martedì 15 gennaio 2008

La 194? Ecco la mia contro-moratoria

l’Unità 15.1.08
La 194? Ecco la mia contro-moratoria
di Franca Bimbi

La proposta di moratoria dell’aborto persegue obiettivi locali e mondiali. Per l’Italia si punta a modificare la legge 194: per ora sull’aborto terapeutico e sul ruolo pubblico dei Centri aiuto alla vita, contro la commercializzazione della Ru284. Inoltre arriverà all’Onu una proposta per i diritti del non-nato, affinché prevalgano su quelli della madre, che bloccherebbe gli investimenti per la contraccezione e le ulteriori legalizzazioni dell’aborto. La «campagna» sarà lunga. La moratoria vuole combattere le «culture della morte»: scientismo, relativismo morale, consumismo, culture del femminismo di genere, in nome di valori umanistici «veri», univoci ed autoevidenti e perciò non negoziabili.
Propongo una «modesta» contro-moratoria: contro la criminalizzazione delle donne e contro l’aborto non-scelta, con l’obiettivo di rendere possibili tutte le maternità desiderate ed anche quelle per le quali il desiderio è appena appena un dubbio. I proponenti la moratoria, definiscono l’aborto in vari modi, «strage degli innocenti», «pena di morte», «omicidio di massa» : comunque un atto in sé gravemente immorale anche (e soprattutto) quando diviene legalmente lecito. Il substrato filosofico del discorso vede la sovrapposizione di una interpretazione culturale, soggettiva (l’ovulo fecondato come persona umana, sin dalla fecondazione) ad un dato biologico, obiettivo (l’ovulo fecondato della specie umana è vita umana). Due conseguenze: ogni donna che abortisce commette oggettivamente un omicidio, ogni persona che la approva ne diviene potenzialmente complice; la definizione di un diritto incondizionato a nascere, inserito tra i diritti umani, imporrebbe (almeno sul piano morale) ad ogni donna di portare a compimento ogni gravidanza. L’eventuale tolleranza legale dell’aborto trasformerebbe le donne in omicide a piede libero : per opportunità sociale o in grazia della loro incapacità di essere persone responsabili? La mia opinione è radicalmente diversa.
L’ovulo fecondato è vita umana da un punto di vista biologico, ma non persona umana, nel senso di soggetto senziente e cosciente, capace di vita emotiva e spirituale. Questo passaggio avviene nel tempo, e si attua, normalmente e pienamente, a partire dalla nascita o da non molto prima. Il come e il quando della qualità di persona prima della nascita va discusso: non riguarda l’inizio del percorso e il momento in cui normalmente si decide del sì o del no alla gravidanza. È giusto - sul piano fattuale e morale - sostenere che una donna incinta custodisce un «altro da sè», come potenzialità e promessa: questo le conferisce una responsabilità personale rilevante e non delegabile; ma non è affatto giusto sostenere che quell’ovulo è persona umana la cui soppressione coincide con un omicidio. L’aborto volontario, anzi, può essere una risposta morale positiva (cioè «buona») alla sconfitta della donna, nella sua relazione con l’uomo o/e nel conflitto tra il biologico e l’umano, che attraversa il suo corpo, inteso come spazio anche morale della potenzialità materna.
Paradossalmente, senza la libertà di abortire la donna non potrebbe dispiegarsi pienamente come individuo morale, restando dipendente dalla sua necessità biologica: non in quanto obbligata a partorire, ma perché impossibilitata a scegliere davvero la sua maternità. Al momento della consapevolezza della gravidanza il sì ed il no si fronteggiano con la stessa dignità morale. Ogni gravidanza, segua ad un atto d’amore o derivi da uno stupro, diventa fatto morale per la possibilità di scelta tra il sì o il no. L’aborto volontario scelto con «piena avvertenza e deliberata volontà» può essere un’azione morale che restaura la verità della donna di fronte alle sopraffazioni della sua libertà di persona. In questo ragionamento la libertà della scelta di maternità, alla pari di quella di abortire, non discende da leggi positive, ma è diritto umano fondamentale della persona-donna, e presupposto etico-relazionale della «libertà di nascere» dell’altro, che è promessa di persona.
La distinzione etica non si pone tra maternità e aborto, ma riguarda il peso della libertà e della responsabilità tipiche della donna-persona nei confronti della propria capacità di mettere al mondo. Perciò, sul piano pratico, il primo punto della moratoria dovrebbe riguardare la depenalizzazione completa della legge 194 del 1978. Potremmo fermarci qui? Non mi pare, perché storicamente, in assenza di leggi, il corpo femminile è ancora troppo spesso regolato dai costumi e dai rapporti di potere, con non grande giustizia per le donne. Gli aborti imposti, indotti da condizioni economiche e relazionali non umane, o dovuti alla negazione di mezzi contraccettivi, vanno ascritti ai delitti di femminicidio o di tentato femminicidio, così come le maternità imposte in qualsiasi maniera, e quelle non sostenute moralmente e materialmente. Perciò pretendiamo buone leggi. La legge 194 del 1978 lo è, anche se non si tratta di una legge «leggera» per la donna. Ad esempio il riferimento alla tutela della «vita umana nascente» appare ambiguamente rivolto sia a sostenere la rimozione delle cause dell’aborto non voluto o imposto sia a tener aperto il conflitto tra la libertà morale della madre ed un ipotetico pari diritto alla vita da parte dell’ovulo fecondato.
Tuttavia la legge risulta fondamentalmente saggia nel fissare il termine di novanta giorni per l’intervento precoce come nel porre forti vincoli ed un limite non temporale, bensì di «possibilità di vita autonoma del feto», per i casi dell’aborto terapeutico. Su questo secondo tipo di intervento è aperta da tempo una discussione che non va strumentalizzata: la centralità della libertà femminile resta limite invalicabile dalle intrusioni dei medici, degli psicologi e dei moralisti nei confronti della coscienza personale della donna e deve prevenire il ritorno all’antico conflitto tra la vita della madre e quella del nascituro. Oggi i consultori dovrebbero essere rivalutati come ambito ideologicamente neutro (cioè moralmente non intrusivo) e posti al centro della rete dei servizi pubblici e privati di sostegno alle scelte sessuali, procreative e genitoriali della donna e delle coppie. Chi considera l’aborto un omicidio (e la donna una potenziale assassina) dovrebbe sospendere questa sua convinzione nella relazione d’aiuto, poiché si tratta obiettivamente di un pre-giudizio negativo nei confronti della persona che si intende sostenere. Inoltre dovrebbero far parte della rete dei servizi anche le associazioni e le iniziative di volontariato femministe, convinte del valore dell’autodeterminazione, ma con un approccio critico verso la sanitarizzazione della sessualità e della maternità. Una rete culturalmente plurale implica un’attenzione al pluralismo morale dei cittadini, e perciò dovrebbe escludere stili comunicativi di tipo propagandistico così come atteggiamenti ideologico-autoritari. Nel nostro Paese, per una moratoria degli aborti non-scelta, mancano soprattutto l’ascolto delle/degli adolescenti ed il lavoro transculturale con le donne immigrate; anche se cresce tra gli operatori la domanda di una formazione professionale transdisciplinare, per far fronte ai conflitti interpersonali nella crescita affettiva e per sostenere le immigrate nei loro percorsi di emancipazione nella e dalla famiglia, attraverso scelte di maternità consapevole, conoscenza del proprio corpo, informazione contraccettiva, sostegno per le maternità socialmente difficili. A trent’anni dalla legge 194, non abbiamo sbagliato per eccesso di credito verso la libertà femminile. La negazione materiale e morale delle maternità desiderate, e l’aborto non-scelta, si collocano nello stesso contesto.
Questi sono i problemi da affrontare. Nel Pd non può risolverli un Manifesto dei valori: un documento di partito non può creare sintesi tra visioni del nascere e del morire giustamente antitetiche. Occorre produrre diversi «forti» documenti che sostengano le differenti visioni, per un dibattito aperto che diventi, col tempo necessario, carne e sangue del modo di confrontarsi in un soggetto politico nuovo.
*deputata gruppo Pd-l’Ulivo,
presidente della commissione Politiche dell’Unione europea

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