venerdì 18 gennaio 2008

I «no-Vat»: noi fuori, quelli di An dentro

l’Unità 18.1.08
I «no-Vat»: noi fuori, quelli di An dentro
Pochi a contestare: assurda militarizzazione. Prof dissidenti, nessuna punizione
di Andrea Carugati

Alle 9 di mattina alla Sapienza il silenzio è irreale, rotto solo dalle radio trasmittenti della polizia. Transenne dappertutto, polizia e carabinieri le presidiano, nei pochissimi varchi può passare solo chi è dotato di un tesserino. In piazzale Aldo Moro lo spiegamento di forze è imponente: decine di mezzi di polizia, carabinieri e finanza, strade di accesso chiuse e deserte. Gli studenti dei collettivi vengono dirottati a un ingresso laterale, su via De Lollis. A impedire loro l’ingresso agenti in tenuta antisommossa. Potrebbero entrare solo quelli che possono dimostrare di essere iscritti alla Sapienza. Ma i collettivi decidono di restare fuori per solidarietà con i manifestanti non iscritti, al grido di «No alla militarizzazione dell’università», «Sapienza libera». Sono circa 200, armati di striscioni graffianti e qualche fumogeno rosso. «Guarini come Mastella», è uno degli slogan più gridati. Come «Guarini servo di Ruini» e «Noi siamo i papa boys». Nel mirino anche Fabio Mussi: «Non ci dai fondi, difendi il papato, Mussi sei licenziato», dice uno striscione. Tra i manifestanti anche il leader dei Cobas Piero Bernocchi e il direttore di Liberazione Piero Sansonetti, che concordano: «Una militarizzazione del genere neppure negli anni Settanta». Sansonetti lancia anche una stoccatina a Mussi: «Mi auguro che non fosse informato di questa occupazione militare». Della stessa opinione anche Bruno Tirozzi, uno dei prof. di Fisica, che attacca: «Guarini se ne deve andare». “Uniti” da questo slogan gli studenti rossi e quelli di An, che sono riusciti a entrare e manifestano in un angolo di piazza della Minerva al grido di «Dimissioni» e con lo striscione: «Censura e teppismo. È questa la laicità?». Con loro anche Giorgia Meloni, vicepresidente della Camera di An, che se la prende con «lo storico gruppo di mentecatti che pensa di decidere chi può parlare e chi no». Saranno una cinquantina, ma la notizia che i «fasci» sono entrati fa imbufalire i rossi di via De Lollis: «Vergogna, vergogna», urlano, e coprono di «bastardi» gli agenti. Parte una trattativa col rettore per poter entrare, partecipa anche il deputato No Global del Prc Francesco Caruso (che annuncia con il collega ex Prc Cannavò una interrogazione a Mussi sulla militarizzazione dell’ateneo). Ma è un nulla di fatto. Sono le dieci e i manifestanti, mani alzate, avanzano, entrano in contatto con gli scudi degli agenti. Solo spintoni, ma la tensione è alta. Fino a quando gli studenti ripiegano su un corteo attorno all’Università. A dar man forte arrivano altri collettivi, quelli che occupano un palazzo in viale Regina Elena. I manifestanti cantano e ballano, altri slogan contro Mastella e Veltroni. Viene strappato un manifesto della Destra di Storace. La polizia è irremovibile. Prima di dare il via libera per il rientro a piazzale Aldo Moro aspetta che la cerimonia sia conclusa. E poi, ancora, blocca l’ingresso principale della Sapienza fino alle due. Anche qui agenti e studenti si fronteggiano, insulti contro le divise, ma nessun indicente. Poco a poco gli agenti se ne vanno, i vialetti della Sapienza riprendono vita. Gli studenti si preparano alla «frocessione» che attraverserà San Lorenzo: uno vestito da papa con tanto di maschera, uno da Bagnasco, altri da Ruini, papi e papesse con mitrie colorate e piume di struzzo, benedizioni «froci et orbi», lanci di preservativi, baci gay. «Non abbiamo risposto alla provocazione indecorosa di Guarini, da noi nessun estremismo», conclude Francesco Raparelli. Mentre il rettore manda a dire che «contro i prof dissidenti nessun provvedimento», ma bolla i collettivi come «ignoranti» e «estremisti che istigano all’odio».

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