martedì 29 aprile 2008

La Bibbia nuovo libro da studiare nelle scuole pubbliche?

l'Unità 29.4.08
Indagine Eurisko Il 62% degli italiani dice sì
La Bibbia nuovo libro da studiare nelle scuole pubbliche?
di Roberto Monteforte

Perché non studiare la Bibbia nelle scuole pubbliche e non nella classica ora di religione, ma «laicamente», come elemento di conoscenza indispensabile per l’uomo contemporaneo? È una richiesta avanzata dal 62% dei cittadini italiani adulti con più di 18 anni interpellati dall’istituto Eurisko che ha condotto una ricerca internazionale sulla lettura delle «Scritture in alcuni paesi» (Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Francia, Spagna, Italia, Polonia e Russia europea), promossa dalla Federazione Biblica Cattolica e presentata ieri in Vaticano. Una risposta inattesa che rilancia una proposta avanzata a più riprese da associazioni culturali «laiche» come Biblia e osteggiata da settori della gerarchia cattolica che ha avuto ieri l’esplicito e autorevole avvallo del biblista monsignor Gianfranco Ravasi, posto da papa Benedetto XVI a capo del Pontificio Consiglio della Cultura proprio per la sua capacità di divulgatore e di dialogo con il mondo laico. «È importante che ben il 62% da noi in Italia si dice favorevole a inserire la Bibbia come argomento di studio nelle scuole, prescindendo dall’ora di religione. Dobbiamo chiederci – commenta Ravasi – se non abbia ragione Umberto Eco quando ha posto la questione perché i nostri ragazzi debbano sapere tutto sugli eroi di Omero e nulla sulle vicende di Mosé. Da quest’ultimo infatti è disceso un’ethos che pervade la cultura occidentale e che non è possibile mettere in un angolo». La pensa così anche il filosofo Massimo Cacciari. «Se un intellettuale laico non si confronta con la Bibbia e la tratta con stupida ironia, oppure non presuppone che quel libro è anche Parola di Dio, allora sbaglia mestiere». «È un libro - conclude - con il quale dobbiamo tutti fare i conti».
Che la secolarizzazione avanzi, ma che l’interesse per il sacro e per la Bibbia tenga, anche se in forme diverse da paese a paese, è quanto emerge dall’indagine Eurisko illustrata ieri in Vaticano dal sociologo Luca Diotallevi e dal presidente della Federazione Biblica Cattolica e vescovo di Terni, monsignor Vincenzo Paglia oltre che dallo stesso monsignor Ravasi. L’altro dato è quello della diffusione delle Sacre Scritture: quasi tutti gli statunitensi intervistati (il 93%) nelle loro case hanno una copia della Bibbia, a seguire si collocano la Polonia (85%) l’Italia (75%) e la Germania (74%). All’ultimo posto la «laica» Francia con il 48% e al penultimo la «cattolica» Spagna (61%). Ma quanto e come è effettivamente letta la Bibbia? «Nonostante risultati molto diversi da paese a paese - spiega Diotallevi - ciò che emerge è che la sete di Dio, nonostante la secolarizzazione, non si estingue e la Bibbia contribuisce a dare risposte alle tante domande di senso. La preghiera attraverso la Bibbia infatti rappresenta una pratica molto diffusa in tutti i paesi considerati, non appartiene ad una setta o a una minoranza, ma viene considerata e praticata da una larga maggioranza della popolazione. Questo anche se la gente poi ammette che la Bibbia è un testo difficile e chiede aiuto nella sua interpretazione». Il sociologo osserva pure come i cosiddetti cristiani «fondamentalisti» non conoscano la Bibbia.
Il Sacro testo finora è stato tradotto in 2454 lingue, ci sono ancora 4500 lingue nel mondo che attendono una versione per loro.

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