domenica 11 novembre 2007

Ai tempi del Papa Re

Ai tempi del Papa Re
di Furio Colombo
Il caso Ici? Ci sarà un teologo non impegnato a far contenti i finti credenti, per dare un tono rispettoso alla discussione? O avremo di nuovo il tempo della messa all’indice, del pensiero laico giudicato «immorale»?
Qualcuno ricorda lo scorso 20 settembre? Quel giorno - anniversario della conquista di Roma, che ha cessato di essere capitale dello Stato Pontificio per diventare capitale d’Italia - i Radicali di Marco Pannella hanno invitato i cittadini a incontrarsi a Porta Pia, il luogo in cui le truppe italiane sono entrate nella “Città Santa” nel 1860. A molti sarà sembrata una inutile e dispettosa celebrazione di un passato morto e sepolto, una manifestazione simile e opposta a quella di anziani nobili che quello stesso giorno assistono ogni anno a una messa di cordoglio.Personalmente rimpiango di non essere andato a Porta Pia la mattina del 20 settembre. Ho saputo in questi giorni, nell’Aula del Senato, iniziando a votare la Legge finanziaria 2007-2008 della Repubblica italiana, che quell’evento non riguardava un’eco retorica del passato, non era una trovata retro. Riguardava i cittadini italiani di oggi, vicende politiche di cui siamo testimoni e che stiamo vivendo.Infatti, la mattina del giorno 7 novembre, quando è circolato fra i banchi di destra e sinistra l’emendamento 2/800 a firma dei senatori Angius, Montalbano, Barbieri che cancellava la esenzione degli immobili della Chiesa cattolica dal pagamento della tassa Ici se quegli edifici sono usati non per fini religiosi o di carità ma per scopi commerciali (nel lucroso parco turistico di Roma e intorno a Roma) subito si è levato da ogni parte dell’aula un forte vento di irritazione, di ostilità e anche di sdegno.Inutile ricordare che la fine di un simile privilegio (aprire un confortevole albergo a tariffe correnti e con una rete internazionale di contatti che assicura il flusso continuo di presenze) viene chiesto all’Italia dalla Commissione Europea per ragioni di violazione grave delle regole di concorrenza. Inutile ricordare che negli Stati Uniti provvede non il Parlamento, ma la denuncia del fisco all’autorità giudiziaria, a perseguire chi usa la religione (che è esente da tasse) a scopi commerciali (che non lo sono mai), ed è noto che seguono conseguenze gravi e condanne pesanti e tutt’altro che infrequenti, a chi ha usato la religione per coprire il commercio.Sono cose che accadono in tutto il mondo civile, democratico, rispettoso, in ambiti diversi, della religione e della legge. Persino in Messico e nelle Filippine.Ma non in Italia.E infatti nel Senato italiano è scattata una reazione ferma e istantanea, come se fosse in gioco un grave e vistoso problema morale con cui le persone perbene non vogliono avere niente a che fare. Il problema grave c’era, ma rovesciato. Si voleva stabilire che, di fronte alla legge, e dunque alle tasse, tutti i cittadini sono uguali, con gli stessi doveri.Invece è stato deciso, bocciando subito e in modo quasi unanime l’emendamento del diavolo (far pagare le tasse all’albergatore ecclesiastico) oppure astenendosi, che è bene, se non altro per prudenza, stare alla larga dalla tentazione blasfema.Conta, per capire e valutare l’evento, il contesto storico e politico di questi giorni.Sono giorni difficili, una società frantumata che stenta a trovare riferimenti unificanti e comuni. Un’Italia dove ogni gruppo o corporazione di interessi si scontra con un altro o contro i cittadini (negando di volta in volta assistenza, servizi, persino risposte che orientino). E in questo momento, in questa Italia, il Papa decide di incitare i farmacisti (notare: solo i farmacisti italiani) alla obiezione di coscienza, ovvero all’obbligo religioso di rifiutare ai pazienti “le medicine immorali”, benché regolarmente prescritte dai medici. Un’altissima autorità introduce un criterio estraneo a un Paese moderno, alla democrazia e contro la scienza. Il Papa comanda, dal suo altissimo pulpito, la disubbidienza civile ai responsabili di quel punto di raccordo e fiducia comune che sono le farmacie, ancora più rilevanti e delicate dei doveri d’ufficio di un pubblico ufficiale.È in queste condizioni che si è tuonato nel Senato italiano in difesa devota e assoluta della Chiesa cattolica italiana come se la Chiesa fosse minacciata da un Emiliano Zapata in agguato sulle colline di Roma, invece di essere implacabile e infaticabile parte che attacca, conquista e impone.Alla fine solo undici senatori, e chi scrive, hanno votato l’obbligo di far pagare le tasse alla Chiesa quando la Chiesa si occupa non di Religione ma di commercio. Dunque hanno votato come avrebbero votato deputati e senatori inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli, americani.Ha ragione il Cardinale Ruini: «la Chiesa vince». Per questo rimpiango di non avere almeno partecipato a quel simbolo mite di dignità italiana che è stato il ricordo radicale di Porta Pia.
* * *Perché rivangare oggi queste storie “anticlericali”?Una ragione è certo la svolta della Santa Sede che, per quel che riguarda l’Italia, ha deciso di scendere direttamente in politica. S’intende che il fenomeno della cosiddetta “ingerenza” vaticana nella vita politica italiana non dipende solo dall’irruenza vaticana (qualunque predicatore ha diritto di essere irruente) ma piuttosto dalla spontanea e volenterosa sottomissione italiana, una vera e propria corsa, dalle alte autorità ai cittadini prudenti, ad accettare tutto. Proprio per questo ricordare simbolicamente la data del 20 settembre per celebrare uno sdoppiamento dei poteri (potere temporale finalmente diviso dal potere spirituale) non è fuori posto e non è contro la Chiesa. Al contrario, tende a restituire alla Chiesa tutta la sua diversa autorità, presenza, competenza, fuori e lontano dal cortile della politica.Una riflessione sul 20 settembre, se fatta con un po’ di serenità ma anche con un po’ di coraggio (si rischia facilmente la stizzosa aggressività dei finti credenti) ci porta forse a dire che il 20 settembre ha liberato non solo Roma ma anche la Chiesa dal regno e dal governo pontificio, che era una maschera di ferro saldata sulla religiosità dei credenti e persino sulla cultura religiosa di coloro che, per tante ragioni, hanno interesse vero e profondo a inoltrarsi nel misterioso territorio della fede.Purtroppo un mare di finti credenti prendono continuamente la zelante iniziativa di portare il Papa in processione, una processione senza pace e senza sosta, dentro la politica, dentro le leggi, dentro la scienza, persino dentro le intricate e sgradevoli proteste fiscali. E ci sono anche pattuglie di veri credenti che pensano davvero, non saprei dire perché, che la processione anche un po’ fanatica dei finti credenti che spingono il Papa in ogni vicolo della vita pubblica e anche del comportamento personale e privato dei cittadini, giovi davvero alla fede.Giova, certo, alle conversioni di convenienza, molto frequenti nella vita politica italiana, dove essere visti vicino al Papa (qualunque sia la vita realmente vissuta) viene considerata una eccellente raccomandazione. Avete notato quante persone in vista, nell’Italia di questi giorni, confidano improvvisamente ai giornali conversioni e vampate di fede come se fossero materia di pubblico interesse?In tal modo la doppia scorta di finti credenti e di alcuni veri credenti priva il Papa e le sue parole e la sua predicazione, di vera attenzione, vero rispetto e vera discussione.La cultura cattolica, già così viva in un Paese che va da Don Milani a Padre Turoldo, da Pasolini al Cardinale Martini, da Giorgio la Pira a Don Ciotti, da Padre Balducci a don Puglisi, da Giovanni XXIII a Giovanni Paolo II, da Dossetti ad Alex Zanotelli (e stiamo parlando solo dell’Italia contemporanea, solo di pochi esempi) diventa una cultura del monologo senza risposte, di un Papa solitario, issato dai media sui cittadini muti tramutati in folla. E il monologo continua attraverso tutti i telegiornali, ora dopo ora, rete dopo rete, fino al punto assolutamente strano e bizzarro, di aprire con il Papa telegiornali nazionali in ore di massimo ascolto, in giorni e occasioni in cui non vi è alcun annuncio o notizia o evento che giustifichi tale “apertura”, dando così un colpo mortale a tutte le possibili gerarchie di valori della comunicazione, provocando una omologazione triste fra Tg che aprono con il Papa e chiudono con Valentino Rossi.
* * *Tutto ciò avviene - sia concesso di dirlo anche a chi non è parte in causa - con un prezzo molto pesante per Chiesa e dottrina intesi in senso religioso, o anche solo culturale e non politico.Il Papa, infatti, diventa omologo non solo di Bush e Blair e Putin, come mai era avvenuto ai tempi di un uso più parsimonioso della sua immagine e della sua parola. Il Papa sta diventando, omologo dei leader politici nazionali. Gli viene attribuita dunque forzosamente una statura alquanto modesta. Come fanno i veri credenti, pur fra la concitazione entusiasta dei finti credenti, a vedere senza allarme il costante abbassamento di livello, di tono, di rilevanza, lo spreco quotidiano che induce a includere immagine e frammento di parole del Papa - ormai rese uguali a quelle di ogni altra “personalità televisiva” - in tutti (tutti) i telegiornali?Non solo si disperde la sacralità. Si disperde l’interesse, il senso, perché il messaggio, qualunque cosa valga, evapora fra le mille finestre aperte di una comunicazione ovviamente priva di rispetto, priva di senso del più alto e del più basso, del triviale e del sacro, di ciò che importa e di ciò che è irrilevante, della salvezza e del lancio dell’ultimo film.Possibile che sia accettabile e anzi desiderata l’immagine del Papa come “personalità televisiva” che, fatalmente, prende posto nel gruppo di tutte le altre personalità televisive?
* * *Altro grave problema - ed è strano che tocchi ai non credenti parlarne - è che non esiste alcuna legittima e autorevole sede per considerare e discutere le parole, i concetti, gli insegnamenti, le raccomandazioni, le prescrizioni del Papa. Infatti poiché il capo della Chiesa sceglie di parlare non alla Chiesa ma a tutti, attraverso tutti i mezzi di comunicazione di massa, è naturale immaginare (sarebbe meglio dire: sapere) che vi saranno voci, posizioni, pensieri, decisioni diverse, anche profondamente diverse.Ma prima ancora che io faccia in tempo ad aggiungere che sono e saranno opinioni “rispettosamente diverse”, viene la bordata violenta dei difensori del Papa. Ci dicono che la sua parola deve restare indiscutibile sempre anche per i non credenti, persino se parla di sport.Cattivi difensori. Perché bloccano il capo della Chiesa cattolica in un omaggio forzato e obbligatorio che allarga l’area dei finti credenti (che si sentono incoraggiati a rinnovare i loro teatrali slanci di adesione pubblica), aumentando sorprendentemente il numero di persone (specialmente se note) che si accostano ai sacramenti (si dice così?) in caso di presenza di telecamere o di «Dagospia».E privano la parte intelligente e pensosa del Paese Italia, e dell’ex regno del Papa Re, di riflessione, scambio di idee, confronto intelligente e civile su temi che, oltre che di fede, sono anche di vita e di morte quotidiana nei suoi aspetti più difficili e drammatici.Proprio per questo il ricordo, senza provocazione e senza alcuna intenzione polemica, del passaggio di Roma da territorio del Papa a città italiana e capitale del nuovo Paese, è utile oggi più che mai, per evocare la diversità fra Chiesa spirituale e Chiesa-regno, fra il Papa teologo e il Papa regnante, fra la predicazione ai credenti e l’emanazione di una legge erga omnes. È un atto di vero composto rispetto verso la Chiesa, come votare no al commercio travestito da religione.A chi scrive sembra evidente che, fuori dalla irrefrenabile euforia dei finti credenti, il rispetto più profondo della Chiesa è tra coloro che non credono che sia bene trattare il Papa come “personalità televisiva”, la predicazione come legge, la divisione tra Stato e Chiesa come mai avvenuta.Ci sarà un teologo non euforico, non impegnato a far contenti i finti credenti, per dare un tono rispettoso alla discussione (discussione, non concitata, preventiva condanna) che non c’è mai, o meglio che non c’è più? O avremo di nuovo, ma in tutto il Paese, il tempo fermo e chiuso della messa all’indice, della condanna preventiva, del pensiero laico giudicato “immorale”, del governo del Papa Re?colombo_f@posta.senato.it

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