mercoledì 30 gennaio 2008

Giuliano, bandito in paradiso

La Stampa
05/04/2001

Francesco La Licata

Ritrovata negli archivi dell¹Arcidiocesi di Monreale la lettera del prete che assolse il mafioso
Giuliano, bandito in paradiso

Francesco La Licata PALERMO IL bandito Salvatore Giuliano chiese perdono a Dio per le sue malefatte. Riuscì anche a confessarsi e, forse, a prendere la comunione. Incontrò per due volte lo stesso prete, al quale affidò la propria crisi di coscienza e persino una buona parte di inconfessabili segreti. La storia inedita della «conversione» di Turiddu re di Montelepre, ricordato finora per la vocazione allo stragismo ante litteram e soprattutto per aver sparato - il 1° Maggio del 1947 - su un corteo di contadini a Portella della Ginestra, è contenuta in poche righe, una trentina. Si tratta di una lettera scovata nell'archivio storico dell'Arcidiocesi di Monreale, nel cui territorio ricade la parrocchia di Santa Rosalia di Montelepre. L'esistenza della lettera è stata confermata dalla Curia di Monreale, diretta dal vicario generale don Vincenzo Noto, un sacerdote molto conosciuto a Palermo per essere stato vicino al cardinal Salvatore Pappalardo e per aver fondato l'agenzia Mondo Cattolico di Sicilia e il settimanale Novica. Il documento - identificato come «Fondo Governo Ordinario», Sezione 9, Busta 1, Serie 36 S - è firmato da un prete non siciliano, padre Agostino Reni, e porta la data di «luglio idi 1950». Proviene da via Pescara di Milano che, presumibilmente, deve essere l'indirizzo del religioso. Destinatario della missiva è il vescovo di Monreale, Ernesto Filippi. Il contenuto è semplice nello stile, anche se propone argomenti dibattuti più volte nel corso degli anni, ma mai definiti. Nel caso di don Agostino Reni si tratta di una vicenda molto simile a quella avvenuta qualche anno fa a Palermo, quando il carmelitano della Kalsa, padre Mario Frittitta, fu arrestato per aver accettato di incontrare il boss mafioso latitante, Pietro Aglieri, ed aver celebrato la messa nel covo del ricercato. Il monaco in manette fece scalpore, e l'intera parrocchia insorse contro i magistrati. Frittitta venne processato, condannato in primo grado ma assolto in appello con grande riesplosione delle polemiche. Anche la Chiesa non fu univoca: Frittitta venne difeso dal suo Ordine e censurato dalla Curia palermitana, mentre il dibattito teologico non ha sciolto il dubbio sulla «opportunità» di offrire i sacramenti a uomini praticamente scomunicati in quanto mafiosi. Cinquant'anni prima di Frittitta, don Agostino scrive al vescovo e lo informa di aver incontrato Giuliano: «Sono del continente e qui lo conobbi due anni addietro, perché mi cercò». L'annotazione consente qualche riflessione a proposito della facilità con cui, allora come ora, riescono a spostarsi i latitanti. Ma c'è dell'altro, quando il prete afferma: «Confessò i suoi errori, dei quali era relativamente responsabile». Che vuol dire, don Agostino? Quale verità gli fu affidata, nel segreto del confessionale? È azzardato ipotizzare che il bandito parlò delle complicità mai provate nei numerosi processi? Un secondo incontro deve essere avvenuto, come scrive il prete, «due mesi fa» rispetto al luglio 1950. E cioè qualche settimana prima che il bandito - nascosto nella casa dell'«avvocaticchio» Di Maria a Castelvetrano - venisse assassinato dall'unica persona che poteva avvicinarlo: il cugino Gaspare Pisciotta. Puntualizza il religioso: «...per salvare un'anima l'esaudii». Giuliano avrebbe voluto la comunione, ma ciò non fu possibile perché, scrive Reni, «non volevo essere troppo notato in Palermo». Il sacerdote, comunque, gli indica una «chiesetta» dove avrebbe facilmente ricevuto l'ostia. La prosa del documento non lascia spazio a dubbi sulla convinzione di don Agostino, a proposito dell'effettiva «conversione» del bandito: «Dio voglia che sia una pecorella del suo ovile ritornata in seno a Dio. Non sempre il giudizio degli uomini è simile a quello di Dio». In effetti Giuliano deve aver goduto di un certo ascendente sulla Chiesa, se è vero che la sorella, Mariannina, riuscì a sposarsi nella parrocchia di Santa Rosalia, a Montelepre, presente il latitante Turiddu. Le parole di don Agostino, rivelano una certa preoccupazione di Giuliano per la sorte della madre, Maria Lombardo. Un'ansia che risulta, però, incomprensibile a uno dei ultimi sopravvissuti di quella tragica stagione: il maresciallo Giovanni Lo Bianco, allora sottufficiale della squadra repressione banditismo e oggi novantaduenne. «L'unica volta - dice - che Giuliano si preoccupò della madre risale a quando scrisse una lettera all'ispettore generale Verdiani per pregarlo di intercedere presso il procuratore generale Emanuele Pili in favore della donna e della sorella Giuseppina». Lo Bianco aveva arrestato Maria Lombardo sulla strada fra Montelepre e Terrasini. Seduta sul sedile posteriore di un'auto, stringeva un fazzoletto pieno di gioielli acquistati nella premiata gioielleria Fiorentino. Era il tesoro destinato al genero Pasquale Sciortino, in procinto di emigrare negli Usa. L'archivio di Monreale non contiene altro su questa vicenda. Non sembra vi sia stata risposta del vescovo. Rimane il mistero: cosa spinse don Agostino a informare le gerarchie ecclesiastiche dei suoi incontri col bandito?

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