sabato 16 febbraio 2008

Roma, la rabbia delle donne

Roma, la rabbia delle donne

di Marina Forti

Il Manifesto del 15/02/2008

In tantissime rispondono all'appello lanciato dalla Casa internazionale. Tensione davanti al ministero della Giustizia: forzato il cordone di polizia, due ragazze fermate e poi rilasciate. La ministra Livia Turco: stanziare fondi per asili nido e consultori. Non è accettabile l'intromissione degli agenti nel rapporto umano che si stabilisce tra medico e paziente. La 194? Non si discute

Comincia davanti al ministero della salute con lo slogan più vecchio e più attuale, «giù le mani dal corpo delle donne». E finisce con momenti di tensione tra le manifestanti e la polizia.
Alcune migliaia di persone, femministe storiche ma anche tante giovani, hanno partecipato ieri a una manifestazione di protesta contro l'incredibile irruzione di polizia nel Secondo Policlinico di Napoli dove si stava svolgendo una interruzione di gravidanza. Ora tutta Italia disquisisce della malformazione di un certo feto e della moralità della scelta compiuta da una certa donna. Insomma, l'intrusione di agenti in uniforme tra medici e paziente chiama in causa molto più della legge 194: c'è la violazione della privacy di una donna, c'è un'idea delle libertà civili, c'è il desiderio di reagire a un clima che criminalizza le scelte femminili.
C'è un po' di tutto questo nelle centinaia di donne che ieri hanno risposto all'appello lanciato durante un'assemblea giovedì presso la Casa internazionale delle donne. Eccole, sul lungotevere romano su cui affaccia il ministero della salute. Decine di cartelli dicono «Silvana siamo con te», con la donna di Napoli che ha subìto l'incredibile inquisizione. Altri dicono: «Scelgono le donne». Non ci sono solo donne, del resto. Il senatore Pd Massimo Brutti dichiara (all'agenzia Ansa) «piena adesione alla manifestazione delle donne, è giusto dire basta all'oscurantismo».
Alla protesta si è unita la ministra della salute Livia Turco. «Che la polizia entri in una sala operatoria è stato un fatto inaudito, mi ha indignato», ripete: «Inoltre trovo inquietante che questo sia successo in seguito a una denuncia anonima. Spero che la magistratura faccia chiarezza».
Il sit-in intanto cresce, circolano commenti un po' increduli: un «chi l'avrebbe immaginato di ritrovarsi in piazza». In piazza c'è anche la ministra Livia Turco. Le rivolgiamo alcune domande. La libertà delle donne è sotto attacco, princìpi che sembravano acquisiti sono in pericolo? «Dobbiamo renderci conto che non c'è nulla di scontato. Forse dobbiamo tornare a spiegarci: il valore dell'autonomia delle donne è rimasto incompreso». In che senso? «Dobbiamo sconfiggere l'idea che l'autonomia delle donne sia egoismo femminile. Io credo invece che la nostra autonomia sia fatta di cura, di relazioni: l'autonomia delle donne è ciò che rende la nostra società più umana e più democratica». Walter Veltroni ha chiesto di lasciare l'aborto fuori dalla campagna elettorale: cosa ne pensa? «Vorrei che durante la campagna elettorale la politica ascolti le donne, invece di usarle in modo strumentale nel teatrino della politica. La politica prenda la parola ad esempio quando si tratta di stanziare fondi per gli asili nido o i consultori, o a sostegno del lavoro delle donne».
Infine il sit-in si trasforma in corteo: si dirige verso l'altro ministero direttamente interessato, quello della giustizia (poche centinaia di metri più a monte, oltre il Tevere). Ci sono volti giovani, ma forse prevalgono le età di mezzo - sarà che l'intrusione dello stato in una scelta privata come è l'aborto fa particolarmente impressione a chi ricorda le passate battaglie per la libertà delle donne. Lo striscione più grande infatti recita «giù le mani dal corpo delle donne», ed è firmato dal coordinamento donne di Cgil, Cisl e Uil. Vecchi slogans, «l'aborto non è reato»: «Lo dicevo trentacinque anni fa, a Padova quando ci autodenunciammo per avere abortito, e allora era un reato. Non credevo più di dover scendere in piazza a favore di un diritto che credevo acquisito», dice Edda Billi. Per molte delle manifestanti la parola chiave è «diritto: l'aborto è un diritto», qualcuno lo ha scritto sul marciapiede davanti al ministero di giustizia.
La tensione è salita quando il corteo è arrivato in largo Argentina, o meglio: quando ha cercato di forzare i cordoni della polizia e proseguire verso Piazza Venezia e la prefettura. La tensione ha toccato il massimo quando gli agenti hanno fermato due ragazze in «prima fila» nel tentativo di sfondamento. Le manifestanti hanno deciso di occupare Largo Argentina - finché l'intervento delle senatrici Franca Rame e Elettra Deiana, di Massimo Brutti e di Imma Battaglia (presidente di Di'Gay project) ha permesso di far rilasciare la giovane manifestante e di allentare la tensione, e la manifestazione si è sciolta.

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