giovedì 17 aprile 2008

Se Israele nega Israele

Se Israele nega Israele

La Stampa del 17 aprile 2008, pag. 42

di Elena Loewenthal

Avraham Burg è stato presidente del Parlamento israeliano, ha ricoperto altri incarichi politici. Attualmente vive fra Israele e la Francia, dove è passato dalla vita pubblica a quella degli affari. Burg è nato a Gerusalemme in una famiglia di esuli ebrei tedeschi. Ha scritto un libro (di prossima pubblicazione in italiano per i tipi di Neri Pozza) che s'intitola Victory over Hitler. un ripensamento della Shoah - sulle orme di Hannah Arendt - ma anche una dura requisitoria su Israele oggi. A mezza strada fra l'utopia compiaciuta e il pamphlet sofferto.



Shlomo Sand insegna all'Università d'Israele. Il suo libro ( Where and How were the Jewish People invented) smonta i presupposti storici del popolo ebraico. Lo fa in modo piuttosto confuso, passando dall'archeologia biblica al sesso nel XX secolo. La tesi è quella di un «meticciato» ebraico radicale: i figli d'Israele non sono un popolo né un'etnia. Tutto ciò, secondo il professore, abbatte ogni rivendicazione nazionalistica.



Aharon Shabtai è un poeta israeliano. Prima ancora, è il fratello dello scomparso Yaakov, forse il più grande narratore dell'Israele contemporaneo, morto a poco più di quarant'anni per un attacco di cuore (è pubblicato da Feltrinelli). Aharon Shabtai si è conquistato un'effimera ma pirotecnica pubblicità letteraria dichiarando la propria non disponibilità ad andare alla Fiera del Libro di Parigi. Non per motivi tecnici, per impegni già presi, bensì per protestare contro il suo paese, per «chiamarsi» fuori dalla sua realtà politica, storica, letteraria.



Vien da evocare la vecchia storiella dell'ebreo che, naufrago su un'isola deserta, si costruisce due sinagoghe: una da frequentare abitualmente, l'altra per non metterci piede manco morto. In questi casi con cui attualmente si confronta il mondo intellettuale israeliano, il discorso è più sottile. La critica spinta, scabrosa al punto da rimettere tutto in gioco - il passato e il presente, la storia biblica e i fondamenti dello Stato d'Israele -, diventa una specie di negazionismo «autoreferenziale», che è il paradosso di una società dove la libertà di espressione diventa anarchia pura. L'anarchia della parola non è sempre provocazione fine a se stessa; se è il mezzo e non il fine, può diventare un efficace strumento d'interpretazione. Un po' come quel devoto rabbino che in preghiera diceva tre volte al giorno «credo fermamente nella venuta del messia», ma poi commentava con una nota di mestizia: non verrà mai, ma noi dobbiamo comunque aspettarlo.



Tornando all'Israele di oggi, queste manifestazioni intellettuali che spaziano dalla storia alla politica alla letteratura sono lo spettro di una realtà dove la libertà d'espressione non conosce freni inibitori, e sono anche il segno di un mondo dove i valori fondanti vengono messi in discussione. Non soltanto per negarli o per abbatterli - come nel caso di Sand, Shabtai e più sottilmente di Burg - ma anche per riformularli, al passo con un'attualità in mutamento continuo. Quando questi tre intellettuali attaccano Israele, mettendo in discussione non solo la sua politica ma anche le radici storiche e ideologiche, non lo fanno per quel vezzo denigratorio che abbiamo ad esempio noi italiani: ci piace parlar male del nostro paese, difettiamo quasi unanimemente di patriottismo. Il criticismo israeliano è assai più sofferto, e in casi come questi radicale - ma bisognerebbe forse mettere questi e altri intellettuali alla prova dei fatti, provare a trapiantarli in una realtà parallela dove lo Stato ebraico fosse sparito dalla cartina geografica.


Queste manifestazioni sono in fondo il lato oscuro di un'ideologia che non può fare a meno di essere dinamica, perché il rimettersi in gioco è da sempre nella natura di un'identità ebraica sballottata dalla storia. D'altro canto, raggiunto lo scopo di aver ricreato una patria nazionale per i figli d'Israele, il sionismo deve necessariamente riformulare i propri obiettivi, chiarire il nucleo dei propri valori. In questo contesto, tali espressioni di «autonegazionismo» - la nostra storia non esiste, non abbiamo alcuna legittimità nel presente -potranno integrarsi nella cultura «positiva» dell'ebraismo e d'Israele. Che è da sempre inclusiva e non esclusiva, a dispetto di quanto spesso si creda. Fin dai tempi del Talmud. Dove, ad esempio, si narra la vicenda di rabbi Elisha Ben Avuya che andando troppo avanti nell'inter-pretazione della Torah e nella meditazione sui segreti del creato, finì per «potare i germogli»: cioè rinnegò tutto. Da allora venne chiamato Aher, cioè «Altro». Aher è colui che si estranea, che si chiama prepotentemente fuori dalla propria fede e dall'identità. Eppure il Talmud non lo caccia affatto dalla storia: le sue parole riempiono pagine di testo, vengono discusse e affrontate dai colleghi rabbini. Che lo volesse o no, Aher è stato integrato nella tradizione, proprio per averla negata.

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