lunedì 18 febbraio 2008

Non si maltratta «il pastore tedesco»

Non si maltratta «il pastore tedesco»

Il Manifesto del 15 novembre 2006, pag. 9

di Antonello Catacchio

Quando è stato eletto Ratzinger questo gior­nale aveva titolato Il pastore tedesco. Apriti cielo. Saranno stati gli agganci in alto loco di Benedet­to XVI a scatenare proteste. Del resto altri, in Gran Bretagna, avevano salutato lo stesso even­to titolando Il dobermann di dio. Ma, si sa, lassù la chiesa cattolica conta meno della famiglia rea­le. Anche in Italia si può fare, ma quando lo si fa scattano subito le proteste. Alcune molto meno eleganti della stessa scherzosa provocazione. Eppure, da sempre, come giusto e inevitabile vi­sto il suo ruolo, la chiesa in generale e il papa in particolare sono stati oggetto di critica, anche fe­roce. Nell'esercizio si sono cimentati in tanti. A partire da Dante, per cui la sede papale è «il luo­go là dove Cristo tutto dì si merca». Petrarca in­vece si riferisce alla corte papale «Fiamma dal ciel su le tue trecce piova/ nido di tradimenti, in cui si cova/ quanto mal per lo mondo oggi si spande/ in cui lussuria fa l'ultima prova». Boc­caccio non poteva mancare, infatti fa dire al giu­deo Melchisedec in visita romana «Quivi niuna santità, niuna divozione, niuna buona opera o esemplo di vita o d'altro, in alcuno che chierico fosse, veder mi parve; ma lussuria, avarizia e gulosità e simili cose e piggiori». Machiavelli poi è debitore della sua frase più citata al cardinal Riario, nipote di Sisto IV, perché fu lui a dirgli che «di tutte le cose gli uomini guardavano più al fi­ne che ai mezzi». Leonardo non ama i lussi del clero e scrive «Assai saranno che lascieranno gli esercizi e le fatiche e povertà di vita e di roba, e andranno abitare, nelle ricchezze e trionfanti edifizi, mostrando essere questo il modo di farsi amico a Dio». Michelangelo, frequentatore del Vaticano scrive «Qua si fa elmi di calici, e spade/ E '1 sangue di cristo si vende a giumelle». L'elen­co potrebbe continuare (chi volesse farlo trove­rà ampia soddisfazione al sito web.tiscali.it/ad-daveni/mostri.html).



Si potrà poi disquisire su quanto Crozza stia a Dante, Fiorello al Petrarca e così via, ma suona comunque fastidioso il richiamo fatto, prima dal quotidiano dei vescovi, poi dal segretario di stato Vaticano. Chissà che nel mirino dei repro­bi sia finito anche Gigi D'Alessio che, in chiesa, ai funerali di Mario Merola, ha avuto l'irriveren­te ardire di affermare «Napoli ha perso il suo papa».



Volendo si possono anche tirare il ballo gli spagnoli che usano lo stesso vocabolo per indi­care sia sua santità che un volgare solanum tuberosum, da noi noto come patata.



Tutto questo nel giorno in cui il rapporto tra mezzi di comunicazione, intesi come radio e tv, e papato sono stati ulteriormente rinsaldati. Per­ché a partire dal 22 novembre, Raitre manderà in onda una serie di documentari a cura di Luigi Bizzarri dedicati agli ultimi cinque pontefici (esclusi i presenti, quindi). Un'iniziativa che è piaciuta molto a Federico Lombardi, direttore del centro televisivo vaticano che peraltro ha collaborato alla realizzazione del progetto, il quale ha detto «Non ho niente contro le fiction televisive sui papi, sono contento che abbiano successo, ma sono anche felice si facciano dei documentari che aiutano il pubblico ad avere una visione più fondata sui fati di certi eventi». Non è il caso di fare processi a documentari non visti, vezzo dal quale non è esente lo stesso segretario di stato vaticano, che afferma di non avere visto nulla delle trasmissioni che stigma­tizza. Questi documentari saranno molto inte­ressanti. Ma temiamo ci sarà poco da ridere.

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