venerdì 28 dicembre 2007

Obiezione di coscienza in farmacia. La Lunga marcia del vaticano

Michele Serra:
Obiezione di coscienza in farmacia. La Lunga marcia del vaticano
Tratto da "la Repubblica", 30 ottobre 2007
Prima di entrare in farmacia, per evitare discussioni indesiderate sul senso della vita, ci toccherà informarci sugli orientamenti religiosi e morali del gestore? Se cattolico (nel senso militante del termine) potrebbe infatti accogliere l’invito del Papa a estendere l’obiezione di coscienza anche al suo negozio, e rifiutarsi di fare commercio di "farmaci che abbiamo scopi chiaramente immorali". Ovvero quei farmaci che evitano la gravidanza come la "pillola del giorno dopo", oppure consentono di interromperla in forme meno dolorose e umilianti rispetto a quelle conosciute e praticate fino a poco tempo fa. E’l’ennesima tappa della lunghissima marcia del Vaticano all’interno della vita pubblica di questo Paese. Così profondamente innervata, come è ovvio, dalle leggi e dalle regole che governano la vita di tutti - anche dei non cattolici - da rendere inevitabile il continuo cozzo di molti dei pronunciamenti vaticani, specie sulle questioni di carattere etico, scientifico e medico, con l’attività dei legislatori e con la sensibilità profonda di milioni di cittadini. Pur nella grande complessità della questione, la fondamentale ragione del contendere è piuttosto semplice. Finché la Chiesa rivolge le sue raccomandazioni ai credenti, non esiste (né è mai esistito) motivo del contendere. Ma quanto la Chiesa sceglie di intervenire su comportamenti pubblici e provvedimenti di legge che riguardano tutti, l’intera comunità, il conflitto è semplicemente inevitabile. I cattolici hanno l’ovvio e sacrosanto diritto di non divorziare e non abortire, di non fare uso di anticoncezionali, di non sacrificare nemmeno un frammento delle proprie convinzioni profonde a costumi o comportamenti che siano in contrasto con la loro pratica di fede. Ma identico diritto hanno i non cattolici di vivere secondo la loro coscienza, di praticare socialità, eros, scelte affettive e di procreazione, nell’alveo di regolamenti e leggi che tengano conto delle sensibilità difformi e della molteplicità delle culture. Ognuno può vivere secondo i propri orientamenti etici purché non costringa gli altri a imitarlo, purché non li metta nelle condizioni di doversi piegare a una "morale" che diventa arbitrio, esclusione, violazione. La richiesta di Benedetto XVI di estendere anche ai farmacisti il diritto all’obiezione di coscienza già riconosciuto ai medici antiabortisti è, in questo senso, tipica di una radicata e voluta confusione tra scelte confessionali, che sono individuali, e sfera pubblica. Un farmacista è un professionista qualificato (e in genere ben remunerato) che apre bottega sulla pubblica via, e ha il diritto-dovere di vendere al pubblico prodotti già testati e resi legali da apposite commissioni. Nessuno gli chiederebbe mai valutazioni "morali" su un farmaco, prima di tutto perché una farmacia non è un cenacolo filosofico (sono "morali" gli psicofarmaci per i bambini? E i placebo "dietetici" per bulimici? E’morale il prezzo dei farmaci nel terzo mondo? Ed è morale ostacolare o non pubblicizzare l’uso del preservativo e degli anticoncezionali in genere?). E poi per il semplice e inoppugnabile fatto che i conti con la propria coscienza non si fanno obtorto collo, meno che mai di fronte al diniego o alla riprovazione di un altro privato cittadino che, contraddicendo il suo ruolo pubblico, rifiuta di venderti un farmaco perché lui (non tu: lui) lo reputa immorale. Questa idea - illiberale, per usare un termine usato spesso molto a sproposito - che una morale religiosa possa e debba egemonizzare (per salvarlo, naturalmente) un intero consesso sociale, possa condizionale le leggi, benedire ribellioni etiche come l’obiezione anti-abortista perché "nel senso giusto", ma poi condannare ribellioni etiche come il diritto alla buona morte perché "nel senso sbagliato", non può non generare un duro conflitto tra le gerarchie ecclesiastiche e una parte molto consistente dell’opinione pubblica laica. Probabilmente molto più consistente della ristretta quota di politici che la rappresenta. Davvero stupisce, in questo senso, l’inspiegabile sbalordimento espresso dal cattolicesimo più curiale di fronte alle ovvie polemiche e alle ovvie reazioni provocate da ogni nuova sortita vaticana direttamente indirizzata alla vita politica, sociale e anche privata degli italiani: di tutti gli italiani, non solo dei cattolici. E’come se non fosse contemplata altra etica, altra sensibilità, altra scelta. E dunque l’insorgere imprevisto di altra etica, altra sensbilità, altra scelta, lasciasse letteralmente di stucco i depositari della Verità. E’come, tornando al caso specifico, se una persona che decide di non avere un figlio (o al contrario di averne uno con metodi "immorali") non avesse già pensato, già sofferto, già deciso o dubitato abbastanza, non avesse vissuto con serietà sufficiente. Ma davvero la sua sola possibilità di salvezza, per la Chiesa, è sperare di imbattersi in un farmacista con la verità in tasca, che gli neghi i farmaci "immorali" e gli suggerisca di raccomandarsi a un Dio nel quale magari non crede?

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