sabato 26 gennaio 2008

I tribunali difendono i diritti individuali

I tribunali difendono i diritti individuali

Il Riformista del 25 gennaio 2008, pag. 1

di Claudia Mancina

Dopo i tribunali di Cagliari e di Firenze, anche il Tar del Lazio ha dichiarato illegittime le linee-guida della legge 40, che vietano la diagnosi preimpianto nella procreazione assistita. Il Tar è però intervenu­to anche sull'articolo 14 della legge, che impone il li­mite di tre ovociti da fecondare e da impiantare tut­ti in utero, e quindi vieta la crioconservazione degli embrioni. Su questi due punti è stata sollevata una questione di legittimità costituzionale: toccherà alla Corte, se lo riterrà opportuno, dare una risposta. Sul­le linee guida, invece, si attende un pronunciamento del ministero della Salute, che difficilmente potrà non tener conto di queste sentenze.



È chiaro di che cosa si tratta: nel caso della diagnosi preimpianto, della possibilità che una coppia di aspiranti genitori, che sia por-tatrice di una malattia trasmissibile ge­neticamente, venga a sapere, attraverso una analisi del Dna, quali embrioni han­no ereditato la malattia. Allo scopo, evi­dentemente, di impiantare solo quelli sa­ni. Nel caso dell'articolo 14, ciò che è in questione è il diritto alla salute, protetto dall'articolo 32 della Costituzione: sia l'ob­bligo di impiantare tutte le uova fecondate, sia il di­vieto di crioconservazione, comportano un forte rischio per la salute della donna che si sottopo­ne a un procedimento di procreazione assistita, di per sé una pratica con un alto indice di fallimenti. Iperstimolazione ovarica, maggiore probabilità di falli­mento o di aborto, con il conseguente stress psichico: tutti rischi che si possono evitare o ridurre, facendo ri­corso alla crioconservazione. Questa legge mette in at­to una specie di sistema punitivo per le donne - e le cop­pie - che vogliano ricorrere alle nuove tecnologie, con­siderate con tutta evidenza come un male, e non come una opportunità. Purtroppo il fronte referendario non è stato evidentemente in grado di spiegare bene queste implicazioni all'opinione pubblica, che ha fatto vincere l'astensione al referendum del 2005.



Non si può dire però, come alcuni fanno, che la legge sia stata confermata dal referendum: l'astensio­ne non è una conferma. E dunque può essere modi­ficata come qualunque altra legge. A maggior ragio­ne le linee guida. Ora si scatena di nuovo il dibattito sulla così detta eugenetica: sulla liceità di selezionare embrioni sani, un atto che alcuni considerano lesivo della sacralità della vita, o della dignità della specie umana, che diventerebbe "programmata". Ma, come osservava Veronesi sul Corriere della sera, come non tener conto che nella specie umana solo il 30% delle uova fecondate si impianta nell'utero? Questo fatto non dice forse che non si può considerare l'uovo fe­condato come già un essere umano? In realtà, la pro­creazione assistita mette a disposizione delle coppie un modo di generare che in partenza è artificiale, per­ché inserisce nel processo procreativo dei segmenti controllati o prodotti dalla tecnologia. Senza la tecno­logia quella donna, quella coppia non potrebbe gene­rare; oppure, nel caso di gravi malattie ereditarie, sa­rebbe costretta ad accettare l'impianto, con la possi­bilità poi di ricorrere all'aborto: esito paradossale, che dovrebbe spiacere di più ai nostri moralisti.



Si obietta poi che i giudici si impicciano di questio­ni che dovrebbe decidere la politica. La politica, però, purtroppo, è preda di spinte ideologiche e di interessi corporativi, come è anche troppo evidente. Non ci si può lamentare che i tribunali intervengano a difendere i diritti individuali da una legge che è stata concepita per testimoniare una posizione ideologica e non per proteggere i cittadini; una legge che non ha lo scopo di regolare in modo consensuale i comportamenti, ma quello di vietarli, anche a costo di sacrificare, oltre al buon senso, la salute di tante donne.

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