sabato 28 giugno 2008

Aborto, il buio oltre la legge

l’Unità 27.6.08
Aborto, il buio oltre la legge
di Pietro Greco

Come affrontare questo
oceano di dolore?
Con pudore e discrezione
e con un forte impegno
culturale e sociale
nella prevenzione

Una questione non solo
medica ma anche
politica su cui si
esercitano inusitate
e inaccettabili
pressioni religiose

DOMANI con l’Unità un libro di Carlo Flamigni che ripercorre la storia di una conquista civile delle donne, sancita con l’approvazione della 194, e dei tentativi medioevali da parte della Chiesa di cancellare questo diritto

L’aborto è una grande tragedia. L’Organizzazione Mondiale di Sanità calcola che ogni anno nel mondo si verificano oltre 80 milioni di gravidanze non desiderate. Di queste, ben 45 milioni vengono interrotte con un aborto. Molto spesso procurato in condizioni di rischio e/o con tecniche primitive, che determinano la morte di un numero di donne stimato tra 70 e 100mila e un numero ancora più grande - milioni - di donne che subiscono menomazioni e danni, fisici e psichici.
Come affrontare questo oceano di dolore? Con grande pudore e discrezione, da parte di tutti. Con un forte impegno, culturale e sociale, nella prevenzione. E con una grande fiducia (senza paternalismi) nella persona, la donna, che in questa tragedia investe più ogni altra: il suo amore materno, il suo corpo, la sua stessa vita. È questo l’approccio che Carlo Flamigni - medico ginecologo e membro della Commissione nazionale di Bioetica - propone per diminuire il carico dolente che accompagna il fenomeno dell’aborto.
La proposta è frutto di un’enorme esperienza medica, di un’ancora più grande partecipazione umana e di un’attenta riflessione etica. E attraversa per intero il libro L’aborto. Storia e attualità di un problema sociale, che l’Unità offre domani ai suoi lettori, senza far mai venir meno la razionalità logica delle argomentazioni, la chiarezza dell’esposizione e la nettezza delle prese di posizione. Quella che Carlo Flamigni ci propone è un’alta lezione di etica laica. E, soprattutto, un metodo per cercare di affrontare senza superbia uno dei temi più delicati che turbano e dividono la nostra società multietica.
L’aborto, ricorda Flamigni, è un «destino doloroso» che da sempre accompagna le donne (molte donne) nel loro percorso di vita: un’«ombra nera» che talvolta le uccide e sempre la angoscia. Presente in ogni tempo e in ogni angolo della Terra. Spesso usato non solo per evitare di portare avanti una gravidanza indesiderata, ma come strumento di controllo delle nascite. Sempre subìto dalle donne come tragica necessità. Anche se la sua accettabilità sociale è storicamente determinata. L’intensità dell’orrore provocato dall’aborto varia di tempo in tempo, da cultura a cultura, da situazione a situazione. Talvolta l’aborto è entrato (ed entra) in competizione con il matrimonio riparatore, l’offerta di adozione (con o senza compravendita del bambino), persino l’infanticidio come strumento di regolare gravidanze non desiderate. Talaltra l’aborto e persino l’infanticidio sono stati (e sono tuttora) usati come strumento di controllo delle nascite.
Molti popoli, fin dall’antichità, hanno cercato di regolare la pratica tragica dell’aborto. Nessuno è mai riuscito a eradicarla. Qualcuno, però, è riuscito a controllarla. Nel 1956 in Vietnam l’abortion rate era di 256 aborti annui ogni 1.000 donne in età riproduttiva, nel 2004 grazie a politiche di controllo è sceso a 30. In Svizzera, dove la pratica dell’aborto è ben regolata, si verificano 6,6 aborti per 1.000 donne in età riproduttiva. In Estonia, dove l’aborto è mal regolato, l’abortion rate sale a 53,8 aborti ogni 1.000 donne in età riproduttiva. Eccoci, dunque, alla prima, netta presa di posizione di Carlo Flamigni: regolare la piaga dell’aborto, lottando non per vietarlo in astratto ma per prevenirlo in concreto. Trattandolo come un problema di salute, quando la donna sente di dover interrompere una gravidanza. E prevenendo, appunto, i motivi che spingono all’angosciosa decisione, attraverso l’uso dei più efficaci sistemi anticoncezionali, una solida educazione sessuale e la rimozione delle cause economiche e sociali che portano alla decisione di rinunciare a un figlio.
Tenendo sempre presente che l’alternativa all’aborto controllato non è l’assenza di aborti, ma - sostiene Flamigni - l’aborto clandestino. Mentre la storia medica dimostra che il tentativo di controllare la tragedia dell’aborto, sottraendolo alla clandestinità e rendendolo un problema di salute da affidare a strutture mediche, consente di raggiungere due obiettivi di grane importanza: diminuire il numero assoluto di aborti e rendere meno rischiosa la pratica per la donna che lo subisce. Due obiettivi sempre elusi nelle società che evocano un astratto divieto assoluto.
Oggi nella gran parte dei paesi del mondo si cerca di regolare la tragedia dell’aborto, consentendo l’interruzione volontaria di gravidanza con l’assistenza del medico sulla base di principi (tra cui la ricerca del male minore), invece che di valori assoluti. E quasi ovunque il tentativo si risolve non solo nella diminuzione dei rischi di salute per le donne, ma nella diminuzione del numero assoluto di aborti. Quasi ovunque la regolazione avviene riconoscendo in buona sostanza che, quando la salute della donna entra in conflitto con la vita dell’embrione o anche del feto, è la prima a dover essere salvaguardata. In Italia a regolare l’aborto sulla base di questo principio (e non di questo valore, sottolinea Flamigni) è la legge 194, approvata dal Parlamento nel 1978 - trent’anni fa - e confermata dal referendum del 1981. I successi di questa legge sono innegabili. Negli anni ’70 il numero di aborti clandestini in Italia superavano il numero stimato di 350.000. Nell’anno 2000 si erano ridotti a 30.000. Ma anche gli aborti legali sono diminuiti: passando dal massimo di 234.801 del 1982, ai 129.588 del 2005. In questi trent’anni in Italia il numero complessivo di aborti si è, dunque, dimezzato. E, poiché la gran parte avviene in strutture mediche, la mortalità tra le donne è diminuita fin quasi ad azzerarsi.
Da un punto di vista medico si tratta di un successo indiscutibile. L’aborto resta una tragedia. Ma oggi è una tragedia che ha dimensioni minori. L’Italia è uno dei paesi al mondo col minor numero di aborti.
La legge 194 presenta, tuttavia, delle ombre. Una, secondo Carlo Flamigni, consiste nell’obiezione di coscienza tra i medici ginecologi, che in alcune regioni ha raggiunto punte così elevate - il 92% in Basilicata, l’80% in Veneto, contro il 20% in Val d’Aosta - da risultare non solo inspiegabili, ma anche inaccettabili, perché rischiano di svuotare la legge e di riconsegnare le donne povere alle mammane e le donne ricche alle cliniche svizzere. La proposta di Flamigni è, giustamente, radicale: proibire l’obiezione di coscienza. Un istituto giusto quando la legge 194 fu stabilita e un medico si sarebbe trovato, da un giorno all’altro, costretto o a praticare l’aborto o ad abbandonare la professione. Ma ingiusto oggi, perché chi ormai sceglie la professione di ginecologo da esercitare in una struttura pubblica conosce il quadro normativo. L’obiezione di coscienza va abolita, sostiene Flamigni, perché mette a repentaglio la salute delle donne.
Appassionata è anche la difesa che Carlo Flamigni propone della pillola abortiva RU486 - una tecnologia che consente non aborti più facili, ma aborti meno dolorosi. E della cosiddetta «pillola del giorno dopo», che non può in alcun modo essere considerata uno strumento abortivo, ma semplicemente un anticoncezionale.
Carlo Flamigni sa, tuttavia, che il problema dell’aborto non è solo una questione medica. E che non può essere affrontato solo in termini tecnici. È una grande questione politica, su cui si esercitano inusitate pressioni di tipo religioso. Carlo Flamigni vede che la legge 194 è oggi sotto attacco. E che questi attacchi possono metterla pesantemente in discussione. L’attacco avviene su diversi piani, a iniziare da quello culturale. Secondo Flamigni è in atto una «crociata della disperazione» da parte di una componente importante della gerarchia cattolica e dello stesso Pontefice, che ha per oggetto parti della legge e la sua stessa totalità. Questa pressione si fonda su alcuni presupposti concettuali. Il primo è che a guidare la società devono essere valori etici assoluti e intangibili, non principi pragmatici e storicamente determinati. Uno di questi valori è ben noto: la vita di ogni persona è un bene assoluto non negoziabile. E poiché «fin dall’inizio» l’embrione «è uno di noi», una persona a tutti gli effetti, con i medesimi diritti di un adulto, l’aborto deve essere considerato un male assoluto. Da proibire, non da regolare. Risultato di queste assunzioni sembra essere - in prospettiva - l’abrogazione della legge 194. Ma intanto gli attacchi si concentrano su aspetti particolari, in grado di metterne in discussione l’intero impianto. Uno di questi attacchi locali, riguarda, per esempio il ruolo del padre. Si giudica inaccettabile il fatto che nelle decisioni sull’interruzione di gravidanza la legge non preveda un suo ruolo, allo stesso livello di quello della madre. O anche il ruolo del medico. Si giudica inaccettabile che, anche nei primi 90 giorni, l’interruzione della gravidanza non sia il medico ad avere l’ultima parola. O, ancora, il ruolo dei «centri di dissuasione»: si tenta di stabilire negli ospedali presidi di volontari che, scrive Flamigni «avrebbero l’unica funzione di dissuadere la donna dal portare a compimento la propria scelta». Nell’insieme l’obiettivo è chiaro: mettere in discussione il diritto all’autodeterminazione delle donne. Sottrarre loro il «potere di decisione». C’è, in questo attacco, qualcosa che a Carlo Flamigni appare del tutto inaccettabile. L’idea - del tutto priva di fondamenta - che l’aborto sia utilizzato nella nostra società come un metodo di contraccezione e non come una necessità angosciante. L’idea che la donna non sia in grado di pensare e di decidere con la propria testa, per cui occorre che altri decidano a posto suo: il marito, il medico, i gruppi di volontari per la vita. Mentre demandare la scelta alla donna non è solo lo strumento più giusto - è la donna, non il marito, il medico o il volontario, che mette in gioco il suo corpo e il suo amore materno - ma anche il più ragionevole: nessuno più della donna è in grado di scegliere tra il male minore, proprio perché nessuno più di lei ha poste in gioco così alte.
Si dirà: ma questo libro poteva essere scritto trent’anni fa. All’epoca della stesura della 194 o tre anni dopo, all’epoca del referendum. Ma qui sta tutta la sua drammatica attualità. Il libro è una sveglia. Attenti che possiamo ritornare a trent’anni fa. «Temo che le ragazze nate dopo il 1978 siano convinte - scrive Flamigni - che i diritti acquisiti, nessuno te li può più toccare, e non si rendano conto di quanto sta accadendo. In realtà, basta dormire un po’ più a lungo che quando ti svegli i tuoi diritti non ci sono più». Qualcuno te li ha rubati. E i ladri di diritti sono dappertutto. Non lasciamoli agire indisturbati.

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