mercoledì 13 febbraio 2008

Aborto, libertà di scelta «ricorriamo ai tribunali»

Aborto, libertà di scelta «ricorriamo ai tribunali»

Liberazione del 13 febbraio 2008, pag. 3

di Laura Eduati
Non esiste il reato di feticidio, casomai esiste l'infanticidio. Nel codice penale italiano viene definita così la soppressione di un bambino appena nato con parto naturale.
Ma il feticidio no, è un'invenzione degli agenti che hanno fatto irruzione nella sala di interruzione di gravidanza del Policlinico Ferdinando II di Napoli. Seminando lo sgomento tra i medici e le donne impegnate a difendere la 194.
«Un fatto di enorme gravità» commenta a caldo l'avvocata femminista milanese Maria Grazia Campari. «A mia memoria non è mai successo qualcosa del genere negli ultimi 30 anni. E sicuramente è colpa di un clima anti-abortista pompato dal Papa e dalla moratoria di Ferrara che purtroppo trova simpatizzanti a destra e a manca».
L'Udi, l'Unione delle donne in Italia che ha denunciato l'episodio, ha deciso di scendere in piazza giovedì a Napoli per protestare. «Manifestare non è più sufficiente» continua, amara, Campari. «I movimenti femminili sono stati carenti negli aspetti giuridici, ora è tempo di ricorrere ai tribunali». Per denunciare cosa? «Beh, ad esempio quegli ospedali che non garantiscono l'interruzione di gravidanza perché tutti i medici sono obiettori, come accade in Lombardia».
Tempi duri, prosegue la ginecologa Mirella Parachini del S. Filippo Neri di Roma. Dal semplice dibattito sui giornali, dice, si è passati alle vie di fatto. Parachini è membro dell'associazione Luca Coscioni, da sempre in prima linea per la difesa del diritto all'aborto: «L'articolo 9 della legge è completamente disatteso: quando un ospedale non può garantire l'aborto è obbligato a cercare una struttura dove sia possibile fare l'intervento. Ma questo non succede».
La 194 garantisce l'aborto terapeutico (oltre il novantesimo giorno) quando la gravidanza comporta seri rischi alla salute della donna o in caso di gravi malformazioni del feto con conseguente pericolo per la salute fisica e psichica della gestante. La legge, approvata nel 1978, non precisa i limiti per l'aborto terapeutico che oggi sono fissati convenzionalmente attorno alla 22-23ma settimana; e impone che nel caso il feto sia provvisto di vita autonoma, il medico deve fare in modo di salvaguardarne l'esistenza.
Il dibattito di queste settimane, come quello scaturito in seguito al documento dei quattro ginecologi romani che ordina la rianimazione dei feti anche contro la volontà della madre, sta tutto qui. E tra l'altro sono soltanto lo 0,7% gli aborti oltre la ventesima settimana, cioè gli interventi che in via eccezionale potrebbero fare abortire feti vivi. «Due di quei quattro ginecologi romani lavorano in strutture ospedaliere universitarie dove manca il reparto di ostetricia» denuncia Parachini, «e dunque perché fanno la morale a persone che hanno le mani in pasta tutti i giorni?».
Il tempo delle parole, sembra di capire, è finito. Campari propone azioni giuridiche, la ginecologa del San Filippo Neri controbatte: «Sì, dovremmo diventare più aggressive. Ma ricordiamo che le donne che scelgono di abortire soffrono e non hanno voglia di lottare. In questo senso allora serve il movimento, ma chi lotta da 30 anni accusa stanchezza mentre le nuove generazioni sembrano non percepire il pericolo».
Un ginecologo che pratica un aborto non può commettere il reato di infanticidio, semmai può violare la 194 nel caso non dia le cure necessarie ad un feto dotato di vita autonoma o pratica l'aborto terapeutico senza giustificazione medica (da uno a quattro anni di carcere). Lo stabilisce la legge.
Un compromesso che tiene conto della possibilità di autodeterminazione della donna e vieta il cosiddetto aborto selvaggio. La magistratura, confermano gli esperti consultati da Liberazione , ha certo il diritto di verificare se esistono i presupposti per l'aborto terapeutico, se è vero che la malformazione del feto provoca gravi disagi psichici alla donna che desidera abortire. Ma non sfugge la crescente criminalizzazione delle donne, dipinte come assassine di bambini indifesi da un fronte ultracattolico, quando invece è una legge dello Stato che garantisce l'intervento.
«Soltanto la donna può gestire il proprio corpo» sbotta l'avvocata Teresa Manente di Differenza donna, associazione in difesa delle vittime della violenza domestica. Stupefatta, Manente cerca di trovare le parole giuste per esprimere la rabbia: «C'è la voglia di far riesplodere la cultura patriarcale, l'uomo vuole gestire il potere naturale delle donne, quello di procreare».
«Questo è solo l'inizio» dice una giudice milanese che preferisce rimanere anonima.

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