sabato 26 gennaio 2008

La ragione subordinata alla fede Il mondo alla rovescia dei laici

La ragione subordinata alla fede Il mondo alla rovescia dei laici

Liberazione del 25 gennaio 2008, pag. 10

di Lea Melandri

Quando in un Paese, che si proclama laico e democratico, politi­ci e mezzi di informazione invocano, quasi unanimemen­te, che venga data "libertà di parola" a un'istituzione che dichiaratamente si pone sulla sponda opposta - in quanto depositaria di una verità asso­luta, di "valori fondamentali" che, come ha scritto Navarro-Valls (La Repubblica del 15 gennaio), "precedono la politica", perché "non dipendono da noi" -, i casi sono due: o si è con­vinti che le proprie istituzioni siano abbastanza forti e tem­prate storicamente da reggere all'urto della potenza che ne minaccia l'autonomia, oppu­re si è già fatta propria incon­sapevolmente la posizione dell'altro. Come spiegare altri­menti la sorprendente inversione di rotta che hanno preso le accuse di intolleranza, fine della laicità, chiusura cultu­rale, violenza ideologica, nel momento in cui, a seguito del dissenso espresso da un grup­po di docenti e studenti, il Pa­pa ha deciso di non presenzia­re all'inaugurazione dell'an­no accademico dell'università-La Sapienza? In modo del tut­to speculare, il fronte laico si è trovato a trasferire su di sé le stesse critiche, le stesse accuse; che fino al giorno prima aveva rivolto al pontificato di BenedettoXVI, o, in alcuni casi, a recitare simultaneamente la parte della vittima e dell'ag­gressore.



Dopo aver deplorato la data infausta, che avrebbe messo fi­ne a un Paese "democratico" e affossato la speranza di vivere in una "Repubblica serena­mente laica", Ezio Mauro (La Repubblica 16 gennaio) pro­segue dicendo che la Chiesa è tornata a "essere un primo at­tore in tutte le vicende pubbli­che", "pretende di determina­re i comportamenti parla­mentari delle personalità politiche cattoliche", si pone "come una riserva superiore di verità esterna al libero gioco democratico, una sorta di obbligazione religiosa a fonda­mento delle leggi e delle scelte di un libero Stato". Benché si dica convinto che una univer­sità di Stato non possa fare del pensiero religioso "la fonte costitutiva del suo sistema culturale ed educativo", al­l'Autorità massima che ne è portatrice Ezio Mauro avreb­be voluto che si aprissero le porte nel giorno simbolica­mente più significativo del suo percorso interno, quale è l'inaugurazione dell'anno accademico, in modo che i do­centi "potessero interloquire, fissare e ribadire l'autonomia dell'insegnamento e della li­bertà di ricerca". E' come dire che, per essere "tolleranti", si deve lasciar spazio all'intolle­ranza, per essere "liberi" la­sciarsi espropriare dei luoghi dove la libertà, di pensiero e di parola, è garantita dal dettato costituzionale, oltre che dai regolamenti interni di una istituzione, per essere "laici" cedere la lectio magistralis a un sapere confessionale, cioè a una verità di fede. In altre parole, non è previsto che si pos­sa dissentire, ribellarsi, chie­dere che venga messo un limi­te là dove la libertà di una parte interferisce con quella del­l'altra, potendo contare su una innegabile disparità di potere. Nel momento stesso in cui si riconosce che l'inter­locutore laico ha subito una "riduzione di dignità", inspie­gabilmente gli si chiede di ac­cettare il dialogo, il confronto. Guardare il mondo alla rove­scia, pensare che la parola del Papa, trasmessa settimanal­mente a tutto il mondo e quasi ogni giorno sui teleschermi di casa nostra, abbia bisogno di essere protetta dalla "censura", dal rischio di passare sotto silenzio, può essere lo scarto di prospettiva che, parados­salmente, restituisce alle cose la giusta proporzione. Diventa preoccupante quando si fa senso comune, visione condi­visa, irragionevolezza diffusa.



A questo punto le domande che dobbiamo porci sono al­tre. Di che pasta è fatto il con­senso a una rappresentazione così distante dalla realtà? Per­ché il Papa appare intoccabi­le, al di sopra di ogni legge, di ogni civile regola di conviven­za, di ogni conquista di li­bertà? Perché un sistema me­dioevale, che subordina la scienza, il diritto, e quindi la politica, al superiore dettato della filosofia e della teologia - la "coppia gemellare" di sape­ri a cui San Tommaso d'Aquino aveva affidato "la ricerca sull'essere umano nella sua totalità", il compito di "tener desta la sensibilità per la ve­rità", che ha il suo culmine nella fede cristiana -, può es­sere scambiato oggi per l'espressione più alta della ra­gione?



Nel discorso di Ratzinger, che deve essere risuonato ancora più solenne letto in sua assenza, è detto con chiarezza quali siano la radice e l'albero, la forza propulsiva creatrice e le diramazioni dell'umano: " Se però la ragione diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana...inaridisce come un albero le cui radici non rag­giungano più le acque che gli danno vita...Applicato alla nostra cultura europea ciò si­gnifica: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e… preoccupata della sua lai­cità, si distacca dalle radici delle quali vive, allora non di­venta più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma".


Dopo il lungo, combattuto percorso, che ha portato alla separazione tra Chiesa e Sta­to, fede e conoscenza, come è possibile che la fede torni ad essere "forza purificatrice" che aiuta la ragione ad "essere più se stessa"? Una risposta, o una chiave interpretativa, la offre Giuliano Ferrara, il pala­dino più acceso di quello che definisce il "Papa della ragio­ne", nel suo editoriale (Il Fo­glio del 17 gennaio). Il merito, che fa di Benedetto XVI un "Papa a disposizione del suo tempo", è di aver rafforzato "l'identità cristiana e cattoli­ca nel mondo", di aver dato "un aiuto insperato a un'epo­ca di svuotamento tendenziale del vivere e del convivere. Specie in relazione al risveglio del temperamento più fanati­co di un certo islamismo radi­cale". Che cosa si debba inten­dere per "vivere e convivere", è detto più estesamente da Ri­tanna Armeni su Liberazione (del 16 gennaio): "Il Papa in­terviene sulle manifestazioni della vita e della società che toccano aspetti fondanti dei valori religiosi cattolici:la vita, la morte, la pace, la guerra, la scienza, la politica". E' su que­sta "battaglia di valori", "ini­ziata dalla Chiesa, e non solo da essa, sulla Legge 40 e pro­seguita sui vari terreni, dal­l'eutanasia alla famiglia e alle unioni civili e ora all'aborto", che il fronte laico dovrebbe "accettare il confronto". La 'le­zione' del Papa alla Sapienza, stando alle dichiarazioni del Rettore, avrebbe dovuto esse­re "il polo di irradiazione in al­tri atenei...per la proclama­zione e la difesa di alcuni valori.. .un momento importante di riflessione per credenti e non credenti su problemi eti­ci e civili, quale l'impegno per la moratoria della pena di morte", e, prevedibilmente, per la moratoria sull'aborto. Se la violazione più plateale della libertà di ricerca, che ha nell’università il suo luogo più autorevole, non ha registrato se non qualche raro grido di allarme, è perché evidente­mente la separazione tra fede e conoscenza è un traguardo ancora lontano dall'Occiden­te laico e democratico, molto più di quanto lo sia quella tra Chiesa e Stato. La "confusio­ne" appare oggi più profonda - sedimento di pregiudizi e paure antiche nel momento in cui affiorano alla sfera pub­blica esperienze essenziali dell'umano, come la nascita, la morte, la sessualità, la pro­creazione. E' su questo terre­no che la "sensibilità etica" va ad appiattirsi dentro quella "sensibilità alla verità", di cui la Chiesa fa depositario il messaggio cristiano, l'unica "istanza" che, secondo Bene­detto XVI, sfugge alle logiche dell' "interesse" e dell' "utile", dentro cui si muovono i partiti e in generale le istituzioni laiche. Di fronte agli sviluppi im­prevedibili di un sapere tecni­co-scientifico, che sembra non conoscere limiti, sottoposto alla pressione di potenti interessi economici e politici, non è difficile, per una Auto­rità apparentemente neutrale e dedita alle cose dello spirito, far balenare il pericolo di una incombente "disumanità", e convincere le scienze storiche e umanistiche ad accogliere, "criticamente e insieme do­cilmente", la sapienza delle grandi tradizioni religiose. In primis, del cattolicesimo. Si comprende meglio, a questo punto, che cosa abbia aperto, sul fronte laico, un vuoto così grande di 'ragioni' proprie: il discredito caduto sulle istituzioni politiche, la resistenza della sinistra a trovare nessi tra vita e politica, la tentazio­ne di un potere in crisi di appoggiarsi alla sua stampella secolare, il 'sacro', e a chi se ne fa depositario unico, cioè la religione. Ma, al centro, come ha visto lucidamente Enzo Mazzi (Il manifesto 16 gen­naio) c'è la competizione tra culture maschili, "la fede impallidita" e la fiorente ragione scientifica, alleate "per to­gliersi di mezzo la donna, radicale ostacolo alla cultura del dominio".

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