sabato 19 luglio 2008

«Rispettate Eluana» Un coro di no a Schifani

l’Unità 18.7.08
«Rispettate Eluana» Un coro di no a Schifani
La Consulta di bioetica: si rispetti la famiglia di Eluana
di Luca Sebastiani

Coro di no contro il Senato che sul caso Englaro ha sollevato il conflitto di attribuzione. Alla famiglia è arrivata la solidarietà della Consulta di bioetica, che dice: si rispetti la famiglia di Eluana. Per i Valdesi «il Parlamento non deve censurare i giudici»

SENZA PACE Il caso di Eluana Englaro ha innescato un dibattito feroce e a volte decisamente sopra le righe. Tanto che la Consulta di Bioetica è intervenuta per invitare ad abbassare i toni di una polemica che sta alimentandosi sulla testa di una persona in carne ed ossa e del dramma di una famiglia. Per questo «la Consulta è vicina alla famiglia Englaro che - recita il documento diffuso ieri - gelosamente custodisce la volontà di Eluana, e invita i critici ad abbassare i toni e diminuire l'insistente pressione ad un ripensamento».
«Giudici necrofili», «prima esecuzione capitale della storia repubblicana», «condanna a morte per fame e per sete», «crimine assurdo di mercanti di morte», «martirio sulla strada della legalizzazione dell'eutanasia«, «omicidio di Stato». In queste ore si sono sentite parole di ogni sorta, a volte al di là della decenza o della semplice «educazione». Parole di, scrive la Consulta, «opinionisti devoti e rappresentanti del clero mossi da sacri furori che s’ingegnano a costruire le più macabre formule per tenere in caldo un'opinione pubblica ritenuta forse ghiotta solo di emozioni forti e colpi di teatro». In realtà, la questione sarebbe anche semplice di per sé, se solo si mettessero «da parte i vecchi schemi vitalisti legati alla sacralità della vita». In Italia infatti, ricorda la Consulta agli smemorati «è riconosciuto anche su base costituzionale il diritto delle persone coscienti e capaci di rifiutare le cure mediche. Riconoscere questo diritto ai capaci e negarlo agli incapaci o a chi abbia definitivamente perso la coscienza è in contrasto col principio di eguaglianza». Ecco perchè la Corte di Cassazione prima e la Corte d'Appello di Milano poi, non hanno fatto che colmare un vuoto e ristabilire un diritto, quello di Eluana, «in stato vegetativo da oltre 16 anni, di non prolungare la propria esistenza, ridotta a mera vita biologica, in conformità all'idea che ella nutriva di dignità personale e alle volontà espresse quando ancora era cosciente».
Stesso discorso da parte di un gruppo di una quarantina di neurologi del Gruppo di studio di Bioetica e cure Palliative della Società Italiana di Neurologia che afferma in una nota di non condividere l'appello presentato da 25 neurologi al procuratore generale di Milano per bloccare il provvedimento che autorizza l'interruzione della cure a Eluana. Tra i firmatari figurano oltre al professor Alberto Defanti, Giandomenico Borasio dell'università di Monaco, Alberto Primavera dell'università di Genova, Mariolina Congedo dell'università di Trieste. Anche Erika Tomassone, del Comitato bioetico delle chiese metodiste e valdesi, si augura che tutti coloro che in questi giorni utilizzano «la situazione coraggiosa e sofferente della famiglia Englaro, per i propri fini ideologici o politici, sappiano fare un passo indietro, perché le questioni in gioco non possono essere oggetto di battaglie ideologiche, ma piuttosto di un serio lavoro legislativo».
E invece politicamente il dibattito è di diverso genere, molto più involuto rispetto a quello auspicato dalla Tomassone. Il Parlamento infatti discuterà, lunediì al Senato e mercoledì alla Camera, il conflitto di attribuzione con la Cassazione. Una discussione che ha fatto reagire il senatore del Pd Enzo Bianco, secondo cui, invece, il caso di Eluana avrebbe meritato un «rigoroso e rispettoso silenzio». Anche per questo è contrario alla discussione del conflitto d’attribuzione, perchè, spiega, «La decisione della Corte suprema è ineccepibile» in quanto «non sostituisce al legislatore».
Dello stesso avviso, ma più deciso, il senatore Stefano Ceccanti, secondo cui il conflitto d’attribuzione non appare neanche «uno strumento percorribile».

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