giovedì 31 gennaio 2008

TRA RELIGIONE E LEGGI DI STATO

TRA RELIGIONE E LEGGI DI STATO
Religione e leggi di Stato

di PAOLO FLORES D'ARCAIS

ROMA ha parlato e la questione è chiusa. È con lo stile di chi amministra la Verità, perché attraverso la Rivelazione e la successione apostolica l'ha ricevuta da Dio stesso, che ha parlato ieri al congresso internazionale sui trapianti Giovanni Paolo II. Non poteva essere altrimenti. La forza di questo Papa, e perfino il suo incredibile successo fra i laici, è legato anche e soprattutto alla logica della certezza con cui Karol Wojtyla ribadisce in modo intransigente l'ortodossia della Chiesa, applicandola ai nuovi problemi etici di confine.
Due i temi affrontati: i trapianti (compresi quelli con organi prelevati da animali) e la cosiddetta "clonazione" (sulla necessità di definirla "cosiddetta" ritorneremo).

SI PARLERA' molto anche del primo, ovviamente, e con soddisfazione (fino all'entusiasmo) pressoché generale: Wojtyla ha infatti detto un pieno e rotondo sì ai trapianti, visto che le sue "cinque condizioni" sono quelle che tutti i medici hanno sempre chiesto vengano rispettate.
Ma la questione cruciale era quella della "via inglese" (e ora anche americana) per la ricerca su cellule staminali da embrione fino al quattordicesimo giorno di fecondazione. E su questo il no del Papa è stato altrettanto rotondo, assoluto, intransigente, definitivo. Per la ragione già nota: il Papa ritiene che fin dal momento della fecondazione sia già pienamente concepito un essere umano, che fin dalla prima divisione cellulare l'embrione sia una persona a tutti gli effetti. Che valga dunque per l'embrione (non importa se al quindicesimo o al primo giorno, o anche al primo istante della duplicazione cellulare) quanto ribadito nelle discussioni sull'aborto: la soppressione della realtà cui la fecondazione dà luogo è - da subito - un omicidio a tutti gli effetti. Per questo il Papa ha più volte parlato dell'aborto come di un genocidio, anche a due passi da Auschwitz durante un viaggio in Polonia (sottovalutando, forse, che per chiunque sia avvertito della storia di questo secolo genocidio suona sinonimo di olocausto. Di modo che una donna che abortisce è moralmente equivalente a un Ss che getta un bambino ebreo in un forno crematorio). Genocidio sarebbe dunque, seguendo questa dottrina, una qualsiasi "strage" di ovuli umani fecondati.
Il Papa, nel suo no assoluto, è stato semplicemente coerente. Accettando una distinzione tra periodi (prima e dopo il quattordicesimo giorno) avrebbe aperto la strada ad analoghe distinzioni riguardo all'aborto (distinzioni che non mancano affatto nella storia della Chiesa: in Agostino si leggono pagine di virulenta polemica contro i suoi colleghi vescovi - allora in maggioranza - che ritenevano l'anima creata da Dio solo al terzo mese di gravidanza, e dunque l'aborto lecito fino a quel periodo). Due considerazioni tuttavia si impongono.
Primo: sarebbe bene che anche il Papa, e gran parte del sistema di informazione, la piantasse di parlare di clonazione di esseri umani a proposito della "via inglese". La parole è suggestiva e terroristica (ciascuno pensa al caso della pecora Dolly replicato per l'homo sapiens), ma non ha nulla a che fare con la possibilità di coltivare, manipolare (e perciò "clonare") cellule di un embrione entro il quattordicesimo giorno (la legge inglese perciò condanna la clonazione). Secondo: nessun ricercatore cattolico è tenuto a compiere esperimenti sul pre-embrione (così, tecnicamente, i manuali definiscono l'embrione fino al quattordicesimo giorno). Altrettanto assurdo, però, che le parole del Papa abbiano una qualsiasi influenza nel decidere di una legge in uno Stato laico. La morale del Papa, che considera persona il feto, l'embrione, il pre-embrione, è una morale religiosa fra le tante, non solo largamente minoritaria (non è questo il punto) ma assolutamente non argomentabile in termini puramente umani. Senza la fede, nessuno può ragionevolmente ritenere che un gruppo indifferenziato di cellule, sia già una persona. Con argomenti puramente umani non si arriverà mai a questa conclusione (e del resto non vi arrivano nemmeno la maggior parte delle confessioni cristiane non cattoliche, e di fatto non lo crede neppure la maggioranza dei cattolici praticanti, come confermano le preoccupate statistiche di molte diocesi). Ma una legge, in un paese laico, si definisce a partire da una discussione pubblica in cui sono ammesse solo argomentazioni umane, poiché il ricorso a un Dio o a una fede ci porterebbe di filato verso la teocrazia e il fondamentalismo (se la religione da obbedire è Una) o alle guerre di religione (se da rispettare, nel senso di obbedire, sono parecchie). In ogni caso, un passo indietro, nel campo della convivenza umana, di molti secoli.
Ecco perché è preoccupante, dal punto di vista di una democrazia fondata sui diritti civili, che non solo molti cattolici (per fortuna non tutti) ma anche troppi laici ritengano che la voce di una dottrina religiosa particolare debba avere influenza nella elaborazione di una legge. E si preparano perciò (o addirittura auspicano) ai "necessari" compromessi. Solo gli argomenti di ragione (da scrivere con la minuscola) potranno avere voce in capitolo. Daranno luogo a opinioni e controversie, ovviamente (solo una Ragione che sia surrogato e parodia delle religioni parla con voce unanime), ma dovranno prescindere rigorosamente dalla fede e da Dio (e dalle parole di chi pretende di interpretarne la Parola). Etsi Deus non daretur, questo è il fondamento di ogni legislazione laica. Se poi, in termini di rigorosa ragione umana, qualcuno riuscirà ad argomentare che le otto o quattro cellule delle prime divisioni dell'ovulo fecondato sono già a tutti gli effetti una persona, allora - e solo allora - si potrà decidere di bloccare la ricerca. Ipotetica di terzo tipo.
LA REPUBBLICA 30 AGOSTO 2000

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