sabato 16 febbraio 2008

Le ragazze del consultorio

Le ragazze del consultorio
La Repubblica del 15 febbraio 2008, pag. 1

di Silvana Mazzocchi

Nel giorno della piaz­za che difende il di­ritto all'aborto, nel consultorio di via Domeni­co Silveri, uno a caso tra i tanti di Roma, si presenta una sola donna. Test positi­vo alla mano, chiede di in­terrompere la gravidanza. Affronta la visita, il collo­quio con l'assistente socia­le, e infine riceve il certifi­cato. Potrà usufruire della legge 194 e le verrà fissato un appuntamento per l'intervento. Ci vorran­no almeno sette giorni, probabil­mente qualcuno in più.



«L'aborto è sempre una scelta sofferta. Ogni donna che decide di compiere questo passo, è con­vinta di non avere alternative. Da noi ne vengono quattro, forse cin­que alla settimana ed è sempre stato così. Il loro numero è rima­sto costante, piuttosto sono cam­biate le donne: prima si trattava in prevalenza di italiane, adesso so­no per la maggior parte straniere, extracomunitarie».



Monica Russo, ginecologa, di donne e ragazze che chiedono di non diventare madri, negli anni ne ha incontrate a centinaia. Ha ascoltato le loro storie e le loro ra­gioni. E molte le ha fatte abortire. Per quindici anni ha lavorato all'ospedale San Camillo, quello dove si concentra il maggior nu­mero di interruzioni di gravidan­za. «E per dieci di quegli anni ho messo insieme una ventina di aborti alla settimana, si fa presto il conto. Poi un giorno ho detto ba­sta e sono diventata una obietti! -ce. So però che questa è una buona legge e la difendo. Come so che gli obiettori, in continuo aumen­to, determinano il ricorso a medi­ci esterni vincolati ad accettare l'incarico. Io conosco bene il disa­stro di quando non c'era: prima del '78, al San Camillo ero una vo­lontaria e, ogni notte, vedevo arri­vare almeno un paio di donne sanguinanti, vittime dell'aborto clandestino. Quindi va bene la legge; anche se io ho dovuto smet­tere perché non ce la facevo più. Adesso mi dedico soprattutto alla contraccezione; è l'unica ricetta per migliorare le cose».



Nel giorno delle manifestazio­ni pro 194, nel consultorio si svol­ge un corso di educazione sessua­le per adolescenti. «Collaboriamo con quattro licei della città; an­diamo in équipe nelle prime due classi, facciamo prevenzione. E' un lavoro importante, l'unico modo efficace per scongiurare le interruzioni di gravidanza». Mo­nica Rossi ammette che le ragaz­zine sono il problema più grande. Il più complicato. Capita fin trop­po spesso che vengano a chiedere di abortire. E lo fanno all'insapu­ta dei genitori che, in teoria, dovrebbero dare il loro assenso scritto. Ambedue, perché la firma di uno solo non è ritenuta suffi­ciente.



«Loro però neanche glielo dico­no a mamma e papà. Arrivano so­le, magari accompagnate da un'amica o dal fidanzatino. Han­no 16,17anni; la ragazza viene visitata e l'assistente sociale fa una relazione sul suo stato, fisico e psicologico. Il giorno successivo l'adolescente può consegnare di persona il documento all'ufficio del giudice tutelare che emette un'ordinanza specifica con la quale emancipa, (vuoi dire che viene superata l'incapacità di in­tendere e di volere attribuita ai minori), la ragazza per il periodo necessario, che va dalle analisi cliniche di routine all'intervento».



Prevenzione e pillola del giorno dopo. «Noi consideriamo questo tipo di pillola un metodo contrac­cettivo, come è in realtà. Tanto che, nel consultorio, la distribui­sco anch'io che sono obiettrice. C'è molta ignoranza intorno a questo tipo di farmaco; qualche giorno fa è venuta da noi una ra­gazzina che era stata respinta da ben sei ospedali. Nessuno aveva voluto darle la pillola; tutti la rite­nevano abortiva. Un'assurdità. Casomai c'è da dire che, dalla ri­chiesta di questo tipo di rimedio, emerge quanto grande sia ancora il lavoro da fare sul piano della contraccezione. E che i consulto­ri dovrebbero essere potenziati, nel numero e nelle risorse».



Tra le donne che ricorrono al­l'aborto, almeno il 50% non hanno figli e non ne vogliono, male al­tre sono già madri. «C'è sempre una buona ragione per affrontare una simile sofferenza. Si sentono sole, disperate, oppure non in grado di farcela. Noi le ascoltia­mo; insieme agli assistenti socia­li, allo psicologo. E, per fortuna, non sempre vanno tutte fino in fondo. Sono persone combattute, noi ci parliamo e, quando serve, mettiamo a loro disposizione una casa famiglia, dove la futura mamma può rimanere fino al pri­mo anno di età del bambino. Ricordiamo, spesso a donne immi­grate che non hanno mezzi o so­stegni affettivi, che si può dare il bambino in adozione nel com­pleto anonimato. Facciamo tutto il possibile. E a volte ci riusciamo; i bambini che nascono gli chia­miamo "figli del consultorio". Ma se, infine, nonostante i nostri sforzi, la donna decide di andare avanti e di abortire, è nel suo dirit­to. E noi l'aiutiamo. Nei tempi ne­cessari e rispettando le urgenze. Quando viene da noi una donna che si trova al limite dei tre mesi di gravidanza (il termine consenti­to), noi inoltriamo subito il suo caso al centro di coordinamento per la 194 che, a Roma, ha sede al San Camillo. E quella donna ottiene la precedenza, in sette giorni verrà dirottata in un ospedale del­la provincia».



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