venerdì 18 gennaio 2008

Elogio della contestazione a Ratzinger

Liberazione 16.1.08
Il problema non è il Papa, il problema siamo noi
Elogio della contestazione a Ratzinger
di Massimiliano Smeriglio

Ultimamente Massimo D'Alema ama ripetere una frase colma di fascinazione e potenza: "non solo noi, ma anche gli altri. Non solo qui ma anche il mondo. Non solo oggi ma anche il domani". Una frase che per noi è anche una sfida sul terreno della innovazione e della trasformazione sociale. Muoviamo da qui per porre la questione del "noi", perché sembra prevalere ovunque la trasfigurazione di una identità dinamica verso un altrismo indistinto che tutto ricomprende. E un conformismo che mette i brividi. La discussione successiva alla rinuncia unilaterale del Papa alla prolusione per l'apertura dell'anno accademico della Sapienza è stata una lezione tragica sullo smottamento della discussione pubblica nel Paese. Come è noto il problema non è il Papa, il problema siamo noi, la tenuta e la forza della res pubblica ben prima di qualsiasi ragionamento sulla laicità. Il punto che sembra prevalere è una subordinazione culturale senza precedenti alle capacità egemoniche della Chiesa di Roma. Il tutto fondato su una supposta e indiscutibile autorevolezza e primazia della voce del Papa. Questo è il punto su cui vorrei discutere. Esiste, per i cattolici e solo per i cattolici apostolici e romani, una autorità indiscutibile, il Sommo pontefice, perché rappresentante del Cristo in terra. Ma appunto questo vincolo di obbedienza e subordinazione riguarda i cattolici, coloro che fanno professione di fede. Altra cosa è l'autorevolezza e la conquista del consenso praticando forme di egemonia culturale e non per sottomissione. Questo è un punto importante, su questo agli inizi del ‘500 si è accesa la Riforma protestante e anche il movimento della Renovatio evangelica guidato da Erasmo da Rotterdam. Una Riforma che ha sottratto al dominio di Roma e della mediazione ecclesiastica gran parte del nord Europa. E una Renovatio che ha sbattutto contro i cumuli di cenere prodotti dai roghi.
L'autorevolezza del Papa e della Chiesa di Roma non valgono a prescindere, non possono essere confuse con la sfera dell'autorità. E mentre i cattolici sono vincolati al dogma dell'obbedienza e quindi alla sottomissione all'autorità papale, per tutti gli altri conta solo il linguaggio dell'autorevolezza. E l'autorevolezza si conquista sul campo, dismettendo le vesti militanti, valorizzando l'ecumenismo ed un linguaggio che abbia validità erga omnes. Su questo terreno Giovanni Paolo II ha giocato e vinto la sua partita nella Chiesa e tra gli uomini (ma non tra le donne, ma questo riguarda tutti i Papi).
L'autorevolezza si conquista parlando al mondo, sviluppando capacità di ascolto e sensibilità sincretiche. Papa Benedetto XVI ha scelto un altro terreno, quello del rafforzamento identitario della comunità militante; ha scelto di accumulare forze su questo terreno per giocare partite politiche e culturali qui e ora. Dalla moratoria sull'aborto alla negazione dei diritti civili, dall'attacco al sindaco di Roma al ripristino del rito preconciliare alla umiliazione della differenza di genere. In fondo era chiaro dall'origine, anche nella scelta del nome vi era la ricerca di un destino: il richiamo alla regola di San Benedetto per la evangelizzazione dell'Europa e l'omaggio a Benedetto XV, il papa che difese con i denti il cattolicissimo impero austroungarico. Benedetto XVI è un Papa militante che ci ricorda spesso la superiorità "oggettiva" del cristianesimo, unico monoteismo fondato su di un Dio che si è fatto uomo, vera carne e vero spirito. Benedetto XVI ha deciso di entrare nel mondo per via d'urto, compattando e rafforzando sempre più il campo crociato. Nulla di male e nulla di nuovo nella storia millenaria della Chiesa, ma questa strategia inevitabilmente comporta scontri e contenziosi con la res pubblica, inevitabile perché inscritto nel carisma praticato da Ratzinger. Un carisma fondato sull'Autorità che non cerca consensi esterni al cattolicesimo e che anzi si fonda sulla competizione di campo con le altre confessioni religiose e con il resto del mondo. Un carisma che gioca partite tutte politiche nell'ultimo cortile di casa rimasto nella disponibilità del Vaticano, dopo la svolta di Zapatero in Spagna. Insomma la pratica quotidiana di una vera e propria teocrazia.
Per questo non vi è autorevolezza nell'azione del Papa, per questo diviene decisivo resistere alla sua occupazione di campo. In fondo non è scritto da nessuna parte che si debba essere autorevoli e portatore di dialogo. Non lo fu Alessandro VI Borgia accusato di aver comprato i voti dei suoi elettori e di aver avuto cinque figli da Vanozza de' Cattanei, tra cui il Valentino; non lo fu Paolo IV Carafa per l'uso sistematico dell'Inquisizione, non lo fu Clemente VIII Aldobrandini che mando al rogo Giordano Bruno, non lo fu Urbano VIII Barberini che non si oppose al processo a Galileo. Potremmo continuare. Questi furono Papi che utilizzarono la loro autorità formale, ma non furono Papi autorevoli. Papa Benedetto XVI è indubbiamente una autorità del nostro tempo, ma non è un Papa autorevole perché non cammina sul sentiero del dialogo ma su quello dell'identità e della contrapposizione. Per questo è giusto che prenda la parola dove e quando vuole, così come è legittimo contrastarne l'azione e contestarne la presunta superiore neutralità.
Non vi era neutralità nel non expedit (Decreto della Curia) con cui Papa_Pio IX si espresse negativamente circa la partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni e in generale alla vita politica dello Stato. E paradosso della storia è solo grazie a questa decisione che oggi possiamo ammirare la statua di Giordano Bruno in Campo de fiori a Roma, statua che oggi nessun Primo ministro avrebbe il coraggio di far erigere.
In questo contesto le iniziative dei docenti e degli studenti della Sapienza sono un contributo indispensabile per riaprire un ragionamento sui fondamenti delle ragioni della sfera pubblica e della critica dei saperi; insomma una piccola speranza di fronte al mutismo a alla catastrofe culturale a cui sembra rassegnata la politica italiana. Una politica che balbetta, che accetta la subordinazione culturale come se fosse un fatto ovvio e naturale; e una centro sinistra, soprattutto quello post comunista, genuflesso, incapace di determinare una dialettica per lo meno simile a quella che De Gasperi manteneva nei riguardi della Santa Sede. La discussione in Parlamento successiva alla rinuncia del Papa è stata una pessima pagina di conformismo e di incapacità ad individuare le parole e le forme di un rinnovato orgoglio repubblicano. Rinuncia che ha fatto il giro del mondo procurando un ulteriore danno d'immagine per il governo Prodi; in fondo e con un po' di malizia si potrebbe pensare che la contestazione sarebbe stato solo una delle tante e sarebbe stata responsabilità degli organizzatori. Il personale non expedit di Ratzinger mette viceversa alla gogna globale questo traballante governo.
Siamo ostinati e continuiamo a pensare che c'è ancora spazio per la tutela ed il rilancio delle istituzioni pubbliche, dipende da noi e da quanto questo Paese saprà sottrarre la sua autonomia e il suo destino dalle grinfie dei poteri forti, Vaticano compreso. Anche se spesso la partita che stiamo giocando più che ad un match equilibrato sembra quella pubblicità dove da una lato c'è una squadra di calcio da undici e dall'altro una squadra di duecento persone. Sottotitolo, "ti piace vincere facile?".

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