venerdì 18 gennaio 2008

South Carolina, nel covo degli ultra cristiani

South Carolina, nel covo degli ultra cristiani

La Repubblica del 18 gennaio 2008, pag. 17

di Mario Calabresi

«Quattro anni fa i valori erano la torta, oggi al massimo sono la ciliegina sulla panna», Jonathan Pait è il portavoce della Bob Jones University, la culla dei fondamentalisti cri­stiani, la platea dove un giovane George Bush nel 2000 celebrò la sua alleanza con la destra religiosa, l'ate­neo da cui partì la campagna di vele­ni che distrusse le aspirazioni presi­denziali di John McCain, il luogo sim­bolo della speranza di trasformare l'America in una nazione cristiana.

Il campus è formato da palazzine basse di mattoncini gialli in stile an­ni Quaranta, nessuno fuma, non si possono bere alcolici, ascoltare musica rock, country o rap, tingersi i capelli o portare i pantaloncini corti. Le ragazze hanno tutte la gon­na sotto il ginocchio, meglio se arri­va alle caviglie. 15000 studenti non possono andare al cinema, guarda­re dvd sul computer, giocare con videogames violenti o volgari, internet è filtrato e la luce si spegne tas­sativamente alle 11 ogni sera. Ma tutti sorridono e discutono ai tavo­lini della caffetteria, l'immagine dello studente con l'ipod nelle orec­chie e la testa nel computer qui non va di moda. Anzi è proibita.

Otto anni dopo la grande mobili­tazione, quattro anni dopo quello che lo stratega di Bush Karl Rove de­finì «l'incendio delle pianure» conia parola d'ordine dei valori, nessuno ha più voglia di fare crociate. L'uni­versità non sostiene candidati, l'u­nico a parlare qui oggi pomeriggio è Ron Paul, personaggio minore con idee libertarie e radicali. Per il resto lezioni, preghiera e una sorpren­dente assenza di politica.

«Oggi i fondamentalisti — spie­gano — sono scettici sul ruolo della politica, nel 2004 Bush voleva esse­re rieletto e costruì una campagna basata sui valori: il rifiuto dei matri­moni tra persone dello stesso sesso, dell'aborto e della ricerca sulle cel­lule staminali e così riuscì a creare una mobilitazione straordinaria. Oggi non se ne sente nemmeno più parlare, sono temi usciti dall'agen­da». Cammini nel campus e nessu­no ha remore a dirlo: nella presidenza di George Bush non è accaduto nulla di quanto era stato promesso, la gente era stata galvanizzata dall'i­dea che si potesse cambiare davve­ro, «ora c'è delusione: è diventato chiaro che era un gioco di potere».

«I cambiamenti della morale e della cultura — allarga le braccia Pait mentre ci fa vedere l'incredibi­le collezione di quadri di ispirazione religiosa con tele di Veronese, Gui­do Reni e Rubens — non verranno dalla politica o da chi governa, me­glio dedicarsi ai nostri ragazzi, aiutarli a crescere a immagine di Cristo, ad essere capaci di comportarsi da cristiani nella vita di tutti i giorni». L'agenda dei politici e dei media è focalizzata su altri temi e nessun sondaggio chiede più di esprimersi sui matrimoni gay, e allora si guarda a chi sarà più capace di aggiustare il Paese, la sua economia, la guerra, tanto che perfino il pastore battista Huckabee non incanta: «Inutile il­ludersi: un presidente non è in gra­do di trasformare l'America in una nazione cristiana».

Tanto che il nipote del fondatore dell'università, Bob Jones III, l'uo­mo che accolse George Bush, si è schierato con il mormone Mitt Romney. Sembrerebbe un'alleanza im­possibile e contro natura, la Bob Jo­nes è famosa per le sue condanne veementi di cattolici e mormoni, invece è accaduto in nome del reali­smo: troppe tasse, troppo governo, ci vuole un manager, qualcuno ca­pace di decidere, non sarà evangeli­co ma è comunque contro l'aborto e un convinto sostenitore dei valori familiari.

Otto anni dopo in South Carolina — dove domani si terranno le pri­marie repubblicane — c'è ancora John McCain in cerca della vittoria che lo proietti verso la nomination, anche questa volta è in cima ai son­daggi e qui continuano a non amar­lo, ma adesso non sono scesi in campo. Il professor Richard Hand, da qui spedì la mail in cui si accusava l'e­roico reduce del Vietnam di avere dedicato la vita ai party, al gioco, al­l'alcool e alle donne e di aver avuto una figlia nera fuori dal matrimonio. Il pettegolezzo, infondato, venne pompato dalla campagna di Bush in ogni angolo di questo Stato conser­vatore e bigotto e distrusse McCain e le sue speranze. L'università prese le distanze ma non ci fu alcun prov­vedimento contro il docente.

Anche oggi sono tornati a circola­re i veleni, ma non vengono da que­ste aule: si sono convinti chi i politi­ci «sono tutti uguali», meglio impe­gnarsi per cambiare gli individui nella società, continuare a formare migliaia di pastori per le chiese d'A­merica.

A dire il vero qualcosa è cambiato anche qui, dove i neri sono stati am­messi solo nel 1971: ora non sono più proibiti i matrimoni tra persone di razza diversa (si evitava così il ri­schio del ritorno alla Torre di Babe­le) e ovunque c'è scritto che la Bob Jones non discrimina sulla base del­la razza, del colore o della prove­nienza. Manca però la parola «gender, genere, ciò significa che l'o­mosessualità non è accettata. Quel­la proprio no. Nel piccolo museo di memorabilia vicino alla foto di Reagan c'è la pubblicità che l'università faceva sulla rivista Time nel 1967: «Sì, siamo quadrati», diceva lo slogan, «perché essere quadrati—con­clude Jonathan Pait — è una dote nel mondo che rincorre affannosamente l'ultimo pettegolezzo su Britney Spears». Fox e Cnn qui non arri­vano e nemmeno più i candidati, al­la redenzione che passa per Wa­shington non ci crede più nessuno.

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