domenica 23 dicembre 2007

Il peccato? E' una virtù

Il peccato? E' una virtù

La Stampa.it del 19 febbraio 2007

di Fernando Savater
Quando si parla di peccati, in genere si suscitano giudizi negativi. Ma commetterli risulta certo più seducente, interessante e, a volte, utile. La nostra società dei consumi è nata nel XVIII secolo e, come afferma il filosofo e medico Bernard de Mandeville nella sua opera Vizi privati e pubbliche virtù, vive grazie ai vizi. Ovvero, se le signore non desiderassero vestiti né gioielli, o se la gente non volesse mangiare bene e vivere in modo confortevole, l’industria e la civiltà, così come le conosciamo, finirebbero. I vizi privati si traducono in pubbliche virtù e fanno funzionare la società. È un punto cruciale: ciò che in un individuo può essere considerato un difetto, in relazione a una determinata comunità diventa un elemento vitale, la cui eliminazione annullerebbe gran parte del funzionamento della comunità stessa, concepita proprio per offrire piaceri e soddisfare desideri.

Secondo Jean-Jacques Rousseau, gli uomini nascono liberi e felici perché privi di desideri; tuttavia, nel momento in cui iniziano a stare insieme, cresce la concupiscenza e con essa la società, che è fatta per soddisfare quegli appetiti. Chi non desidera niente può davvero vivere come un anacoreta. Il problema è che la società si basa sul fatto che tutti aspiriamo a possedere beni, i quali hanno a che fare con la carne, le bramosie e i lussi. In effetti, nessuno ha veramente bisogno della maggior parte delle cose che possiede o desidera, e così è sempre stato nella storia dell’umanità. Pensiamo alla scoperta dell’America, ai grandi viaggi compiuti per procurarsi spezie e ingredienti da mettere nella minestra… Se la gente si fosse accontentata di un po’ di sale nel cibo, il destino degli esploratori e delle loro conquiste sarebbe stato molto diverso. Possiamo dunque affermare che uno dei motori della storia è stata la noce moscata. Le coppie formate dai sette classici peccati capitali che tutti conosciamo e dalle virtù capaci di sconfiggerli sono le seguenti: superbia-umiltà; avarizia-generosità; lussuriacastità; ira-pazienza; gola-temperanza; invidia-carità e pigrizia- sollecitudine. Esistono naturalmente delle sfumature, come nel caso della superbia, la madre di tutti i vizi, che può manifestarsi anche nella vanagloria, nella iattanza, nell’alterigia o nell’ambizione. Secondo Tommaso d’Aquino, la superbia è un «appetito disordinato della propria eccellenza », ma potremmo anche definirla un disordinato amore per se stessi. Diventa un peccato mortale quando spinge l’individuo a disubbidire a Dio.

Secondo gli studiosi cattolici, il peccato non può essere riconosciuto con chiarezza senza la conoscenza di Dio, e si prova allora la tentazione di spiegarlo semplicemente come un difetto di crescita, una debolezza psicologica, un errore, l’inevitabile conseguenza di una struttura sociale inadeguata. Solo conoscendo il disegno divino sull’uomo si comprende che il peccato è un abuso della libertà concessa da Dio agli uomini. Per il sacerdote cattolico Hugo Mujica: «Il contesto in cui vengono pensati i peccati muove da un presupposto estetico: c’è vita, e all’uomo spetta fare di questa vita un’esistenza, ovvero, darle forma. La cultura è assegnare un’origine e una finalità alle esperienze vissute. La vita è considerata dal punto di vista estetico perché dare forma è precisamente lo scopo dell’attività artistica. Vale a dire, la vita appare come qualcosa che ci è stato dato perché noi le dessimo forma».

Spiega ancora Mujica: «La forma di base è la proporzione. Per i greci, bellezza e ordine coincidono. Perciò la grande questione del peccato riguarda la misura e la dismisura che porta al mostruoso. La domanda è: quale proporzione bisogna attribuire a ciascuna passione dell’anima – quelle che i greci chiamavano desideri – per ottenere la forma umana? Una pianta, per esempio, cresce in modo armonico, mentre lo sviluppo in ogni campo umano, da quello psicoanalitico a quello marxista, dal religioso al mitico, è contraddittorio e tragico. Nell’uomo sono presenti sia la pulsione al dispiegarsi del contenuto armonico sia il suo contrario. Prima volersi impadronire di se stesso, e dopo preferire alcune proporzioni ad altre». Secondo lo storico inglese John Bossy: «I sette peccati capitali sono l’espressione dell’etica sociale e comunitaria con cui il cristianesimo cercò di limitare la violenza e guarire la conflittualità sociale nel Medioevo. Furono utilizzati per sanzionare i comportamenti socialmente aggressivi e per molto tempo – dal XIII al XVI secolo – costituirono il principale modello di penitenza, contribuendo in modo determinante alla pacificazione della società di allora».

Inizialmente, i peccati rappresentavano un monito riguardo ai comportamenti. Non si trattava, come per i dieci comandamenti, di proporre le tavole della legge, ma di mostrare i pericoli suscettibili di insidiare la salvezza dell’anima. Erano un elenco di avvertimenti sui pericoli che avrebbero potuto causare un eccesso rispetto a quanto era desiderabile. Oggi esiste una versione più semplicistica di questi avvertimenti: i libri di autoaiuto, nei quali si trovano le ricette per non ingrassare o quelle per essere felici in tre lezioni.

Per Bossy, la fortuna di questi peccati venne meno con la modernità, quando la penitenza cessò di essere il modo per risolvere i conflitti sociali e divenne qualcosa di attinente alla psicologia e all’interiorità di ciascun individuo. Fu l’epoca nella quale i sette peccati furono dimenticati a vantaggio dei dieci comandamenti, che privilegiavano una relazione verticale della persona con Dio, invece di quella orizzontale tra gli uomini, favorendo un’introspezione del soggetto. Bossy interpreta il passaggio dal Medioevo alla modernità come un passaggio dalla società all’individuo. I peccati rientrano nella categoria di «capitali» quando danno origine ad altri vizi. Così li descrive Tommaso d’Aquino: «Un vizio capitale è quello che ha un fine eccessivamente desiderabile, così che nel desiderarlo un uomo commette molti peccati, i quali sono originati da quel vizio come loro fonte principale».

Secondo Omar Abboud, studioso dell’Islam: «Il peccato non è qualcosa di immodificabile, varia a seconda del punto di vista dell’osservatore e dell’evoluzione del contesto sociale e culturale. La maggior parte delle azioni giudicate peccaminose due secoli fa – un periodo irrisorio nella storia dell’umanità – oggi non lo sono più. Nell’Islam comunque non esiste l’idea di peccato originale, vi sono invece definizioni di quanto è lecito o no. Chiamiamo haram le cose vietate e halal quelle permesse». Personalmente ritengo che le leggi religiose siano convenzioni stabilite dagli uomini e non il risultato di ordini divini immodificabili. Non importa quanto siano antiche queste imposizioni, possono comunque cambiare o venire annullate da nuovi accordi tra gli individui.

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