giovedì 15 novembre 2007

«Anche chi abortisce non può insegnare»

IL CENTRO del 28/02/2003
«Anche chi abortisce non può insegnare»
dal sito del quotidiano "Il Centro"
Docenti di religione. La direttrice del 5º circolo ribatte: «Il mondocattolico doveva sostenere quella donna»L'arcivescovo: ragazza madre in cattedra, giusto il licenziamentoPESCARA. Troppo evidente lo «scandalo», troppo grande ladivaricazione tra la retta condotta richiesta a un insegnante direligione e un concepimento avvenuto fuori dal matrimonio. Illicenziamento della docente toscana deciso dalla Curia diFirenze e confermato dalla Cassazione, secondo FrancescoCuccarese, era scelta obbligata. «L'allontanamento è giusto: chiinsegna la religione cattolica deve testimoniare con la propriavita le verità di cui parla agli alunni. Ma si poteva aiutare lapersona a trovare un altro posto di lavoro, anche per portareavanti la gravidanza».Nulla da cambiare nelle regole del Concordato: chi contravvienealle regole non può continuare a formare al cattolicesimobambini e ragazzi. Ma per l'arcivescovo di Pescara-Penne nonesiste differenza tra uomini e donne, tra una colpa e l'altra: «Nonc'è alcuna forma di discriminazione», afferma, «sarebbe lostesso per un uomo che divorzi o che aspetti un figlio nonessendo sposato. Io credo che il licenziamento si rendanecessario anche in casi meno "clamorosi" di questo, perchénon parliamo dell'insegnamento della storia della religione, madell'insegnamento della religione cattolica».Davanti a questa necessità, nessuna scorciatoia, neppure la piùdrammatica, è accettabile: «Abortire per insegnare?Naturalmente no. Non si può salvare un principio applicandoneun altro, essendo ambedue falsi», sottolinea l'arcivescovo che,in qualche occasione, si è trovato a dover decidere sullamoralità degli insegnanti. «In un caso, in particolare», ricorda,«ci trovavamo davanti a una persona che dimostrava mancanzadi carità nei confronti degli altri, un comportamento diseducativo.Secondo me, avrebbe dovuto andare via, ma poi il licenziamentonon ci fu, perché sarebbe stato necessario imbastire una sortadi "processo", con le testimonianze dei ragazzi...».Maria Luce De Camillis, dirigente del 5º circolo didattico diPescara, da cattolica, non ci sta. «La decisione dellaCassazione, sotto il profilo giuridico, è ovviamente ineccepibile,ma come donna inorridisco. Io ho una formazione cristiana pocolibresca e molto di cuore e questa decisione mi pare addiritturain contrasto con gli insegnamenti della Chiesa, che accoglie imeno fortunati e promuove il diritto alla vita: il mondo cattolicoavrebbe dovuto invece sostenere questa madre che ha scelto diportare avanti la gravidanza nonostante non fosse sposata».Non pensa affatto, Maria Luce De Camillis, che la presenza diuna ragazza madre avrebbe potuto esercitare una influenzanegativa sugli studenti: «Alla famiglia del Mulino bianco noncrede più nessuno, neppure i bambini, che capiscono comedietro una bella facciata possa nascondersi il male. Anzi, unadonna che affronta con coraggio e con autonomia di pensierouna situazione così difficile, potrebbe addirittura essered'esempio».E' realista Donatella Mucciante, docente all'istituto «Spaventa» diCittà Sant'Angelo: «Questa è la condizione di noi insegnanti direligione», spiega, «e la conosciamo ancora prima di prendereservizio. Non è un insegnamento come tutti gli altri ed ènecessario avere certi requisiti, del rischio siamo consapevoli,perché a tutti può accadere di sbagliare. Ma sotto il profiloumano, questa vicenda dispiace: forse quando avremofinalmente il ruolo (la possibilità è prevista dalla riforma Moratti,ndr), in caso di revoca, potremo avere la possibilità di passare aun'altra cattedra». E se, secondo Mucciante, è necessario chel'«ortoprassi» (retta fede e retto comportamento) vengarispettata «per non ingenerare confusione nei ragazzi», gliinsegnanti di religione continuano a vivere una ambiguità difondo. «Da una parte siamo insegnanti "civili", dall'altra siamosottoposti al nulla osta ecclesiastico. E' giusto che chi insegnapratichi ciò che predica, ma poiché è un lavoratore, è giusto cheil suo lavoro venga tutelato». Una contraddizione che solo unanuova legge potrebbe sciogliere.

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