mercoledì 26 dicembre 2007

ANALISI CRITICA DI UN MITO, La santità di padre Pio

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ANALISI CRITICA DI UN MITO

La santità di padre Pio

In occasione della canonizzazione di padre Pio il prossimo 16 giugno, pubblichiamo una sintesi del libro di Pier Angelo Gramaglia, Padre Pio da Pietrelcina. Analisi di un mito, Torino 1997 (stampato in proprio), al quale rimandiamo per un puntuale approfondimento.

Francesco Forgione, nato nel 1887, manifestò già da bambino strani processi dissociativi con incubi e allucinazioni; le paure infantili si condensavano nelle immagini elaborate dalla fantasia e venivano proiettate in forme allucinatorie, identificate e percepite come realtà esterne. Rimase imprigionato in uno stadio psichico incapace di elaborare le tecniche, con cui invece gli altri bambini normalmente imparano a distinguere il mondo esterno dal sistema fantasmatico del loro io interiore in formazione.

Le visioni.

I quattro volumi dell’epistolario, pubblicati tra il 1973 e il 1984, possono considerarsi un significativo strumento di indagine in questa direzione. Si prendano ad esempio le lettere inviate ai suoi due direttori spirituali, padre Benedetto da San Marco in Lamis e padre Agostino da San Marco in Lamis, risalenti all’epoca in cui alla richiesta di fare ritorno alla vita conventuale si manifestarono in lui attacchi di vomito, quasi si trattasse di un sistema inconscio di difesa volto a ritardare il rientro al convento. Ordinerà più tardi ai suoi direttori spirituali di bruciare tutte le sue lettere: ma uno di loro non lo farà. In una di queste lettere, quella del 10 ottobre 1915, si sostiene che Gesù avrebbe cominciato a favorirlo delle sue celesti visioni non molto dopo il noviziato, cioè negli anni seguenti il 1903-1904. Molto più tardi, contraddicendosi, scrisse invece che già nel 1902 Dio l’aveva personalmente avvicinato concedendogli visioni.

Nel frattempo era venuto a conoscenza di un manuale di spiritualità, che si era accorto mancare nella biblioteca dei suoi direttori spirituali, vale a dire i due volumi del Direttorio Ascetico, nel quale si insegna il modo di condurre le anime per vie ordinarie della grazia alla perfezione cristiana di G. B. Scaramelli e i due volumi del Direttorio Mistico, nel quale si insegna il modo di condurre le anime per la via della contemplazione dello stesso Scaramelli. Una collazione filologica priva di pregiudizi attesta con chiarezza sia che interi brani di lettere scritte da Padre Pio alle sue devote altro non sono che citazioni riprese dalle lettere che i suoi due padri spirituali nel frattempo avevano inviato a lui, sia che nelle medesime lettere si trovano descrizioni di visioni ed estasi molto simili a quelle presenti nei volumi dello Scaramelli. Perché la commissione papale incaricata di studiare la causa di beatificazione di Padre Pio ha ritenuto opportuno non sottolineare tali coincidenze?

Dovendo pubblicare la lettera del 28 luglio 1914 a Raffaelina Cerase, il comitato editoriale, trovatosi di fronte a numerose citazioni patristiche, che si prolungavano per oltre cinque pagine, si premurò di ritrovare le opere dalle quali erano stati desunti testi di san Bernardo, san Girolamo, san Gregorio, sant’Agostino, san Colombano; ma non si accorse (o non mostrò di accorgersi) che l’ipotesi di un’ampia citazione di alcune pagine del Direttorio Ascetico dello Scaramelli sarebbe probabilmente risultata assai più sensata.

La struttura psichica di padre Pio emerge con evidenza nel 1904-1905, mentre egli si trova a S. Elia a Pianisi, ormai più che diciassettenne. I temi svolti in questo periodo sono segnati da gravi forme di regressione infantile, che si manifestano nella scrittura con fenomeni analoghi alla dislessia evolutiva dei bambini, ma aggravati da continui stati psichici di dissociazione, e nella vita quotidiana durante gli studi ginnasiali con continue forme allucinatorie, accompagnate da fenomeni di autentico Poltergeist, che perlomeno “scaricavano” all’esterno le tensioni psichiche del giovane fra’ Pio. Nelle esperienze di quegli anni assumono forme paradossali le ossessioni demoniache, i deliri e le allucinazioni, accompagnate da fenomeni di telepatia e da psicosomatismi, quando padre Pio si trova in profondo stato alterato di coscienza.

La fisiologia carismatica.

Se non fosse stata scoperta la cartella clinica del soldato Francesco Forgione nell’Ospedale Militare di Napoli, che segnala i risultati delle visite mediche del 1916, noi non sapremmo che egli era affetto da una gravissima forma di ipertermia, cioè da uno squilibrio organico neurovegetativo, che provoca aumenti improvvisi e violentissimi della temperatura del corpo oltre i limiti statistici abituali. Durante le fasi più critiche nei termometri normali si spaccava la colonnina di mercurio, tanto la temperatura raggiungeva gradazioni elevate; quando più tardi si fece uso di un termometro da bagno, la temperatura segnò anche 48 gradi; in condizioni febbricitanti più acute si raggiunsero anche i 48,5 gradi. Naturalmente tali stati febbrili nelle forme abituali andavano poco oltre i 41 gradi, ma provocavano forti agitazioni e deliri allucinatori; le fasi più critiche duravano uno o due giorni con violenta sete e diffusa sudorazione. Le crisi di ipertermia furono costanti, sia pure con variazioni di intensità, durante l’intera vita di padre Pio; potevano “scaricarsi” anche senza febbri elevatissime e in forme passeggere durante le giornate.

Tale patologia venne sempre – e forse sistematicamente – elusa nell’interpretazione di padre Pio, che tra l’altro non mostrò di conoscerne né la fenomenologia né la diagnosi, e da lui e dai suoi direttori spirituali fu sempre descritta come ricorrente presenza mistica e soprannaturale della fiamma bruciante dell’amore di Dio, infusa per divina presenza di Cristo nel suo cuore di eletto. Nella psicologia del nostro frate tale fatto assumeva infatti un’importanza eccezionale, poiché egli interpretava il fenomeno come un segno di inusuali esperienze mistiche. Parlava infatti nelle sue lettere di fiamme divine al cuore e di sete soprannaturale che lo divorava.

In realtà l’ipertermia ha per lo più cause neuropatologiche e può accompagnare le reazioni emotive di individui che subiscono facilmente stati di dissociazione, perdendo nel delirio febbricitante conseguente il senso del limite tra fantasia allucinata e realtà. L’ipertermia provocava anche deliri, grida e crisi isteriche, sempre acriticamente intese quali esperienze soprannaturali e di eventi carismatici. Non potrebbe tutto ciò spiegare alcuni discutibili stati di alterazione mostrati dal santo frate in confessionale, e da lui motivati quali reazioni nei confronti di presunti penitenti insinceri? Dei veri e propri insulti di padre Pio ad alcuni penitenti durante il sacramento della confessione erano del tutto noti e visibili agli altri penitenti presenti in chiesa e violavano chiaramente il segreto confessionale. Perché, sarebbe lecito domandarsi, atti che potrebbero addirittura venire considerati esempi di denigrazione pubblica sono divenuti indiscutibile testimonianza di santità?

Le stimmate.

L’epistolario rivela che le stimmate di padre Pio non furono né simulate, né frutto di autolesionismo, ma rivela anche che il loro processo evolutivo non fu né improvviso, né carismatico o soprannaturale che dir si voglia. I meccanismi psichici, che traducevano gli stati emotivi più intensi o in allucinazioni fantasmatiche o in reazioni psicosomatiche a livello fisiologico, iniziarono infatti nel 1910 a trovare una via di sbocco e di sfogo, che si protrasse fino al 1918; le stimmate impiegarono dunque ben otto anni a formarsi. La quotidiana meditazione sui dolori di Gesù durante la passione, invece di continuare a manifestarsi sotto forma di allucinazioni di un Crocifisso grondante sangue, iniziò a farsi sentire nel 1910, sotto l’olmo di Piana Romana, per via fisiologica. Padre Pio avverte dapprima strani dolori alle mani e ai piedi. Nel settembre 1911 in mezzo al palmo delle mani è già apparso un po’ di rosso, quasi quanto la forma di una monetina, accompagnato da un forte e acuto dolore proveniente dal centro della macchia rossa: il dolore è più sensibile in mezzo alla mano sinistra ma è avvertito anche sotto i piedi. Sintomatico è il fatto che il fenomeno si accompagni con una forte crisi di ipertermia e sia la reazione violenta, sia pure subconscia, alla lettera con cui il ministro provinciale, padre Benedetto, gli prospettava senza mezzi termini il suo ritorno in convento, per il quale sembrava provare una sorta di angoscia.

Ma non è il caso di seguire il lungo decorso di tale fenomenologia, la quale è ben ricostruibile dalle lettere, e neppure gli eventi che lo coinvolgono nei mesi di agosto e di settembre del 1918.

Nel 1967 scriverà che dal Crocifisso sarebbero partiti fasci di luce con frecce e fiamme, che sarebbero venute a ferirgli le mani e i piedi: passo che, ancora una volta, ricorda troppo da vicino le scene di stimmatizzazione delle estasi di Francesco d’Assisi e di Caterina da Siena nei racconti di G. B. Scaramelli. Diverse sembrerebbero infatti la fenomenologia e le allucinazioni che accompagnarono la crisi del venerdì 20 settembre 1918. Ma padre Pio di fronte ai medici inviati dalle autorità ecclesiastiche per esaminare le sue stimmate (il prof. Amico Bignami e il prof. Luigi Romanelli) dichiarerà di non aver mai sofferto di malattie nervose, di non aver mai avuto deliqui, né convulsioni, né tremori, di aver il sonno buono e di non sognare. E nemmeno fece cenno al processo di formazione delle stimmate, che per ben otto anni si era evoluto prima del 20 settembre 1918. Solo nel 1967, messo di fronte al testo di alcune sue lettere, trovate da poco e pubblicate da «Il Tempo», dopo aver sempre negato la presenza di cosiddette stimmate invisibili a Pietrelcina, fu costretto ad ammettere che da anni, prima del 1918, aveva visioni e dolori acutissimi alle mani ed al costato con macchie rosse nelle palme delle mani.

Un modello di esperienza religiosa.

È noto che padre Pio fosse uomo di preghiera; molto ossequiente nei confronti della gerarchia ecclesiastica, soprattutto nelle direttive politiche vaticane contro il centrosinistra, e che firmò una dichiarazione per sostenere la Humanae vitae; ma non tutti sanno che egli praticava spesso attività oracolare medianica e comunicava, a nome di Gesù Cristo, alla sua clientela sentenze perentorie sulla situazione delle anime dei defunti nell’aldilà o responsi sul futuro dei suoi devoti, secondo gli schemi del più classico spiritismo, seppur mediato da visioni cattoliche.

In base a quanto si è fin qui detto, ci si può porre dei seri quesiti critici su di un modello di esperienza religiosa che sta prevalendo nell’epoca contemporanea, e non solo nel mondo cattolico, di cui padre Pio è indiscutibilmente emblema. Pare infatti che per l’uomo religioso dell’inizio del Terzo Millennio il Divino debba essere visibile nelle più svariate allucinazioni estatiche, udibile in loquacissime locuzioni interiori, “nasabile” nei più sublimi profumi celesti (nonché distinguibile dagli olezzi sulfurei del suo antagonista), gustabile in tutte le fontane miracolose e, finalmente, tastabile dalle più segrete transverberazioni interiori fino all’orticaria epidermica mariana.



da "il foglio" 292 - diretto da Enrico Peyretti - maggio 2002

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