giovedì 15 maggio 2008

Padre Pio, l'inganno del miracolo e la sfida laica che ancora non c'è

Liberazione, 15/11/2007
Padre Pio, l'inganno del miracolo e la sfida laica che ancora non c'è
Riflessioni a margine sul saggio di Sergio Luzzato sul "caso" della santificazione nel 2002 del frate di Pietralcina
La controversa mitologia delle stigmate e dei prodigi, ma dimostrare che la religione è un "instrumentum regni" non basta

Paolo Scarpi
Che cosa sia un santo resta un enigma per la coscienza diffusa, così come un enigma è il miracolo. Si tratta di due fenomeni che possono trovare analogie anche in altre culture e le cui radici possono egualmente essere rintracciate nel passato delle origini giudaiche e greco-latine del cristianesimo. In quanto tali, però, essi sono il prodotto della storia dell'occidente cristiano e cattolico. Almeno fino al VI secolo, il santo, come prima il martire, agiva quale catalizzatore e conferitore di senso per l'esistenza umana: con la sua immagine, e così pure la reliquia che ne perpetuava tra i fedeli la presenza, diventavano un oggetto simbolico efficace, visibile ed esibito. Una volta divenuto il cristianesimo sistema, dopo Nicea, nel 325, e dopo l'editto di Teodosio del 380, con cui è trasformato in religione di stato, dal secolo VI la Chiesa si appropria dei santi così che da allora solo i vescovi avrebbero potuto promuoverne il culto, per rafforzare l'episcopato innalzando sugli altari altri vescovi. Infine dopo il secolo XI sarà il papato stesso ad avocare a sé la promozione del culto dei santi, per limitare le ingerenze dei feudatari ma soprattutto offrendosi come unica autorità in grado di legittimarne il culto, fissata una volta per tutte con i decreti di Urbano VIII, nel 1625 e nel 1634, dai quali saranno stabilite le linee procedurali e grazie ai quali la beatificazione sarà tenuta distinta dalla canonizzazione.
Il cristianesimo cattolico ha rafforzato con il tempo le forme di controllo su tutto ciò che caratterizza la santità, e non si può negare che i santi e i beati e le relative reliquie non siano state frequentemente dei veri e propri "instrumenta regni", mezzi di canalizzazione e di controllo del consenso e di pressione che noi oggi diremmo politica, come la recente beatificazione dei 498 martiri della Chiesa cattolica caduti negli anni della Guerra civile spagnola. Il fatto che la Chiesa abbia preteso e voluto esercitare un controllo sul processo di santificazione era (come è tuttora) finalizzato a garantire l'integrità del sistema costituito dalla chiesa stessa e intendeva evitare il rischio che la fede scivolasse nella credulità. Questa forma di controllo investì inevitabilmente il miracolo, che è l'altro termine del dilemma e che è pure un prodotto della civiltà occidentale cristiana, il quale si configura come un accadimento portentoso attribuito a cause trascendenti che per il cristiano coincidono con la volontà di dio. Lo stesso Agostino aveva negato che il miracolo fosse possibile nei tempi presenti, salvo poi a ricredersi nelle Confessioni e correggersi ulteriormente nelle Ritrattazioni , dove afferma che nel presente i miracoli hanno subito una riduzione di numero. In ogni caso le vite dei santi sono niente altro che raccolte di miracoli compiuti e non è un caso che i miracoli che attirano l'attenzione e incrementano la fede, sono prevalentemente quelli che agiscono sul corpo, lo guariscono per restituirlo alla sua integrità.
Ora, Padre Pio è stato tutto questo. Come ha scritto Sergio Luzzatto ( Padre Pio. Miracoli e politica nell'Italia del Novecento , Einaudi, pp. 419, euro 24), Padre Pio è stato un'icona del Novecento, a cui è stato chiesto non solo di compiere miracoli, ma di «incarnare l'altro Cristo». Il Sud è stata la terra in cui è cresciuto e si è sviluppato, quel sud su cui Ernesto De Martino ha lasciato pagine mirabili ( Sud e magia , La terra del rimorso ). Pietralcina, dove è nato il 25 maggio del 1887, dista pochi chilometri da Benevento, luogo che la tradizione in passato ha voluto popolato di streghe, e dove peraltro il «malocchio era temutissimo e si cercava di combatterlo con ogni mezzo» (così si legge in una agiografia del frate scritta da Renzo Allegri e pubblicata nel 1998). In quel Sud l'ossessione per la crisi ricorrente era una costante esistenziale; la terra e il sangue sono stati tratti fondamentali dell'esistenza: non solo il sangue di S. Gennaro che periodicamente si liquefa, ma anche il sangue che macchia le candide vesti dei battenti che ogni sette anni percorrono le stradine di Guardia Sanframondi, piccola cittadina anch'essa non lontana da Benevento, e con questi anche le stigmate sanguinolente di Padre Pio.
E' un universo povero che trovava nell'orizzonte simbolico il proprio fondamento e lo strumento attraverso il quale andare oltre le crisi: miseria, malattia, vita, morte, fame. In questo universo cresce e si forma Padre Pio, sul corpo si manifestano per la prima volta le stigmate in coincidenza con una data anch'essa critica per l'universo simbolico a cui l'Italia di allora afferiva e si rivolgeva. Era il 20 settembre 1918, anniversario della breccia di Porta Pia, data che celebrava, per alcuni, che rinnovava l'affronto, per altri, della presa militare di Roma da parte dell'esercito di un altro stato. Ma pure data cruciale perché coniugata con la Grande Guerra, che aveva «segnato l'ora del ritorno del Cristo sulla terra, per gli alfieri chierici e laici della crociata antiteutonica» (così sempre Sergio Luzzatto). E la guerra è forse la quintessenza della crisi dell'«essere-nel-mondo», crisi segnata in quel torno di tempo, sempre il 1918, da un altro evento doloroso che pure travolse l'Italia, l'epidemia di «spagnola». Vere o false che siano, le stigmate sono il segno concreto della presenza divina che si esprime attraverso il corpo emaciato di un giovane frate che da esse avrà scandita tutta l'esistenza, stigmate che apparvero sul corpo del cappuccino «quando la morte andava bussando a tutte le porte... dell'Italia» - è ancora Sergio Luzzatto a scrivere - e che scompariranno sempre con la morte, questa volta però quella del frate, il 23 settembre di cinquant'anni dopo (1968). Le ferite allora si rimarginarono, ma il frate guardiano non volle che le mani e i piedi fossero esposti nella loro nudità allo sguardo dei fedeli. Scrive ancora Luzzatto, citando la relazione di Padre Carmelo da S. Giovanni in Galdo, che «la scomparsa delle stigmate si sarebbe prestata a "false e affrettate interpretazioni", e a "scandalo per i deboli". Meglio lasciar credere che le piaghe fossero ancora al loro posto, senza avventurarsi in una delucidazione "per tanti motivi impossibile a farsi a tutta la stragrande moltitudine"». Così Padre Pio nella bara fu visto come per cinquant'anni era stato visto.
Se Padre Pio si presenta come mediatore con il sovrannaturale, detentore di poteri che consentono il miracolo, quel miracolo che peraltro egli stesso negava fosse possibile - «Il tempo dei miracoli passò» avrebbe dichiarato in un'intervista rilasciata a Igor Man nel 1949, così come riconosceva che la più grande grazia di cui aveva goduto era il fatto di «non aver perduto la ragione e la salute per quante frottole si dicevano», secondo i resoconti conservati nell'Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede riportati sempre da Luzzatto -; se Padre Pio appare come una sorta di uomo della Provvidenza, non stupisce che il fascismo, movimento nazional-popolare, populista e demagogico, dominato da un capo «carismatico», avesse cercato di entrare in sintonia con Padre Pio, che le masse muoveva e al quale le masse si rivolgevano. Era peraltro un fascismo affascinato dall'occulto, che flirtava con l'aristocrazia nera romana, che a imitazione del nazismo e della Guardia di Ferro rumena aveva elaborato una sua mistica, dalla quale era implicato inevitabilmente un superamento della condizione umana (vero o presunto che fosse).
Egualmente l'opposizione di Padre Gemelli è coerente con lo spirito scientista dell'epoca e con i tentativi del medico francescano di spiegare il carattere soprannaturale della mistica con metodi scientifici, distinguendo però i «veri mistici» da quelli da «clinica psichiatrica», e prescindendo dalle contraddizione in cui cadde. Anche l'ostilità dimostrata da Giovanni XXIII nei confronti del frate di Pietralcina è coerente con gli obiettivi sociali razionalmente costruiti di colui che volle il Vaticano II. Una volta morto Giovanni XXIII e pure defunto Padre Pio, quest'ultimo poteva diventare beato (2 maggio 1999) per opera di Giovanni Paolo II, a sua volta immagine del Cristo sofferente, e poi santo (nel 2002), riassorbito nell'alveo di una Chiesa che è prima di tutto sistema.
Dopo questo spaccato di vita italiana descritto da Luzzatto senza lasciarsi sedurre dalla tentazione, fin troppo facile, di smascherare mistificazioni e credulità, ma facendo parlare i fatti, resta in ogni caso senza risposta un quesito cruciale, perché il vero problema e la vera sfida per una società laica, per quanto post-moderna, non è tanto dimostrare che i miracoli di un Padre Pio, come di qualunque altro santo o beato, sono mistificazioni, che la fede è strumentalizzata, e che la religione è un "instrumentum regni", quanto fare in modo che questa visione del mondo, senza che si producano traumi irrisolvibili e irreversibili né crisi di identità, possa essere sostituita da un'altra prospettiva della vita sociale, laica appunto, costruita in forma critica, colta, responsabile, solidale, generosa, e consapevole che il suo destino è nelle sue mani e che il suo futuro dipende dalle scelte che di volta in volta essa compie.


15/11/2007

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