venerdì 22 febbraio 2008

La teoria del caso contro la fede

Corriere della Sera 22.2.08
Ipotesi. In un saggio di Brian Everitt la storia di una disciplina matematica nata a un tavolo da gioco
La teoria del caso contro la fede
Rifugiarsi nella religione o affidarsi alla statistica: alle origini della scienza
di Sandro Modeo

«In principio era il Caso, e il Caso era presso Dio, e il Caso era Dio». Questa variazione eversiva del sublime incipit del Vangelo di Giovanni — attacco del romanzo L'uomo dei dadi di Luke Rhinehart (Marcos y Marcos) — è incisa sulla porta d'ingresso del percorso cui ci invita Brian Everitt, direttore dell'Istituto di Biostatistica al King's College di Londra, con il saggio Le leggi del caso (Utet).
Se in principio c'è il caso, il caso diventa il principio-guida di una lunga cascata di eventi: «per caso» il nostro universo (come i molti universi paralleli ipotizzati dalla fisica) è sbocciato da una fluttuazione del vuoto o, almeno, dall'esplosione di un agglomerato superdenso, portando con sé anche l'idea del tempo; «casuali» sono le incessanti mutazioni senza scopo con cui l'evoluzione ha operato (come un «orologiaio cieco ») per selezionare le specie più adatte nel rispondere alle sollecitazioni dell'ambiente; e la «casualità» sovrintende ai tanti microeventi che condizionano la nostra esperienza individuale, come infiniti «sentieri che si biforcano».
Immerso in questa tirannia dell'aleatorio, l'uomo può reagire soprattutto in due modi. Può affidarsi a una prospettiva — quella religiosa — che inquadra il caso come una limitazione del nostro sguardo, incapace (secondo sant'Agostino) di cogliere le regole e l'armonia del paesaggio cosmico; prospettiva, com'è noto, insita anche in certe implicazioni della scienza (il famoso «Dio non gioca ai dadi» di Einstein). Oppure — più modestamente — può affidarsi alla disciplina di Everitt, la statistica, sola strategia per venire a patti col caso e rendere «l'incertezza più certa».
La riconduzione del caso al divino nel mondo antico — ricorda Everitt nella parte storica del libro — ha prodotto una lunga serie di sopraffazioni arbitrarie, se ai dadi (e al loro antefatto, gli astragali, ricavati dalle ossa della caviglia di pecora) venivano affidate la giustizia (come nell'antica Roma) o la distribuzione della terra (come testimonia la Bibbia). E anche molto dopo la sconfessione di tale pratica da parte del cristianesimo (i dadi, per san Cipriano, sono una creazione di Lucifero), la concezione oracolare del caso ha continuato a produrre orrori: nella colonia penale dell'isola australiana di Norfolk — negli anni Trenta dell'Ottocento — veniva imposto un sorteggio di pagliuzze tra coppie di detenuti, che designava come condannato chi pescava la più corta e come boia chi pescava la più lunga. Del resto, prima di rendersi autonoma, la statistica stessa nasce come «effetto collaterale» delle scommesse nelle bettole e nei caffè sei-settecenteschi: snodo decisivo, il rapporto tra il Cavalier de Méré — accanito giocatore di dadi che sembra uscito da Barry Lyndon di Kubrick — e il suo «consulente» Pascal.
Affidarsi alla statistica e al calcolo delle probabilità — come a ogni altra scienza — significa anzitutto procedere contromano rispetto al senso comune e ai pregiudizi. Everitt allerta così i giocatori e gli scommettitori di ogni ramo (roulette, poker, cavalli) a non lasciarsi travolgere dalle «rotazioni immaginarie» del malinteso concetto di «media»: dopo dieci lanci di monetina in cui è uscito «testa», la probabilità che esca «croce » all'undicesimo, è la stessa che al primo, cioè il 50 per cento. Oppure invita i cultori della «coincidenza » (quelli che rimangono sconvolti per aver sognato dopo molto tempo un parente il giorno prima che morisse) a collocare gli eventi sorprendenti nella legge dei grandi numeri, senza confondere il «raro» col «soprannaturale». Che una coincidenza abbia «una probabilità su un milione» di realizzarsi, significa, in un Paese come gli Stati Uniti (di 250 milioni di abitanti), 250 coincidenze al giorno e quasi 100.000 l'anno. Non solo. Entrando nel vivo della propria professione, Everitt dimostra come la statistica possa fornire contributi decisivi alla scienza medica. L'evidenza empirica dei dati nella sperimentazione clinica, infatti (specie attraverso il cosiddetto «doppio cieco», cioè col medico e il paziente all'oscuro della cura sotto verifica), ha da un lato falsificato certe teorie della medicina ufficiale (quella sulla vitamina C come rimedio per il raffreddore) o evidenziato l'ambiguità di certe pratiche diagnostiche (vedi il lungo capitolo sui «falsi positivi» di certi esami), dall'altro ha drasticamente ridimensionato l'efficacia di tante cure alternative, dall'agopuntura all'omeopatia.
L'unica domanda inevasa — nel percorso di Everitt — è quella sull'ostinazione con cui sfidiamo certe leggi fino al masochismo. Eppure la biologia evoluzionistica e la neuropsicologia ce lo spiegano in modo convincente. Se continuiamo a puntare in un ippodromo o in un casinò sapendo di arricchire gli allibratori o il banco, è per una forma di addiction, di dipendenza, in cui il rischio fine a se stesso scatena maggior piacere persino della vincita. Se vediamo coincidenze dappertutto, è perché il nostro cervello è programmato per scremare ordine dal caos e senso dal nonsenso. E se giochiamo alla lotteria pur avendo chances quasi nulle di successo, è perché immaginarsi una vita più agiata aiuta a sopportare l'opacità di quella che conduciamo. In fondo, anche nei nostri comportamenti più complessi, siamo guidati da pulsioni adattative: per vivere o solo per sopravvivere, dobbiamo ricorrere all'illusione e al sogno; qualche volta, anche alla menzogna.

L'autore
Brian Everitt dirige l'istituto di Biostatistica al King's College di Londra.
Il suo libro «Le leggi del caso. Guida alla probabilità e al rischio», traduzione di Costanza Masi è edito da Utet (pp. 194, e 20)

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