lunedì 21 giugno 2010

Don Gelmini prete molesto: processo per gli abusi in comunità

il Fatto 19.6.10
Don Gelmini prete molesto: processo per gli abusi in comunità
A giudizio per 12 episodi: le accuse dei ragazzi
di Enrico Fierro

Un brutto colpo per il prete che si fece cane feroce. Don Pierino Gelmini è stato rinviato a giudizio per molestie sessuali. Lo ha deciso il gup di Terni, Pierluigi Panarello, che ha contestato all’ex sacerdote (don Pierino è tornato allo stato laicale qualche anno fa) ben 12 episodi di molestie sessuali ai danni di ospiti delle sue comunità per recupero di tossicodipendenti. L’inchiesta, venuta alla luce nel 2007, scaturì da una serie di denunce. “Mi palpava, mi baciava e in più occasioni mi ha costretto ad atti sessuali", raccontò Michele Iacobbe, un passato nell’inferno della tossicodipendenza, il primo grande accusatore dell’ex prete. L’uomo era finito in carcere per una serie di reati compresa l'estorsione e la calunnia. "Mi ha rovinato, mi ha costretto a fare delle cose che non avrei mai voluto. Mi diceva: tagliati i capelli, dai lo faccio io che corti mi piacciono di più, dammi un bacio per favore". Alla Procura di Terni sfilano tanti testimoni, almeno una quindicina, tutti disposti a raccontare la loro “mala educacion”. Paolo Zanin, attore, è stato uno dei volti di Amarcord di Fellini, e scrittore, affida il suo racconto ai giornali. “Ho avuto a che fare con le voglie di don Gelmini tra il 1969 e il ’70, quando ancora abitava nella villa all’Infernetto”. Sentito dai magistrati, Zanin fa mettere a verbale la storia della sua vita di ragazzo sbandato, l’incontro con don Pierino, “che si atteggiava a monsignore”, e l’accoglienza, prima in una casa di Piazza Navona, poi nella villa alla periferia romana. I luoghi delle strane attenzioni del prete. Una brutta esperienza che l’ex ragazzo racconta nel libro Nessuno dovrà saperlo.
Accuse che don Pierino ha sempre respinto con forza, attaccando la magistratura e gli stessi vertici della Chiesa. "L'infamia non mi tocca", disse subito dopo l’inchiesta della procura davanti a trecento sostenitori, ex tossicodipendenti e i loro genitori che lo veneravano come un santo. "Pensavano di avere a che fare con un coniglio, invece hanno trovato un cane che morde. Io non mollo. Volevano prendersi la comunità". La chiusura con un amen e il poco ecclesiastico gesto dell’ombrello. Troppe dichiarazioni polemiche (“le accuse? Frutto della lobby massonica radical chic”), al punto che il suo legale, Franco Coppi, si vede costretto ad abbandonare la difesa. Don Pierino è stato sempre così, un vulcano, la sua è stata una vita piena di contraddizioni fin dall’inizio divisa tra fede, potere e mondanità. Quando la Chiesa dopo un lungo braccio di ferro accoglie la sua domanda di riduzione allo stato laicale, attacca il Vaticano. "Gli intrallazzi non sono fede. Bisogn Cristo non al cesaro-papismo. Perché qui siamo arrivati al punto in cui parliamo più del Papa che del Cristo". Una vita spericolata Gli esordi al fianco di un altro sacerdote discusso, don Eligio Gelmini, suo fratello. Era il prete in cachemire, amico dei calciatori e degli uomini di spettacolo, andava in tv e appariva spesso al fianco di campioni come Gianni Rivera. Altri tempi, tv in bianco e nero, vita a colori sempre in bilico tra la fondazione di comunità per il recupero di ex tossicodipendenti, e accuse di balletti rosa. È in questo ambiente che don Pierino muove i primi passi. Una villa a Roma, all’Infernetto, piscina, una Jaguar in garage e tre camerieri di colore. La bella vita viene interrotta da una serie di guai con la giustizia. Le accuse vanno dalla bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto e truffa. In quel periodo, fine anni Sessanta, don Pierino si spaccia anche per monsignore. La Chiesa tenta di sospenderlo a divinis, ma non ci riesce. Un breve esilio in Vietnam – anche qui con il contorno di accuse di truffa – poi il ritorno in Italia e l’arresto. Quattro anni di carcere, tutti scontati. Nel 1979 la folgorazione sulla via della lotta alle tossicodipendenze, don Pierino fonda la Comunità Incontro ad Amelia, Umbria, che nel giro di poco tempo diventa una vera e propria multinazionale: 164 sedi in Italia, 74 all’estero. E tanto potere.
Don Pierino gode dell’amicizia degli uomini che contano nel mondo dello spettacolo e della politica. Alle sue manifestazioni non mancano mai Gigi D’Alessio e Amedeo Minghi, lo psichiatra Alessandro Meluzzi, ex parlamentare di Forza Italia, diventa il portavoce della comunità, Silvio Berlusconi gli dona 5 milioni di euro per le popolazioni asiatiche colpite dallo tsunami, e poi Giovanardi, Gasparri. Fino a Gianfranco Rotondi che lo propone come sottosegretario per la lotta alla droga. “Se necessario chiederemo la dispensa al Vaticano”. Una vita così, dove la carità cristiana diventa business e potere, una figura contraddittoria che divide ancora oggi.
Amici e potenti
Chi non nutre alcun dubbio sulla figura di don Pierino, sono i suoi amici del palazzo. ''Nel prendere atto che nel corso dell'attività giudiziaria parte importante delle accuse nei confronti di esponenti della Comunità Incontro sono cadute, resto convinto che il giudizio confermerà che don Gelmini ha agito e agisce per difendere la vita di migliaia e migliaia di persone strappate alla droga e all'emarginazione in ogni parte del mondo. È una verità conosciuta da tanti e che alla fine troverà ulteriori conferme'', dice Maurizio Gasparri. ''Sono vicino all'amico Don Gelmini in questo difficile momento e gli auguro forza e salu continuare nella sua preziosa azione nella Comunità Incontro e per poter uscire a testa alta da questo processo'', è la frase che gli dedica un altro amico, Carlo Giovanardi. Gli altri, per il momento, tacciono.

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