sabato 16 febbraio 2008

Ambulatorio aperto un'ora alla settimana. L'appuntamento? Oltre il termine

Corriere della Sera 16.2.08
Il caso di Ancona L'odissea di due donne
Tutte in fila in ospedale. Ma non c'è posto
Ambulatorio aperto un'ora alla settimana. L'appuntamento? Oltre il termine
di Alessandra Arachi

ROMA — Le storie di Anna S. e Claudia G. (il cognome lo conosciamo, ma la privacy è d'obbligo in questi casi) si sono incrociate a distanza, ignare. Tutte e due passano per l'ospedale di Ancona, il Salesi. Lo stesso giorno, due venerdì fa, l'8 febbraio.
Anna ci arriva stanca. Un test in farmacia già il 19 gennaio le ha annunciato: è incinta. E si sa che i test casalinghi sono dubbi soltanto se negativi. Ma il ginecologo è scrupoloso: servono le analisi del sangue. Che puntualmente confermano una gravidanza che Anna non vuole portare avanti. Non per lei: ha 37 anni e l'idea di avere un bambino la renderebbe felice. C'è però un problema molto molto serio: lo spiega bene, ma il ginecologo che la segue sembra non volere capire.
Le viene prescritta un'ecografia, il 23 gennaio. E un'altra ancora, il 5 febbraio: del bambino che porta in grembo si può sentire già lo sfarfallio del cuore, coltellate per le sue orecchie. Il ginecologo le illustra nei dettagli quella immagine del feto. Anna non può tenerlo quel bambino, implora un'interruzione di gravidanza. E finalmente arriva all'ospedale di Ancona, l'8 febbraio, di venerdì, l'unico giorno della settimana che al Salesi si possono fare le visite per l'interruzione di gravidanza.
Si mette in fila, prende il numeretto: il 2. Tre numeri dietro di lei c'è Claudia, una donna rumena: ha già due bambini e già per loro ha dovuto fare lo slalom con il lavoro precario. Il suo, e anche quello di suo marito, e a volte il lavoro lo ha pure perso perché aveva bambini, chi glielo aveva dato ha visto un handicap in quelle due creature ancora piccine. Non c'è posto per un terzo nel menage della loro famiglia.
All'ospedale di Ancona è arrivata alle otto per prendere il numero cinque della fila di una quindicina di donne che chiedono l'interruzione di gravidanza. Il suo turno arriva dopo un'ora.
Racconta adesso Claudia: «Sono entrata per la visita. La dottoressa mi ha chiesto a che settimana ero, quando ero rimasta incinta. Ero alla sesta settimana, il mio termine per l'interruzione volontaria di gravidanza scadeva il 20 marzo. Il termine di legge dei novanta giorni, intendo. La dottoressa mi ha guardato e mi ha detto: "Noi siamo pieni qui dentro, non abbiamo posto. Il primo posto libero lo avremo a partire dal 22 marzo prossimo"».
Tre numeri prima era toccato ad Anna. Stessa scena. Stesse domande. Stesse identiche risposte. O quasi. Perché i novanta giorni di legge di Anna scadevano una settimana prima, il 13 marzo. E puntuale, la dottoressa: «Purtroppo non abbiamo posto in ospedale, siamo pieni. Il primo posto si libera a partire dal 15-16 marzo».
A tutte e due è stato messo in mano un foglio con le strutture alternative della regione, Jesi, Ascoli Piceno. Anna non si arrende. È andata all'Aied e le hanno garantito che per legge ha diritto a reclamare l'intervento in ospedale entro una settimana. Ma la verità è che all'ospedale di Ancona deve aspettare una settimana soltanto per avere informazioni. «Per quel che riguarda l'interruzione di gravidanza si possono avere sempre e soltanto il venerdì, dalle otto alle nove del mattino», dice Anna. Che per telefono si è sentita replicare le stesse, desolanti ed inutili spiegazioni.

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