sabato 12 gennaio 2008

Condannati alla forca ma salvi nell'anima: storia delle Misericordie

Corriere della Sera 12.1.08
Medioevo. Prosperi racconta le «confraternite di carità»
Condannati alla forca ma salvi nell'anima: storia delle Misericordie
di Cesare Segre

Alcuni manuali istruivano sul modo in cui comportarsi con i condannati: mescolavano insegnamenti dottrinali e suggerimenti psicologici

Sino a non molto tempo fa, l'impiccagione era considerata uno spettacolo, così come il rogo o la decapitazione. Avveniva, a un orario prefissato, in una piazza centrale, e il pubblico era indifferente alle sofferenze dei giustiziati; di solito anzi sottolineava rumorosamente il suo consenso, anche se ci furono pochi casi in cui parteggiò per i morituri. La scena iniziale di questa cerimonia s'è vista infinite volte nelle pitture o nei film: il condannato giunge in corteo, accompagnato dalle autorità religiose e civili, e affiancato da un frate che lo conforta o lo intontisce biascicando preghiere. Avvenuta l'esecuzione, il suo cadavere viene ancora vilipeso, esposto al pubblico ludibrio, o anche fatto a pezzi da un perito settore (ancora nel Settecento, Goethe assisté a una realizzazione di questo scempio). Si continuò in questo modo per secoli (e ancora si continua, in qualche parte del mondo). Ma vi furono anche mutamenti della procedura, segno di tempi un po' più umani. Uno di questi mutamenti è l'istituzione, nell'Italia del tardo Medioevo, delle «Misericordie», confraternite che tra le opere di carità curarono in particolare la preparazione e l'assistenza ai condannati. Questi volontari, laici, s'impegnarono a lenire le sofferenze di chi era sottoposto a giudizio, e ad assicurarne la sepoltura in terra consacrata: un impegno importante, dato che in precedenza il cadavere straziato veniva disperso o sepolto come quello d'un animale; ciò che costituiva, nella psicologia del tempo, un raddoppiamento della pena.
Su queste confraternite è ora uscito un massiccio volume, documento di un seminario di studio tenuto alla Scuola Normale di Pisa ( Misericordie. Conversioni sotto il patibolo tra Medioevo ed età moderna,
a cura e con introduzione di Adriano Prosperi). Come succede spesso nei lavori di Prosperi, il tema viene affrontato pure nei suoi aspetti dottrinali; e i molti collaboratori del volume, colleghi del curatore ma anche ricercatori e studenti, illuminano connessioni del tema con la storia religiosa, letteraria e artistica. Connessioni, in particolare, con la storia della letteratura e dell'arte, dato che in alcuni punti della procedura «laude» religiose vengono intonate o recitate, e a volte composte dai condannati stessi; e dato che tavolette dipinte (molte sono conservate), rappresentanti scene bibliche, o comunque sacre, venivano tenute davanti al volto del giustiziando e cercavano di concentrarlo su pensieri edificanti e distrarlo dal contesto dell'esecuzione in corso.
Sul piano dottrinale, è messo in rilievo il ricorso, funzionalizzato, alla distinzione tra corpo e anima, che permette di «giustificare» l'attuazione della pena anche dopo il pentimento o la conversione del condannato: il suo corpo paga i peccati di comportamento, mentre l'anima, purificata, può anche aspirare alla vita eterna. Sembra una sottigliezza ipocrita, eppure per secoli si era negato ai condannati, anche se confessi e pentiti, l'accesso alla comunione, così da condannarli automaticamente, perché perduranti in peccato mortale, all'inferno; invano il papa Celestino I, e altri dopo di lui, perorarono il loro diritto. Certo, questa dicotomia poteva avere talora aspetti quasi grotteschi, come nei casi in cui un condannato dava tali prove di pentimento e di spiritualità, da essere accompagnato al patibolo con la nomea di santo e il plauso della folla piangente. La distinzione tra corpo sottoposto a giudizio e anima liberata dalle sue colpe evidenzia la dialettica tra giustizia e misericordia, tra potere civile e autorità religiosa: quando, come spesso accadeva, il condannato riconosceva le sue colpe, la giustizia umana veniva legittimata da Dio per la bocca stessa del colpevole.
Naturalmente il libro illustra i procedimenti di persuasione e autoconvinzione mediante i quali il processo finiva per ottenere dal condannato l'accettazione della pena e il pentimento per il peccato, talora nemmeno commesso. E viene da pensare che, in tempi recenti, le vittime dei regimi comunisti riconoscevano anch'esse colpe che non avevano. Discutere sulla distinzione o l'identificazione di crimine e di peccato, di offesa alla società e di violazione dei comandamenti divini ci porta entro meandri mentali analoghi. Del resto, nei processi si cercava di conciliare la condanna capitale, decretata dal diritto romano e germanico, con il divieto di uccidere proclamato nella Bibbia (quinto comandamento).
Il volume di Prosperi contiene (pp. 323-479) due testi chiave, cui gli altri interventi si riferiscono di continuo. Il primo è il rendiconto sugli ultimi giorni di Pietro Paolo Boscoli, condannato a morte nel 1513 per aver congiurato contro i Medici di Firenze; il Boscoli, irreligioso e sostenitore del tirannicidio, giunge, con l'aiuto dell'amico Luca Della Robbia, alla confessione e al pentimento. Il secondo è un manuale quattrocentesco ad uso di una «Misericordia », nel quale s'istruiscono i confratelli sul modo in cui devono comportarsi con i condannati. Le istruzioni mescolano insegnamenti dottrinali e suggerimenti psicologici, onde ottenere la convinzione o, nel caso, sviare l'attenzione del condannato da ciò che potrebbe irritarlo o spaventarlo, sicché tutto il cerimoniale possa svolgersi senza intoppi. C'è un cinismo di fondo; ma è il cinismo di qualunque società sia pronta a sacrificare i singoli individui al desiderio di ordine.