mercoledì 14 novembre 2007

La macchina gioiosa del libertinaggio

La macchina gioiosa del libertinaggio
Il piacere sessuale non subordinato all'idea di monogamia, di famiglia, di procreazione e coabitazione obbligatorie.
Citando Epicuro e dimenticando il Sessantotto. «Teoria del corpo amoroso. Per un'erotica solare» di Michel Onfray
di Mario Gamba
Peccato che Michel Onfray pensi alla libertà sessuale come a un «mito». Lo ha detto nel corso di una presentazione a Roma del suo libro Teoria del corpo amoroso. Per un'erotica solare, uscito in Francia nel 2000 e ora in Italia presso l'editore Fazi (traduzione di Gregorio De Paola, pp. 218, euro 14). Libertà sessuale è una espressione che sembra invecchiata. Diciamo allora, seguendo le formule preferite dallo stesso Onfray: il piacere sessuale non subordinato all'idea del ricongiungimento con la metà mancante di ciascuno di noi - secondo un altro mito, platonico stavolta, vedi la narrazione di Aristofane nel Simposio -, all'idea dell'unico/a partner per una vita, all'idea della famiglia, della procreazione, della coabitazione più o meno obbligatoria.Diciamo: non il desiderio di un oggetto d'amore eletto per sempre e connotato eticamente per via del dominio di venti secoli di pensiero giudaico-cristiano, dominio culturale e fondamento di ogni dispositivo disciplinare in fatto di comportamenti sessuali, quindi dominio politico, anzi biopolitico, ma il desiderio di tutti gli oggetti di piacere possibili, a cominciare da se stessi, omo e etero, per il semplice soddisfacimento di un bisogno e per il gioco creativo dell'erotismo. Momenti dell'esistenza, questi, il bisogno soddisfatto e la non disgiunta invenzione di raffinate-eccessive-illimitate-colte-differenti modalità di incontro erotico, che esaltano le forme del tutto immanenti della spiritualità umana.A proposito del suo Corpo amoroso Onfray dice, appunto, che il modo di vita creativamente libertino che vi viene illustrato è un «mito». Intendendo, seccamente: qualcosa che non è realizzabile. Non dice se pensa a ora o all'eternità. Peccato. Soprattutto perché sembra dimenticare che c'è pur stato un periodo recente in cui i suoi stessi temi - culto e pratica del piacere, critica feroce, sapientemente distruttiva, della famiglia, rivendicazione della sessualità non legata a ordinamenti cardine delle società disciplinari, in primis il matrimonio ma anche la coppia pretesa simbiotica in realtà istituzionale - erano pane quotidiano per il movimento sessantottino.Tutto quello che Onfray riassume con la formula libertinaggio diffuso era uno dei nodi teorici di una politica di sovversione ed era una pratica di vita agitata seducente convulsa angosciata gioiosa tenera curiosa emozionata che modellava le giornate, i corpi, le relazioni, i dibattiti, le predicazioni di una moltitudine. Onfray, che si dichiara appartenente a una sinistra libertaria e un po' anarchica e addirittura simpatizzante della Ligue Communiste Révolutionnaire, secondo lui non più trotzkista, dovrebbe aver sentito parlare di tutto ciò, anche se non ne ha fatto esperienza diretta dato che nel 1968 aveva nove anni. E allora perché parlare di un «mito»? Nel senso che si è detto? Forse perché quel fattore fondamentale e fondante della prassi rivoluzionaria sessantottesca è stato oscurato con la sconfitta, il riflusso, la restaurazione, e perché il movimento odierno, il movimento di Seattle, il movimento plurale dei soggetti che si formano nel lavoro cognitivo, contro il lavoro, non nomina né dibatte né agita temi attinenti alla libertà sessuale, dandola per acquisita, chissà, ma poi non è difficile vedere un ritorno anche lì di modelli (di valori, temiamo...) come la coppia, il matrimonio, la famiglia? Se Onfray ha in mente questo, e i dati di fatto non gli darebbero torto, non è per questo autorizzato a pensare che non c'è speranza, già oggi, di veder muoversi intorno a noi, con leggerezza, con intelligenza, con consapevole innocenza, con autorevole creatività, i corpi amorosi di cui pure auspica l'avvento. In un mondo che gli sembra una terra desolata dove l'afflizione del piacere è regola, e magari in questa lamentazione gli sfugge qualche variante, qualche risvolto.Forse il motivo è un altro. Michel Onfray è in cerca di un materialismo integrale e conseguente. Lo poggia sulla riscoperta e sull'utilizzo in chiave attuale di pensatori come Democrito ed Epicuro. Non occulta i loro limiti (per noi, oggi) di meccanicismo o di tensione ascetica, specie quando viene posta la questione del piacere, della sua sostanza, della visione delle relazioni sessuali che ne consegue. Ma loro due rimangono punti di riferimento e, soprattutto, punti di partenza. Di Lucrezio apprezza la fondazione di una teoria solipsistica del piacere e probabilmente dell'amore. E la illustra in termini effettivamente suggestivi: «... si gode del piacere dell'altro in quanto lo si accende, si soffre di non poterlo provocare, ma non si gode il piacere dell'altro». Non fa cenno dei grandi critici della famiglia molto amati nell'era tendenzialmente libertaria come Morton Schatzman (La famiglia che uccide, Feltrinelli, 1973) o come Ken Loach (Family Life, 1971), né degli utopisti scientifici di un'affermazione dell'eros nella civiltà tecnologica matura come Herbert Marcuse. Il suo ideale libertino non ha moti di simpatia per un ricco corpo di idee venuto alla luce e persino a una certa popolarità intorno al Sessantotto. Ma dentro c'era la forte vocazione anti-dogmatica del pensiero critico, c'era una fuga dal materialismo dialettico sovietico e da tutti i suoi antecedenti, magari gli stessi Democrito ed Epicuro mal interpretati.Il materialismo sessantottesco si nutriva più di psicoanalisi (magari criticata nella sua pratica terapeutica in quanto possibile veicolo di «normalizzazione», ma certo riconosciuta eversiva nei suoi concetti base) che di atomismo e di idraulica del binomio desiderio-piacere di alcuni pur mirabili presocratici. Però alla libertà per il piacere, alla ricerca di forme di vita basate sul piacere e da rendere «comuni», ci credeva sul serio, la voleva affermare sul serio. L'eros era già una componente essenziale delle forme di vita di una generazione che si avviava verso il superamento del dominio assoluto del capitale e tentava nelle attività di lavoro immateriale ormai prossime a diventare principali di sperimentare un proprio «comando», di creare «zone liberate».Il sovversivo e pre-insurrezionale del Sessantotto è un libertino convinto. Convinto che la rivoluzione o è libertina o non è. Quello del 2006, esitante a darsi una dimensione politica, potrebbe utilmente chiedersi se il cosmopolitismo e la molteplicità del postmoderno non invitino a un allargamento, a uno sconfinamento, finalmente, dello spirito libertino. Onfray non ha desiderio di rivoluzione, ecco l'eccesso che si nega. Lui che nelle prime pagine del libro ricava la sua teoria dell'eccesso, in modo piano, diretto, materialistico «alla presocratica», dallo stato di beatitudine e di desiderio totale soddisfatto del feto che nuota nel liquido amniotico. Poi c'è la nascita... Si nasce dannati in quanto si nasce? Onfray risponde no visto che critica non la nascita ma, in modo piacevolmente corrosivo, i padri della chiesa e i sessuofobi di ogni altra risma (come del resto già aveva fatto nel suo precedente e fortunato libro, il Trattato di ateologia). Dispiacerebbe scoprire che intimamente, da materialista distante dal pensiero critico, sia tentato di rispondere sì. Altri - ma un Michel Onfray come compagno di strada è veramente plausibile - si avventurano a giocare carte libertine ancora una volta. Possibilmente senza mitologie.

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