martedì 22 luglio 2008

Paolo, un altro caso Welby: «No all’alimentazione artificiale»

Paolo, un altro caso Welby: «No all’alimentazione artificiale»

L'Unità del 22 luglio 2008, pag. 10

di Massimo Solani

«Nel momento in cui non fossi più in grado di mangiare o di bere attraverso la mia bocca oppongo il mio rifiuto ad ogni forma di alimentazione e di idratazione artificiale sostitutive della modalità naturale». E’ il testamento biologico che Paolo Ravasin, quarantottenne presidente della Cellula Luca Coscioni di Treviso con due figli di 19 e 10 anni, ha diffuso ieri in un video per "fissare" le sue volontà nel caso la Sclerosi Laterale Amiotrofica che ad anni lo ha inchiodato in un letto peggiorasse fino a fargli perdere i sensi e ridurlo in coma. Un nuovo caso Welby che in queste settimane di polemica drammatica sulla sorte di Eluana Englaro riaccende i riflettori sul tema della autodeterminazione dei malati terminali e del testamento biologico. «Tale rifiuto - prosegue Ravasin con un filo di voce respirando a fatica dopo la tracheotomia a cui è stato sottoposto nel 2005 - è da ritenersi efficace anche nella circostanza in cui perdessi qualsivoglia capacità di esprimere e ribadire la mia volontà. Inoltre, a partire dal momento in cui non fossi più in grado di nutrirmi e idratarmi attraverso la mia bocca rifiuto la somministrazione di qualsiasi terapia medica destinata a trattare la malattia di cui sono affetto e altre patologie sopravvenienti intese come complicazioni». Ravasin scandisce le parole con fatica, ma il senso di quelle frasi è un drammatico appello per vedersi riconosciuto il diritto di scegliere una morte dignitosa, più di quanto non possa essere la vita di un malato abbandonato dalle strutture pubbliche. «Accetto unicamente - prosegue nel video il presidente della cellula Luca Coscioni di Treviso - i farmaci necessari a trattare i sintomi dolorosi derivanti, in particolar modo, dalla disidratazione nella modalità di somministrazione che il mio medico riterrà appropriata. Affermo di essere stato informato e quindi sono pienamente consapevole delle conseguenze a cui mi espongo mediante tale rifiuto che tuttavia considero quale mia insuperabile manifestazione di volontà. Oppongo il mio rifiuto ad ogni trasferimento in strutture ospedaliere».



Esce oggi «Bavaglio», il nuovo libro di Peter Gomez, Marco Lillo e Marco Travaglio, con introduzione di Pino Corrias (Chiarelettere, pagg. 240, 12 giuro). Sottotitolo: «Bloccare i processi, cancellare l’informazione, difendersi con l’impunità. Ecco perché Berlusconi sta preparando il bavaglio». Alla vigilia dell’approvazione del Lodo Alfano, che regala l’impunità al premier e alle altre tre cariche dello Stato, anticipiamo brani del capitolo che racconta quel che accade all’estero in materia di immunità. La spericolata bugia che ritorna uguale a se stessa come nel 2003, è che «nelle altre democrazie», o in «molte» di esse, sia già prevista l’immunità per le alte cariche o almeno per il premier. La realtà è opposta: «In nessun Paese d’Europa - come ha ricordato Leopoldo Elia, già presidente della Corte costituzionale, l’Unità il 7 giugno 2003 esiste nulla di simile. La Legge Berlusconi è un unicum nel mondo democratico. La sospensione dei processi per fatti estranei all’esercizio dei poteri della carica vale solo per tre capi di Stato: Grecia, Portogallo e Israele. Il presidente del Consiglio, invece, non ha alcuna protezione particolare da nessuna parte». In tutti i Paesi europei i parlamentari non sono perseguibili per opinioni e dichiarazioni espresse all’interno del Parlamento. L’immunità per le frasi calunniose e diffamatorie pronunciate extra moenia è invece una Una storia già nota quella di Paolo Ravasin. La cui vita, già segnata dal male terribile da cui è affetto dal 1998, è cambiata da quando, nel 2007, Maria Antonietta Coscioni è entrata nella stanza della struttura comunale di Ponte di Piave, in provincia di Treviso, dove Ravasin era costretto da quasi due anni. Una degenza resa intollerabile dalle condizioni della clinica gestita da una cooperativa sociale. «Il personale cambiava di continuo, e quasi nessuno aveva la preparazione e la qualifica adatta per prestarmi assistenza - raccontava nel novembre 2007 in una intervista concessa a Radio radicale, che ne aveva seguito le terribili vicende - La corrente saltava continuamente e la macchina che mi ossigena si spegneva: è successo per 18 volte in due anni e ogni volta erano minuti lunghissimi di agonia in apnea, mentre cercavo di spiegare alle infermiere come riattivarla. Una volta - spiegava - una di loro si rifiutò persino di intervenire dicendomi che non era compito suo. Nemmeno ad un animale potrei augurare una simile sofferenza». Ma Ravasin non si arrende, protesta e chiede attenzione. Gliela concedono i Radicali e l’associazione Luca Coscioni. Fino all’incontro con Maria Antonietta, la vedova di Luca.



«Nella casa di riposo di Ponte di Piave Paolo ha dovuto sopportare sofferenze, incredibili - spiega oggi Marco Cappato, europarlamentare Radicale e segretario dell’Associazione Luca Coscioni - e per questo ha lottato in prima persona per il diritto alle cure, insieme all’Associazione, ed ha ottenuto così il trasferimento in una sede più congrua alle sue cure. Proprio perché ha fatto questa lotta, per se e per gli altri, per evitare di essere trattato come un oggetto in questi mesi, si rifiuta oggi di rischiare di essere trattato di nuovo come un oggetto nel caso in cui perdesse coscienza. La sua testimonianza - ha concluso Cappato - dimostra anche come siano senza senso le disquisizioni sul fatto se l’idratazione e l’alimentazione artificiali siano o no delle terapie. Per Ravasin quello che conta che non si trasformino in una violenza».