sabato 12 gennaio 2008

Aborto diritto delle donne di Umberto Galimberti

Aborto diritto delle donne

L'Espresso del 11 gennaio 2008, pag. 68

di Umberto Galimberti

Giuliano Ferrara, non so se in accordo preventivo con le gerarchie ecclesiastiche, o con le gerarchie ecclesiasti­che subito al seguito della sua iniziativa, ha approfittato della re­cente approvazione all'Onu della mora­toria sulla pena di morte per estendere analoga moratoria alla pratica dell'abor­to. In questo modo ha rimesso in discus­sione la legge 194, approvata con un re­ferendum degli italiani trent'anni fa, tra­scurando il fatto che questa legge, oltre a rendere drasticamente marginali gli aborti clandestini, ha ridotto del 40 per cento le pratiche abortive. Ora, se consideriamo che compito dello Stato non è costruire la " città ideale ", ma ridurre il più possibile il male nella "cit­tà reale", dobbiamo dire che questa leg­ge ha funzionato ed è entrata nella sensi­bilità comune degli italiani e soprattutto nel vissuto delle donne, sul cui corpo lo Stato non può decidere, né nella forma dell'aborto forzato come accade in Cina, né nella forma della proibizione del­l'aborto come si vorrebbe da noi, perché in entrambi i casi significa considerare la donna non come "persona" e quindi co­me soggetto di libere scelte, ma come semplice "funzionaria della specie", quindi sotto un profilo che non esitiamo a definire di "bieco materialismo", in barba a tutti i valori spirituali che si vor­rebbero difendere con la proibizione ge­neralizzata della pratica dell'aborto. La grande contraddizione. Per rendercene conto è sufficiente considerare l'insanabile contraddizione che esiste tra la "natura" e l'"individuo". La natura quasi sempre rifiuta l'aborto perché, per la conservazione della specie, ha bisogno di tanta vita. Non perché la vita sia "sacra". Alla natura non appartengono giudizi di valore. Per questo essa spreca tante vite senza rimpianto. Nel suo ciclo crudele e innocente di vita e di morte, alla natura i singoli individui in­teressano solo in quanto riproduttivi. Le loro biografie, le loro storie, i loro proget­ti, i loro sogni, il senso che essi cercano nel breve tragitto della loro esistenza, alla na­tura non interessano proprio nulla perché, come vuole l'immagine di Goethe: «Nel vortice della sua danza sfrenata la natura si lascia andare con noi, finché siamo stan­chi e le cadiamo dalle braccia. La vita è la sua invenzione più bella e la morte è il suo artificio per avere moka vita. Sembra che abbia puntato tutto sull'indivi­dualità, eppure niente le importa de­gli individui».



Questa, tra natura e individuo, è la grande contraddizione che nel corpo della donna, dove le esigenze della na­tura e quelle della propria soggettivi­tà confliggono, diventa la grande lacerazione che non consente sempre alla donna di coincidere con l'istanza materna e all'istanza materna di esse­re sempre compatibile con la realizza­zione della propria individualità. L'aborto è solo il drammatico epilogo di questa lacerante contraddizione, che viene prima di tutte quelle giustifica­zioni razionali, assolutamente da non tra­scurare, che sono l'età in cui si resta incin­te, il numero dei figli già nati, le risorse economiche della fami­glia, il costo delle abi­tazioni, la scarsa di­sponibilità di nidi e di asili, la sempre mag­gior difficoltà delle fa­miglie nucleari di oggi di farsi aiutare. Tutte queste ragioni vengono dopo, mol­to dopo. Prima di queste, inconfessatamente, segretamen­te, inconsciamente, c'è il rifiuto della donna di consegnarsi ineluttabilmente e incondizionatamente alle richieste della natura, che guarda gli individui esclusi­vamente come fattori riproduttivi per la sua autoconservazione. Nella donna, in­fatti, tra la sua soggettività e il suo essere madre può non esserci coincidenza, e l'aborto è il gesto drammatico che sanci­sce questa lacerante distanza. I rappresentanti dei vari "movimenti per la vita", oggi impegnati nei consultori a di­spensare i loro consigli, non conoscono questa lacerazione. Con la parola "vita" essi pensano alla vita della "natura" non a quella dell'"individuo", dimenticando che è stato proprio il cristianesimo a far nasce­re e a far crescere il concetto di "indivi­duo" . E lo ha fatto emancipando la persona dall'ordine naturale, per instaurarla come compiuta soggettività, a cui compe-te capacità di discernimento e libero arbitrio. Si è dimenticata la Chiesa di questo suo principio che ha dato forma alla cultu­ra occidentale, rendendola riconoscibile e differenziandola dalle altre culture proprio a partire da questo suo dettato? Non è chi non vede, infatti, che la vita e gli interessi dell'individuo non coincidono sempre e in ogni caso con la vita e l'interes­se della specie. Non è una faccenda di egoismo, quindi una faccenda morale. È il segno di una contraddizione insanabile tra la vita della natura e la vita dell'uomo che, a differenza dell'animale, non coincide per­fettamente con l'ordine naturale. L'aborto, che gli animali non praticano, è uno dei se­gni evidenti di questa non coincidenza. Per una morale laica. Si dirà: non è necessa­rio arrivare all'aborto, ci sono i contraccet­tivi o la pillola del giorno dopo per evitare gravidanze indesiderate. È vero. L'obiezione è ineccepibile e, a parte la riprovazione della morale cattolica anche in ordine all'uso dei contraccettivi e della pillola RU486, un'adeguata informazione e una corretta educazione sessuale nelle nostre scuole sarebbe davvero auspicabile. Certa­mente più utile delle crociate anti-abortiste, che servono solo a colpevolizzare chi non trova una via d'uscita nella morsa del conflitto tra individuo e natura. Ma neppure questo in Italia si riesce a fare per l'intollerabile ossequio della nostra po­litica alle indicazioni che provengono dal­la gerarchia ecclesiastica. Per un deficit in­sopportabile di laicità. E quindi di demo­crazia . Perché come è vero che un laico non obbliga un cattolico a divorziare, ad assu­mere contraccettivi, ad abortire, così un cattolico non può obbligare chi non la pen­sa come lui ad attenersi ai suoi principi. Cosa dice il Partito democratico in propo­sito? Che posizione ha preso in ordine al te­stamento biologico, alla pillola del giorno dopo, alla fecondazione assistita omologa ed eterologa, alla diagnosi preventiva, al ri­fiuto della tecnica quando si deve nascere per rispetto della "procreazione naturale" e il ricorso massiccio alla tecnica quando "per natura" si dovrebbe morire, come nel caso Welby? Non rischia questo partito di implodere proprio sulle questioni etiche, non assumendo posizione su nessuno dei problemi qui elencati per non lacerare se stesso? E non è in vista di questa implosio­ne che Giuliano Ferrara ha sollevato di proposito la questione dell'aborto, subito affiancato dalle gerarchie ecclesiastiche, più interessate alla difesa dei loro principi che alle sorti dell'uomo? Per sentirmi in un paese democratico chie­derei alla politica e, se non a tutta, al­meno a quanti si riconoscono nel par­tito democratico, una chiara presa di posizione in ordine alla laicità, sma­scherando la sottile persuasione che si va diffondendo secondo la quale, sen­za religione, non è possibile darsi una morale. Non è così. Basta rifarsi a due fondamentali insegnamenti di Kant. Il primo recita: «La morale è fatta per l'uomo, non l'uomo per la morale». Che è quanto basta per far piazza pulita di tut­te quelle morali fondate sui principi reli­giosi, che nel nostro tempo sono inappli­cabili, perché formulati quando la natura era considerata im­mutabile e non co­me oggi in ogni suo aspetto modifica­bile. I progressi della scienza e del­la tecnica, che la chiesa non ha mai smesso di contra­stare, rendono quei principi del tutto inutilizzabili. Il secondo dettato che Kant pone alla base della morale laica recita: «L'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo». Un princi­pio questo che, applicato alla questione dell'aborto, significa: non trattare la don­na solo come un "mezzo" riproduttivo, imponendole in ogni caso la procreazione, ma come un "fi­ne", e quindi co­me persona libe­ra e responsabile delle sue scelte. Credo che basti­no questi due principi difficil­mente contesta­bili per ispirare un'etica laica, come deve esse­re quella dello Stato se vuoi essere rispet­toso di tutte le opinioni e le credenze, comprese quella cristiana, perché nep­pure il cristiano può accettare di tratta­re la donna come un "mezzo" e non co­me una "persona", dal momento che fu proprio il cristianesimo, lo ripetiamo, a introdurre nella nostra cultura il concet­to di "persona".


Un'ultima parola agli uomini di religio­ne. Se avete bisogno degli strumenti giu­ridici per difendere la vostra morale imponendola a tutti, dimostrate solo la de­bolezza della vostra fede che, se ricorre al dispositivo legislativo, vuol dire che più non si fida del convincimento delle co­scienze. A me questo pare un problema grave. Ma è un problema vostro, che pe­rò non potete far pagare anche a chi non aderisce al vostro credo.

1 commento:

Renzo ha detto...

da cui, ragionando un attimo, vien fuori che la condizione cui vorrebbe costringere l'umanità QUESTO cristianesimo è quella di un animale, privo di libero arbitrio perché può fare solo quello che dice il padrone: non può abortire, ma neppure copulare gioiosamente quando, quanto e con chi vuole perché è peccato al di fuori del matrimonio, condizione che il cattolicesimo giudica indissolubile. Quindi dovremmo essere macchine per la riproduzione tutti quanti, maschi e femmine. Animali in un allevamento industriale.
Bello, eh. Corro a iscrivermi al Movimento per la vita.