giovedì 26 giugno 2008

Eluana non avrebbe voluto vivere come un vegetale

Eluana non avrebbe voluto vivere come un vegetale

QN del 26 giugno 2008, pag. 17

di Mario Consani

Dopo lo spiraglio aperto dalla Cassazione, l’odissea di Eluana torna al vaglio dei giudici milanesi. Entro dieci giorni la prima Corte d’appello dovrà decidere se disporre o meno un supplemento istruttorio sul caso della giovane donna in stato vegetativo permanente da sedici anni e per la quale il padre chiede che venga sospesa l’alimentazione artificiale. Ieri mattina, nell’ambito del nuovo processo ordinato dalla Suprema Corte - che a ottobre annullò le precedenti decisioni negative dei tribunali lombardi - è stato sentito per circa un’ora Beppino Englaro, il padre della ragazza, a proposito dei convincimenti e della personalità di Eluana prima dell’incidente stradale che l’ha ridotta in questo stato. Al termine dell’audizione, il collegio composto dai giudici Giuseppe Patrone, Filippo Lamanna e Flavìo Lapertosa si è riservato di decidere se nominare o meno un collegio di consulenti medici per accertare l’effettiva irreversibilità della condizione di Eluana e se convocare o meno una serie di testimoni per accertare quale pensiero avesse espresso la giovane donna, prima di cadere in coma, a proposito di situazioni come la sua. Proprio questo, del resto, la Cassazione ha chiesto otto mesi fa. Dopo otto dinieghi pronunciati negli anni dai diversi giudici, la sentenza della Suprema Corte ha segnato un’importante inversione di tendenza non solo per la drammatica vicenda di Eluana. La spina si può staccare, dissero in sintesi i giudici, purché il coma sia assolutamente irreversibile e purché vi sia la prova certa che così avrebbe voluto il paziente se fosse ancora in grado di scegliere.



«Quello che sognavo si è verificato», ha detto ieri il padre Beppino dopo essere stato sentito dai giudici civili. Ha risposto alle loro domande «con il massimo dell’approfondimento» sui convincimenti di Eluana, «una creatura splendida, libera, pura». Englaro ha osservato che prima della vicenda di sua figlia, in Italia «non si è mai affrontato un caso del genere» e si è detto fiducioso nella magistratura: «Faranno quello che è giusto per Eluana».



Fuori dal Palazzo di giustizia, un piccolo sit-in dei radicali dell’associazione «Luca Coscioni» di Milano e Lecco, la città dove la ragazza viveva. Sullo striscione la scritta: «Libertà per Eluana». Alessandro Litta Modignani, esponente radicale, ha chiesto che «venga posto fine a questo inutile calvario che dura da seimila giorni». La Cassazione, lo scorso ottobre, aveva anche puntato il dito sulla «attuale carenza di una specifica disciplina legislativa» che fornisca indicazioni da seguire, sollecitando il Parlamento a intervenire. «Ove il malato giaccia da moltissimi anni in stato vegetativo permanente, con conseguente radicale incapacità di rapportarsi al mondo esterno, e sia tenuto artificialmente in vita mediante un sondino nasogastrico che provvede alla sua nutrizione e idratazione - scrissero i giudici su richiesta del tutore che lo rappresenta, e nel contraddittorio con il curatore speciale, il giudice può autorizzare la disattivazione di tale presidio sanitario». Purché esistano due precisi presupposti: «Quando la condizione di stato vegetativo sia irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno a una percezione del mondo esterno». E sempre che tale istanza «sia realmente espressiva, in base a elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona».

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