europea. Subito dopo occorrerà che la Commissione prezzi e rimborsi stabilisca alcuni dettagli e poi, come ha raccontato alle agenzie il direttore generale dell’Alfa Guido Rasi, l’ok definitivo arriverà dal Cda dell’organismo che sì riunirà probabilmente il 18 dicembre prossimo. Così, se non ci saranno altri intoppi, nei primi mesi del 2009 la pillola Ru486 potrà essere somministrata anche in Italia, ma solo negli ospedali anche se c’è chi in prospettiva spera che possa essere prescritta anche nei consultori. Sarà così messa la parola fine ad una telenovela che dura almeno dagli anni ‘90 (quando la clinica Mangiagalli partecipò ai primi studi sulla materia) e che - per usare le parole del ginecologo radicale Silvio Viale, padre della sperimentazione italiana iniziata all’ospedale Sant’Anna di Torino nel 2005 - ha fatto sì che l’Italia arrivasse a questo traguardo medico «con un ritardo di 20 anni rispetto alla Francia e all’Inghilterra, e di 10 rispetto agli altri paesi europei e agli Stati Uniti».



«Non posso fermare la Ru 486 perché il parere favorevole dei medici dell’Aifa è arrivato già nel febbraio scorso quando l’agenzia era presieduta da Nello Martini e il ministero della Salute era retto da Livia Turco», aveva spiegato Eugenia Roccella domenica, quando è arrivato lo stop della Santa sede per bocca dei ministro della salute vaticano Javier Lozano Barragan. E allora l’ex portavoce del «Family day» ha tentato di riaccendere la polemica con una strada già battuta da altri suoi illustri predecessori - come i ministri della Salute Girolamo Sirchia e Francesco Storace, che emise inutilmente ben due ordinanze nel tentativo di bloccarla - e ha annunciato di volersi rivolgere alle autorità europee. «La pillola abortiva banalizza l’aborto», è l’allarme lanciato da Roccella. E, alle voci simili sollevatesi un po’ da tutto il Pdl, ieri si è aggiunta quella dell’associazione cattolica Scienza e Vita, secondo la quale siamo di fronte all’«ultimo anello di una serie di forme di banalizzazione dell’aborto, cominciata trent’anni fa e che oggi raggiunge il suo vertice». «L’unico modo per riaprire la valutazione medica del farmaco è passare per l’Europa, strada di cui sarà valutata la praticabilità», ha aggiunto Roccella apparentemente inconsapevole che nel resto del continente la Ru486 è già da tempo commercializzata. «Europa, questa sconosciuta», commenta incredula da Radio radicale Emma Bonino, alle parole della sottosegretaria. L’allarme sul rischio di «banalizzare l’aborto» è a presa rapida. Lo sa bene Amedeo Bianco, presidente della federazione degli ordini provinciali dei medici italiani (Fnomceo), che proprio per questo ieri è intervenuto nel dibattito ribadendo quanto scritto nel febbraio scorso in un documento ad hoc. «Questa è un’obiezione che fa presa, perciò necessita di una risposta: - spiega Bianco al manifesto - è evidente che nessuno pensa di poter banalizzare l’aborto tramite l’uso della Ru486, o pensarla come uno strumento faidate. Perché dietro la scelta di una donna ad abortire c’è tutto un percorso di libertà, responsabilità e autonomia riconosciuto dalla legge 194 e che prescinde dal metodo usato. Spero e mi auguro che si plachino le polemiche sui pericoli della pillola e sulla mortalità femminile, e che si lascino lavorare serenamente le autorità sanitarie che naturalmente conoscono e comunicheranno ogni eventuale rischio».


Ma chi nel Pdl e Oltretevere non si arrende, come l’ex femminista Eugenia Roccella, arriva ad accusare la Ru486 di essere «incompatibile con la legge 194, secondo la quale l’Ivg deve avvenire sempre nelle strutture pubbliche. La Ru486 riporta l’aborto in una sorta di clandestinità legale: dopo l’assunzione delle due diverse pillole, infatti, le donne in genere tornano a casa fuori dal controllo medico, anche laddove il protocollo chiede il ricovero in ospedale». «Non è vero - risponde Silvio Viale - dal 2005 ad oggi quasi 5 mila donne italiane hanno usato la Ru486 e quasi tutte sono tornate a casa dopo aver assunto la prima pillola e in attesa della seconda somministrazione che avviene comunque sotto controllo medico. E la cosa più pericolosa per loro è stata venire in automobile all’ospedale».

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