giovedì 15 maggio 2008

Il dio unico torna di moda che fine ha fatto la ragione plurale?

Liberazione, 24/07/2007
Il dio unico torna di moda che fine ha fatto la ragione plurale?
Il fallimento della razionalità è una tesi diventata egemone. Il cardinale Scola nel suo ultimo libro teorizza una società
condizionata dal trascendente nella quale il genere umano non ha alcuna responsabilità nell'agire storico

Paolo Scarpi
Negli ultimi due secoli, e forse qualcosa di più, l'orizzonte di un occidente che rifletteva su di sé è stato dominato dall'idea di un laicismo esistenziale del tutto affrancato da ogni ipoteca metastorica (pertanto religiosa). La Francia della Terza Repubblica aveva per così dire «inventato» la laicità e da allora in poi, pur tra molte incertezze e contraddizioni, aveva preso sempre maggiore consistenza l'immagine di quella che si potrebbe chiamare una «fede laica», in sintonia con uno stato laico, democratico e morale.
La laicità che si andava delineando appariva (e appare) eticamente fondata sul rispetto dei principi di eguaglianza regolati dal diritto positivo, così che nella sfera «civile» appaiono accolte e abbracciate, incluse dunque, con pari dignità, tutte le differenze, tra le quali si situa necessariamente anche ciò che possiamo chiamare con valore generico il «religioso»: tutto all'interno di una visione che dovrebbe essere appunto pluralista e nella quale la religione non deve essere confusa né con la mistica, né con la soteriologia né con l'escatologia, che ne sono soltanto manifestazioni non necessarie determinate da alcune particolari circostanze, prima fra tutte la crisi d'identità o della presenza.
Il dibattito intorno a laico e laicismo si è rinnovato negli ultimi anni e ne parlano con notevole frequenza le pagine culturali dei quotidiani. Ne parla la Chiesa, attraverso le sue gerarchie. Ma non sempre si riflette a sufficienza su ciò che è o su ciò che dovrebbero essere il laico e il laicismo, che per certi versi sono e dovrebbero essere una conquista di una società matura e civile, che riconosce i propri limiti e i propri confini e su questi agisce per costruire un mondo armonico, vivibile, condiviso, uguale. E soprattutto si perde di vista come dall'ipoteca religiosa cristianocentrica (che non deve essere sostituita da altre ipoteche più o meno religiose, islamocentriche o altro) sia difficile emanciparsi se il pensiero che voglia essere laico, non ne deponga linguaggio e vocabolario e concetti avviando una riflessione storica, critica e comparativa.
Laico (con il suo derivato, laicismo) è uno dei molti vocaboli di origine greca di cui ci serviamo nelle nostre quotidiane conversazioni non necessariamente colte, il quale propriamente designa qualcosa di tipico e di specifico del popolo, in un certo senso ciò che è civile. Il cristianesimo se ne è appropriato fin dai primi secoli e lo ha opposto a ciò che è consacrato. Negli scritti di Basilio di Cesarea, nel IV secolo della nostra era, che utilizza ampiamente il termine, opponendolo esplicitamente a «ecclesiastico», si incontra addirittura la menzione di «ordini laici». Esso era inoltre usato in contesti non ancora cristianizzati, come la versione greca della Bibbia, per indicare l'azione di rendere pubblico qualcosa, sottraendolo alla sfera sacra. Su questa linea si è costruita attraverso circa due mila anni di storia una gerarchia di senso che ha contrapposto il laico, in quanto semplice fedele, al chierico e solo con l'età contemporanea si è andata affermando un'idea che ritiene il laico il sostenitore di un orientamento politico e morale (il laicismo appunto) che tutela l'autorità dello stato e l'autonomia della società civile di fronte alla Chiesa, in opposizione polemica con il clericalismo, che al contrario ha come fine la tutela dei diritti della Chiesa e l'applicazione dei suoi principi nell'ordine civile. Potremmo avere l'immagine di uno stato laico garante di una società plurale, se al termine Chiesa - che è segno evidente di quanto la prospettiva cristiana cattolica abbia condizionato storia e pensiero dell'Occidente e dell'Italia in particolare - sostituiamo l'espressione «sistemi religiosi».
Nondimeno oggi si parla del fallimento della società «laica», che si sarebbe rivelata incapace di sostituire le gerarchie di senso religiose con gerarchie di senso laiche, storicamente fondate. E' una critica di cui si fanno promotori gli stessi «laici» e che può autorizzare fughe in avanti (ma io direi all'indietro) nella sfera religiosa, dove la responsabilità dell'individuo slitta verso i lidi caldi e protettivi della fondazione metastorica e mitica, entro i quali l'«alterità» (cioè dio in questo nostro presente) determina e legittima l'intervento umano nella storia, sottraendolo al principio di responsabilità, che non sia quello di una colpa o di una trasgressione o del peccato.
Su questa linea di recupero nella sfera religiosa del laicismo si innesta il recente libro del cardinale Angelo Scola, Una nuova laicità. Temi per una società plurale (Marsilio, pp. 185, euro 15), che si firma proprio così, cardinale, a sottolineare la destinazione e i fini per cui è stato scritto e l'auctoritas con cui intende far valere le sue riflessioni. E' un libro che non lascia più dubbi e che completa nel giro di pochi mesi il disegno che si poteva intravedere nei recentissimi scritti di Benedetto XVI, dalla lectio magistralis di Regensburg del 12 settembre 2006 al discorso tenuto nella «Conference Room» della Diyanet, ad Ankara, in Turchia, il 28 novembre 2006, sino al Gesù di Nazareth (Rizzoli, pp. 446, euro 19,50), dove in varie forme, espressione indubbia di una cultura profonda e raffinata, veniva disegnata la supremazia del cristianesimo di Roma.
Scola dichiara ormai tramontato il dialogo tecnico, di cui l'Europa si era ubriacata (dopo l'ubriacatura per il dialogo, infatti, scrive), per spostare l'attenzione verso un diverso dialogo con un «altro» mediato attraverso la società, la quale però deve fare i conti con i detentori della Verità, ovviamente la Verità rivelata, da una parte, e con il fatto che è impossibile per il cristiano agire nella società laica etsi Deus non daretur , come se Dio non ci fosse. In pochi mesi, dunque, il cristianesimo cattolico romano, che dichiara incompleta la chiesa ortodossa e nemmeno una chiesa i protestanti, che lascia implicitamente intravedere l'impossibilità del dialogo con l'Islam attraverso i due interventi ufficiali di Benedetto XVI a Regensburg e ad Ankara, dialogo eventualmente possibile solo sotto il manto protettore dell'unico dio, si propone come il detentore universale dei principi a cui si deve conformare l'esistenza dell'uomo.
Eppure non è che le società religiosamente fondate abbiano dato prove migliori di quelle laiche nella storia. Non si contano infatti i roghi, le crocifissioni, le impalature, i processi per eresia e per stregoneria, le crociate, le numerose fatwa, l'Index librorum prohibitorum, l'emiro Amr Ibn al-As che nel 640 della nostra era fa bruciare la Biblioteca di Alessandria, in omaggio alla completezza del Corano, la lapidazione e il massacro di Ipazia, filosofa, figlia di Teone di Alessandria, avvenuti nel 415 d. C. ad opera di una folla di fanatici cristiani perché vestiva e insegnava «come un filosofo», forse per istigazione del vescovo Cirillo.
Il vero problema dunque è l'incapacità di costruire forme di aggregazione che passino attraverso la ragione, il principio di scambio e di reciprocità, dove la soluzione delle difficoltà di relazione non deve essere lasciata a fondamenti metastorici indimostrabili. Con tutti i difetti che gli si possono riconoscere, di fronte alle difficoltà di dialogo degli universalismi detentori di verità assolute, solo i politeismi erano stati in grado di costruire un sistema di tolleranze, delimitando prima di tutto gli spazi degli dei e degli uomini, che non dovevano in ogni caso interferire tra di loro. Ma quando i politeismi hanno incrociato l'universalismo economico e militare degli imperi, sono tramontati, per lasciare spazio al dio unico universale. Forse la società che laica vuole essere, dovrebbe fare un ulteriore sforzo, senza fanatismi e senza permettere nello stesso tempo che la sua tolleranza diventi un canale che consenta alle intolleranze di occupare spazi, per riguadagnare una visione etica del mondo che si fondi sulle qualità stesse dell'uomo, dove l'«altro» comunque inteso venga incluso senza essere assorbito o disgregato.


24/07/2007

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