martedì 11 marzo 2008

L’ombra di una Seconda Controriforma

Corriere della Sera, 12/12/2005

L’ombra di una Seconda Controriforma
CATTOLICI & LAICI Si rimette in discussione il Concilio Vaticano II. E il mondo politico dimostra solo acquiescenza L’Italia di oggi come quella del Seicento: si rischia il controllo su corpo e coscienza

F ra le cose più istruttive che i lettori del Corriere hanno potuto leggere negli ultimi tempi, c’è stata la lettera (pubblicata lo scorso 29 novembre) con cui monsignor Bernard Fellay, superiore generale della fraternità sacerdotale San Pio X, ha inteso replicare a un intervento di Alberto Melloni (apparso il 22 novembre) sulla riforma della Messa dopo il Concilio di Trento. La Chiesa di Roma - ha sostenuto monsignor Bernard Fellay - potrà rimediare all’attuale crisi delle vocazioni sacerdotali e delle pratiche religiose soltanto se avrà il coraggio di gettare alle ortiche la nuova liturgia elaborata dal Concilio Vaticano II, per ritrovare l’antico tesoro della sua tradizione più genuina: il Messale di Pio V e, con esso, il «respiro dell’eternità» sapientemente raccolto dalla Controriforma cattolica. La prima tentazione sarebbe di liquidare un documento come questo con un’alzata di spalle, non riconoscendovi altro che il rigurgito di un’ecclesiologia tanto superata quanto minoritaria, alla monsignor Lefebvre. Ma questa è una tentazione da vincere. Forse, certe nostalgie per l’età della Controriforma sono diffuse nella Chiesa più di quanto si vorrebbe far credere; e vengono condivise da altissime gerarchie vaticane. E forse, dietro la nostalgia per il passato, sta una visione per il futuro: il progetto di una «Seconda Controriforma». Sicché - per meglio difendersene - gli italiani del 2005 farebbero bene a ripassare un po’ di storia moderna. Autorevoli studiosi hanno dimostrato una significativa evoluzione nella strategia della Chiesa cattolica tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Quando, grazie allo zelo del Sant’Uffizio, il rischio di un contagio protestante in Italia poté dirsi fugato, l’autorità ecclesiastica ritenne giunta l’ora non più dei roghi dei libri o delle carni, ma di una riconquista delle coscienze come dei corpi. Via via che la minaccia ereticale perse d’urgenza, inquisitori e confessori concentrarono i loro sforzi non più sulle idee, ma sui comportamenti dei fedeli traviati: le bestemmie, le superstizioni, l’uso improprio di immagini sacre, l’abuso dei sacramenti, i reati di natura sessuale. Da tribunale dell’eresia, l’Inquisizione si fece tribunale della moralità individuale e collettiva. Due furono gli strumenti di cui la Chiesa della Controriforma seppe attrezzarsi per conseguire lo scopo: l’uno fu la cattedra, l’altro fu il confessionale. La cattedra servì a riconquistare le coscienze. Grazie all’attivismo di nuovi ordini religiosi (soprattutto gli oratoriani e i gesuiti), i chierici rifondarono un rapporto con i laici a partire dalla scuola: rivolgendosi ai bambini. Quel po’ di alfabeto che i semplici imparavano nell’età moderna, lo appresero sui manuali di catechismo, come quello fortunatissimo del cardinale Bellarmino, la Dottrina cristiana breve perché si possa imparare a mente . Il confessionale (un arredo «inventato» dal cardinale Borromeo) servì invece a riconquistare i corpi. Grazie allo scrupolo pastorale sia del clero secolare, sia di monaci domenicani, francescani, cappuccini, la Chiesa prese a esercitare, attraverso il sacramento della «confessione auricolare», un controllo sempre più stretto sulla vita degli adulti: soprattutto delle donne, cui si impose di sussurrare, attraverso una grata, fatti e misfatti della loro vita d’alcova. Tutta questa è storia dell’Italia moderna, ma mutatis mutandis sembra fin troppo storia dell’Italia contemporanea. Che cosa fa il Papa di Roma, Benedetto XVI, quando inaugura a Milano l’anno accademico dell’Università cattolica del Sacro Cuore? Spiega che l’insegnamento - il pubblico come il privato - deve recuperare, di contro all’errore illuministico, il principio tomistico di un’armonia fra la ragione e la fede. Cioè progetta, a suo modo, una riconquista cristiana delle coscienze. Che cosa fa il presidente della Conferenza episcopale italiana, Camillo Ruini, quando interviene nel dibattito pubblico? Dopo avere invitato con successo a boicottare il referendum sulla procreazione assistita, esprime riserve intorno alla legge sull’aborto, o mette in guardia i cattolici dallo sposarsi con i musulmani. Cioè progetta, a suo modo, una riconquista cristiana dei corpi. Se questa è la linea dettata dal Santo Padre e dal presidente della Conferenza episcopale italiana, come meravigliarsi che il programma di una Seconda Controriforma vada quotidianamente trovando, dai vertici della Chiesa alla sua base, numerosi zelatori e nuovi terreni di battaglia? Ecco allora il prefetto della Congregazione dell’Educazione che si impegna a penetrare fin dentro l’inconscio dei giovani candidati al seminario, per escludere in loro ogni tendenza all’omosessualità. Ecco pedagogisti e insegnanti cattolici che si battono per giustapporre il creazionismo al darwinismo nella didattica delle scienze naturali. Ed ecco intellettuali cattolici che ricorrono a un epiteto impegnativo - «negazionisti» - per designare quanti osano mettere in dubbio la realtà delle apparizioni mariane... Lo scandalo non sta nel fatto che i credenti dicano, o facciano, questo e altro: è nel loro diritto, se non proprio nel loro dovere. Lo scandalo non sta neppure nel fatto che la cultura politica del centrodestra non vi trovi nulla in contrario: nella sua ricerca di «ascendenti» storici e culturali, Silvio Berlusconi ha provato da tempo a scomodare Alcide De Gasperi e - qualche giorno fa - perfino don Luigi Sturzo! Il vero scandalo sta nel fatto che la cultura politica del centrosinistra non trovi nulla da ridire: lasciando a una manciata di radical-socialisti lo smisurato compito di arginare da soli la fiumana della Seconda Controriforma che avanza. Ma anche qui, qualche elemento di spiegazione può venire, al di là della politique politicienne , da un’analisi storica di lungo periodo. Oggi, la sinistra italiana non paga soltanto la comprensibile esigenza del suo candidato premier di conservare un qualche rapporto con le gerarchie ecclesiastiche; né paga soltanto i percorsi individuali dell’uno o dell’altro suo leader, partito alla ricerca dell’Altissimo o già arrivato a destinazione. La sinistra paga oggi il dazio di tutta un’eredità - quella togliattiana e berlingueriana - che per cinquant’anni ha fatto del cattocomunismo il più blindato dei propri tesori. Così, nell’anno di grazia 2005, può succedere che i massimi dirigenti del centrosinistra respingano con orrore la semplice possibilità di includere nel loro programma una revisione dei poteri, dei privilegi, delle immunità garantite alla Chiesa dal Concordato. Ma può succedere anche qualcosa di più grave: che l’intera società politica italiana rischi di perdere - sul delicatissimo terreno del governo dei corpi e delle coscienze - ogni contatto con una società civile di gran lunga più sensibile e più evoluta. Questo è il pericolo che noi tutti corriamo, mentre ai vertici delle istituzioni repubblicane ci si ostina a presentare la laicità come laicismo, e ad agitare il fantasma di Zapatero quasi fosse la reincarnazione di Robespierre.

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