martedì 29 gennaio 2008

«La fede religiosa elimina la responsabilità, favorendo fanatici e integralisti politici»

Corriere della Sera 29.1.08
Torna il sacro e sfida l'Illuminismo
«La fede religiosa elimina la responsabilità, favorendo fanatici e integralisti politici»
di Edoardo Boncinelli

La discussione. Il nuovo numero della rivista «Reset»: un confronto sul rispetto per i credenti e per chi nega l'esistenza di Dio

La religione, al pari di tutte le convinzioni parareligiose, rassicura e deresponsabilizza, e non saprei dire quale dei due aspetti sia più ben accetto agli individui che la professano. Se l'aspetto della rassicurazione non ci deve riguardare più di tanto, è sull'aspetto della deresponsabilizzazione che la modernità ha qualcosa da dire.
Uno dei primi compiti delle religioni è stato quello di spiegare l'origine e la natura del mondo. Dal punto di vista conoscitivo e razionale questo non sembra avere oggi più molta importanza, mentre sul versante emotivo sembra avere ancora grande presa su molti, che appaiono dirsi: «Dio pensa a me, quindi non sono solo e abbandonato». Per chi ci crede, ciò ha un grande significato, perché dà un senso complessivo alla vita e alla morte e fornisce una speranza per ciò che potrà accadere dopo la vita terrena. C'è una lieve sfumatura di deresponsabilizzazione in tutto questo, ma non la vedo eccessiva e non me la sentirei di insidiare tale convinzione a qualcuno che ce l'ha, se davvero ce l'ha. Si tratta comunque di una faccenda privata.
A metà strada fra la sfera privata e quella pubblica si trova invece la vocazione etica della religione; di tutte le religioni, ma soprattutto di quella cattolica che ci riguarda più da vicino: ciascuno si deve comportare bene per far piacere a Dio e per non incorrere nella sua ira.
Questa semplice affermazione ha a sua volta due risvolti: l'assunzione implicita che sotto questa spinta gli esseri umani si comportino meglio e la delega che viene così conferita ai ministri di culto perché accertino e comunichino quale sia il comportamento etico giusto da tenere in ogni circostanza.
La prima assunzione è molto probabilmente priva di fondamento: non c'è nessuna evidenza statistica che un credente si comporti in media meglio di un non credente. A noi oggi non piace poi, come non piaceva a Kant e ad altri filosofi di quei tempi, l'idea che un essere umano si comporti bene perché deve e per paura di un castigo. Questo è uno dei motivi di più acuto contrasto tra il pensiero laico e quello religioso. Lo spirito laico richiederebbe una libera scelta individuale e un comportamento retto anche se maturato in un clima di autonomia interiore. A maggior ragione non ci piace la delega per l'etica che il clero si è attribuito. Nessuno può legiferare per nessuno in tema di morale. Non ci deve essere un'etica individuale quindi? Non scherziamo! La messa a fuoco di un'etica individuale è importate per il pensiero laico quanto e più che per il magistero cattolico, anche se, rispetto alle posizioni del secondo, il primo auspica una maggiore attenzione al caso singolo e alle istanze dell'individuo e una minore rigidità. Su questo tema si è scritto tanto e io stesso ne ho parlato nel mio libro Il male (Mondadori 2007).
Il fatto è che una volta che un'autorità si arroga il diritto di legiferare sul tema del retto comportamento, è facile per essa passare dalle questioni di morale individuale a quelle che definirei di etica sociale. E qui si entra decisamente nella sfera del pubblico, con l'aspetto dell'etica sociale appunto, del quale tanto si parla in questo momento, con l'argomento del valore di coesione sociale della fede, e con la propensione più o meno dissimulata per l'instaurazione di una sorta di teocrazia.
Brevemente, se non si vede quale diritto abbia il clero di decidere sui temi della morale individuale, ancora meno si può accettare che detti legge in tema di etica sociale. In secondo luogo, l'appartenenza a una stessa fede poteva essere uno stimolo alla coesione sociale in una società caratterizzata da una sola confessione, ma diviene elemento di destabilizzazione, se non di aperto conflitto, in una società transnazionale che ospita fedi diverse, inclusa l'assenza di una fede dichiarata. Che dire, infine, dei continui tentativi di far assumere alla fede in una confessione la veste di un'appartenenza e di una militanza politica?
Davanti alla presente offensiva del pensiero cattolico per la riconquista delle posizioni perdute, è quindi più che legittimo che chi si sente legato all'ideale di una società laica metta in atto una controffensiva di argomentazioni e di messe in guardia, anche se non ci si può attendere da quest'azione più di quanto essa possa dare, atteso che quella di fare proseliti non è mai stata una vocazione laica, mentre è, e dichiaratamente, una vocazione fondamentale dell'anima cattolica.
C'è un ultimo aspetto. È di moda oggi esultare, anche da parte di autori considerati laici, per un certo recente «ritorno del sacro». Non so bene di cosa si parli e di che cosa dovremmo esultare: il senso del sacro vive di ignoranza, di paure e di oscure minacce, confina con la superstizione e dispone al fatalismo e al fanatismo. Se c'è veramente questo ritorno del sacro, significa che l'Occidente tenta di rientrare in quello stato di minorità dal quale l'Illuminismo, secondo Kant, l'aveva a suo tempo affrancato.

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