giovedì 17 luglio 2008

Aborto, anestesista obiettore rifiuta di ridurre il dolore

Corriere della Sera 17.7.08
Aborto, anestesista obiettore rifiuta di ridurre il dolore
di Paola D'Amico

MILANO — Il medico anestesista di turno, dichiarandosi obiettore di coscienza, si rifiuta di alleviare il dolore a una giovane donna ucraina, che ha subito un aborto terapeutico per malformazioni del feto. È accaduto nei giorni scorsi all'ospedale milanese Niguarda.
La donna viene ricoverata e l'8 luglio entra in sala parto. È quasi alla 22esima settimana della sua prima gravidanza. Le vengono somministrati i farmaci per indurre il travaglio abortivo. Lei urla per il dolore. Soffre molto, chiede aiuto. Ma l'anestesista si fa da parte: il feto è ancora vivo. «Non posso somministrare analgesia, sono obiettore», si giustifica.
La Cgil, che ha raccolto la denuncia del marito della paziente, parla di «omissione di atto dovuto per l'assistenza» e chiede che l'ospedale apra una commissione d'inchiesta. Ma sollecita anche l'intervento dell'Ordine dei medici e della Regione, perché si arrivi alla definizione di un codice etico di comportamento.
«L'obiezione di coscienza — sottolineano le responsabili della Cgil milanese, Marzia Oggiano e Fulvia Colombini — non può essere invocata in questo caso, perché alleviare il dolore è un preciso dovere di ogni medico».
Ma i primi a chiedere chiarezza sono i medici dell'ostetricia finita nel ciclone. «Alla donna è poi stato dato un antidolorifico dai ginecologi — spiega il primario Maurizio Bini —. Personalmente, avendo noi a disposizione 24 ore su 24 il servizio di parto-analgesia, ritengo che la procedura sia da estendere anche alle pazienti sottoposte ad aborto terapeutico, che viene fatto da sveglie, non in anestesia totale come gli aborti del primo trimestre ». Ma, nel gruppo di specialisti che conta 19 medici, di cui 14 obiettori, ci sono opinioni diverse. «Per questo abbiamo chiesto al Comitato bioetico del nostro ente di chiarire se l'obiezione di coscienza si possa estendere anche all'analgesia durante l'aborto». Le responsabili della Cgil milanese si dichiarano «indignate e addolorate per quanto è avvenuto » e mettono a disposizione della donna la struttura legale del sindacato. La direzione di Niguarda, interpellata, incassa il colpo e promette un'indagine interna.

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